Dare corpo all’utopia. Un ricordo di Clara Sereni

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È morta Clara Sereni, che non vedevo da qualche anno e mi dispiace moltissimo di non aver potuto salutare.
Clara – non credo che mi facciano velo i sentimenti di amicizia – è stata una scrittrice grande, più di quanto non dica il successo dei suoi libri. È probabile – come una volta affermò – che la spinta a scrivere le venisse dalla volontà di capire, di chiarire le cose a se stessa prima che agli altri e che questo sforzo le procurasse patimento; ma a me pare certo che la sua capacità di mescolare generale e particolare, toni bassi e toni alti, ironia e pietà, documenti e sentimenti diano alle sue scritture una ricchezza comunicativa rara, quella che si ritrova solo nei grandi scrittori.
Da Casalinghitudine (1987) al Gioco dei Regni (1993), da Passami il sale (2002) a Via Ripetta 155 (2015), per ricordare i titoli a mio avviso più importanti, la sua è una ricognizione che parte sempre dal sé, dalla storia di una famiglia speciale, di una giovinezza da sessantottina inquieta e ribelle, di una madre alle prese con l’handicap del figlio, di una donna di sinistra impegnata a cambiare il mondo e mai rassegnata; ma sia il montaggio, quasi sempre felice e probabilmente legato ai rapporti con il cinema, sia le risonanze letterarie e linguistiche che animano lo stile quasi sempre trascendono l’esperienza privata e danno alle sue scritture una dimensione pubblica non meramente documentaria, ma creativa, poetica.
Casalinghitudine, libro dal titolo felicissimo, in cui molte donne si sono ritrovate e si ritrovano, lancia una formula destinata a un grande successo: le ricette di cucine (Clara era appassionata gastronoma e cuoca eccellente) connesse a una narrazione, in questo caso per frammenti, di storie personali, familiari o di gruppo e centrate sull’affermazione del sé in una donna, sempre faticosa, anche quando si tratti di donna relativamente privilegiata. Il gioco dei regni è una saga familiare in cui si proietta la grande storia: il padre ebreo romano che passa da un sionismo molto religioso al comunismo vissuto come una religione, uno zio che resta sionista impegnato a costruire la nuova patria d’Israele, una mamma russa che sembra accettare un ruolo subalterno e una nonna materna molto rivoluzionaria. In questo mondo l’ideale non di rado diventa retorica e confligge con le miserie della quotidianità. Passami il sale è il romanzo dei due o tre anni in cui Clara fece parte della giunta comunale a Perugia, dai toni apparentemente più dimessi, in prevalenza ironici, ma le piccole vicende amministrative di una città media diventano nella sua scrittura critica della politica, anche della grande politica, del suo persistente maschilismo, dei suoi riti, dei suoi ingorghi, della sua indifferenza alla vita reale. E infine il controverso Via Ripetta 155, per me molto più che un “memoir” o un romanzo “generazionale” sul Sessantotto, ma una grande costruzione letteraria, in cui confluiscono non solo esperienze ma tradizioni.
Sotto traccia sempre, ma non troppo, un tema profondamente politico accompagna le narrazioni: è una domanda di senso e di impegno che scaturisce dalla stessa storia familiare, che fare dopo il comunismo, che è stato insieme liberazione e oppressione, verità e menzogna, sogno e incubo. La fine un po’ ingloriosa del tentativo novecentesco di cambiare la società e la vita è rappresentata in maniera classica dalla decadenza fisica e intellettuale di Emilio Sereni, dal suo chiudersi in se stesso, che trova l’acme nelle pantomime familiari che accompagnano il romanzo di formazione in Via Ripetta e più ancora nel trasferimento della grande biblioteca nel Gioco dei regni: “Privo del muro di carta che per tanti anni lo aveva rinchiuso e difeso fu ad un tratto vecchio, assai più degli anni che aveva. Silenzio. Ordine e disciplina comandamenti vuoti, via via più staccati da un progetto. Un dolore che dilagava, una solitudine feroce. Fino all’ultimo”. Ma c’è nel racconto di Clara Sereni anche la volontà indomabile di dare comunque gambe e corpo all’utopia (parola che amava molto, mentre trovava respingente “ideologia”), in un progetto che procede per tentativi ed errori, ma senza rese. Così si legge nel finale di Via Ripetta: “Tutto era pronto per un nuovo passo in avanti. Con tutte le speranze e utopie ancora – colpevolmente – intatte”. Finale “riformista” forse, ma irriducibile: la lotta continua sempre, seppure con altri mezzi.
Ho voluto, per questo ricordo in pubblico, valorizzare com’era giusto la scrittrice rispetto all’amica, alla compagna, ma non posso fare a meno di ricordare le battaglie concrete che Clara condusse a Perugia e tra esse quelle che la videro al nostro fianco, a fianco della redazione di “micropolis” e dei compagni di “Segno Critico”.
Clara aveva scelto di abitare a Perugia e tra le ragioni di questa scelta, nei primi anni 90, c’era la qualità della vita che era – al tempo – ancora abbastanza alta sotto il profilo dei servizi e della vivacità culturale. Accettò pertanto volentieri di far da assessore a Maddoli, il sindaco venuto dalla “società civile”, come si diceva allora, un professore di storia greca legato al mondo cattolico. Convinta che alle difficoltà dello stato sociale di dovesse reagire con un movimento di solidarietà dal basso, di nuova mutualità sorretta dalle pubbliche istituzioni, si impegnò in quella che le appariva una battaglia esemplare, la “Banca del tempo” attraverso cui le persone si sarebbero scambiate del tempo da dedicare ad attività di cura, e in particolare al sostegno ai più deboli e fragili. Non funzionò. Forse non poteva funzionare.
Non funzionò neanche il tentativo suo e di altri assessori, forse dello stesso sindaco, di resistere alle logiche di una “macchina amministrativa” che mal si conciliava con utopie o ideali, e che era a quel tempo tesa a promuovere sviluppo e affari, soprattutto nel campo delle costruzioni.
Clara si dimise molto prima della fine del mandato, ma non cessò il suo impegno. Nei primissimi anni Duemila nella battaglia interna del Pds si schierò a fianco di Cofferati e del “correntone” di Giovanni Berlinguer, le cui attività coordinò a Perugia. Con una idea fissa: uscire dal chiuso delle sedi di partito e lanciare una battaglia culturale nella società, per la difesa dei diritti del lavoro, per il rilancio dello Stato sociale, per il sostegno agli ultimi, per la pace.
In questo si incontrò con noi. Per un anno intero organizzammo iniziative in comune, tra “micropolis” e “Aprile” l’associazione culturale legata al “correntone”. Ricordo la sua occasionale, ma significativa, collaborazione al giornale, ma ricordo soprattutto cene, incontri, chiacchierate per preparare iniziative. Era generosissima Clara: partecipava alla lotta politica, scriveva e intanto seguiva il figlio Matteo e lavorava per la “Città del Sole”, la fondazione senza scopo di lucro che nel 1998 aveva promosso per aiutare i disabili psichici.
Due delle iniziative comuni che al tempo (2002) promuovemmo la videro protagonista con impostazioni originali. Per la presentazione del suo Passami il sale, in una sala di Palazzo Penna affollatissima e caldissima, si stufò dei complimenti che in tanti le rivolgevano, prese il microfono e disse: “ora parliamo di politica, del che fare per la sinistra!”. Volle poi partecipare con Nemer Hammad alla presentazione del Diario segreto dell’esponente palestinese, al tempo ambasciatore dell’OLP e di Arafat in Italia, curato da Alberto La Volpe. L’incontro si svolse in una sede ufficiale della Regione, a Palazzo Cesaroni, ma i palestinesi per i politici di mestiere, anche di sinistra, non erano più di moda e nella sala Brugnoni piena, se ne contarono pochissimi. La presidente della Regione Lorenzetti, che in passato si era dichiarata amica personale di Nemer Hammad oltre che di Arafat, si disse impegnata nell’altra ala del palazzo regionale. Clara, ebrea, con una parentela israeliana e sionista, con ottimi personali legami in Israele, non solo intervenne, ma seppe esprimere con semplicità e intensità la sua partecipazione alle sofferenze dei palestinesi. La sera, in una indimenticabile cena al Deco, ove da anfitrione faceva Maurizio Mori, Clara seppe vincere con la sua umana simpatia, le diffidenze dei palestinesi che accompagnavano Hammad. Finì con abbracci commoventi

di Salvatore Lo Leggio


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