Da Cepu a Studium, l’esamificio sotto esame – Bravi si diventa

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di Franco Boncompagnicepuno
Se ne parla poco, troppo poco. Sia in Italia,
che a San Marino che in Lussemburgo.
Sia nelle sedi aziendali e in quelle
in franchising sparse nel territorio nazionale, sia
a Città di Castello dove la più grande scuola
privata italiana per dimensione e fatturato ha
mosso i primi passi. Eppure siamo di fronte ad
un caso di scuola, un fallimento da 110 e lode e
bacio accademico. Una nemesi beffarda: dopo
migliaia di esami una laurea non gradita a molti,
soprattutto ai lavoratori. Tra le vertenze e i procedimenti
concorsuali più tristemente sottovalutati
e lesivi del tessuto lavorativo di un intero
territorio spicca certamente quello relativo a
Cesd srl e Studium srl, in una parola Cepu e la
costellazione di marchi della sua galassia da
Grandi Scuole a E-Campus, da Scuola Radio
Elettra ad Accademia del Volo.
La storia parte dall’Altotevere umbro, sboccia
in 120 sedi italiane e si protrae da oltre trent’anni,
in un susseguirsi di scatole cinesi, società
usa e getta, procedimenti e controversie giudiziarie,
paradisi fiscali, lavoro umiliato. Gli esordi
del sogno di Francesco Polidori, tifernate ed ambasciatore
non residente di San Marino in India,
sono a Città di Castello con la pubblicazione di
dispense, ma il boom del marchio Cepu e affini
arriva negli anni ‘90 sotto la gestione dell’azienda
romana Cesd srl, appoggiata da numerose altre
società quali Phone united center srl e Accademia
del lusso srl. L’attività del gruppo è la formazione
universitaria, secondaria superiore e professionale,
con una capacità di assistenza allo studio
ramificata in tutta Italia ed anche all’estero.
Il fondatore di Cepu, sceso in politica nella sua
regione con Federalismo democratico umbro,
conta amici del calibro di Silvio Berlusconi ed
Antonio Di Pietro, vecchio compagno di convitto
a Fermo dove entrambi prendono il diploma
di perito elettronico. Questi fondò, tra
l’altro, l’Italia dei Valori presso l’hotel biturgense
di proprietà di Polidori e tenne diverse lezioni
all’E-Campus. Tra i docenti dell’università telematica
anche Marcello Dell’Utri, Ubaldo Livolsi,
Vittorio Sgarbi. Mr. Cepu è anche lontano parente
della ex deputata Catia Polidori, salita alla
ribalta dopo aver votato, in dissidio con il suo
gruppo parlamentare (finiano) e con le proprie
affermazioni precedenti il voto, contro la sfiducia
al governo Berlusconi nel 2010, guadagnandosi
così – dicono le malelingue – un posto di sottosegretario
di Stato e poi viceministro del Mise
nel 2011. In quell’occasione c’è pure chi parlò
di corruzione di pubblico ufficiale, mentre venne
definita sospetta l’attività della ministra dell’Istruzione
Mariastella Gelmini riferita al Decreto
di programmazione 2010-2012, che prevedeva
la possibilità per gli atenei telematici di
convertirsi in tradizionali, nonché un sub-emendamento
alla riforma che permetteva di finanziare
le università on-line, come E-Campus, università
telematica non statale riconosciuta nel
2006 con decreto ministeriale da Letizia Moratti
(e con parere contrario del Consiglio universitario
nazionale e del Comitato per la valutazione
del sistema universitario), più volte condannata
dal Tar Lombardia per bandi di concorso illegittimi
e finanziata proprio da Polidori. Nel
2011, comunque, la Corte dei Conti elimina la
possibilità agli atenei telematici di diventare università
a tutti gli effetti. Tre anni dopo l’università
E-campus è oggetto di un’interrogazione parlamentare
riguardante commissari senza titoli che
esaminavano aspiranti professori in meno di
mezz’ora l’uno.
Spulciando un po’ nella galassia Cepu si trova
un intreccio di varie società, holding, partecipate,
controllate, società lussemburghesi, maltesi, spagnole,
panamensi e molto altro. Da Scil srl a
Cesd srl poi Studium srl ad ereditare i marchi,
mentre si susseguono affitti, cessioni, spostamenti
di asset e società inattive per evitare responsabilità
penali e separare la propria figura
da fallimentari gestioni. E così dalla bancarotta
della bad company Scil, in cui sono stati riversati
debiti, cause legali e contenziosi, si passa a depositare
i marchi presso Cesd srl, fondata nel
1995 e più volte al centro di numerose controversie.
L’azienda in questione sfiora un’inchiesta
sulla compravendita di tesi di laurea, finita con
la condanna di alcuni collaboratori esterni nei
primi anni duemila, viene poi sanzionata più
volte dal Garante della privacy per pubblicità
aggressiva e violazione del Codice in materia di
protezione dei dati personali. Non solo. La società,
che ha finanziato lautamente (50mila euro)
la campagna elettorale del senatore Pd Nicola
Latorre, ora Presidente della Commissione difesa
del Senato, a colpi di fallimenti e ultradecennali
contratti a progetto subisce il primo sciopero di
tutor, stanchi dei non diritti riservati alle collaborazioni
e di una retribuzione inadeguata. Era
la sede di Bologna, nel 2008. Gli ex-tutor vengono
indennizzati con 140 mila euro totali.
L’uso dei contratti a progetto e di evasione di
contributi continua.
Sempre dei tutor, questa volta della sede di Firenze,
si rivolgono nel 2013 alla Cgil per vedersi
riconoscere il lavoro subordinato, impugnando
anche il licenziamento che l’azienda inoltra ai
cinque lavoratori toscani (sui 500 tutor stimati
in quella regione) che vogliono solo essere stabilizzati.
Il Tribunale di Firenze riconosce la natura
subordinata del rapporto di lavoro. Simili sono
poi le vertenze di collaboratori dei call center
umbri del gruppo Cepu, come già denunciato
in passato da “micropolis”, dalla sede centrale a
Città di Castello nel 2012 a quelle delle sedi
provinciali di Perugia e Terni nel 2015, procedimenti
passati dal Tribunale ordinario a quello
fallimentare di Roma e tutt’ora aperti. Riguardo
la vicenda del mancato versamento contributivo
nei confronti dei lavoratori atipici di Cesd e
quindi l’impossibilità di percepire disoccupazione
o maternità, dal momento che la stragrande
maggioranza sono donne, il Ministero
del Lavoro ha visto presentarsi sul tavolo numerose
interrogazioni parlamentari tra il 2015 e il
2016: da Scotto di Sel, a Dallai del Partito democratico,
alla Ciprini del Movimento cinque
stelle.
Ma cosa è successo all’attività di Cesd, per far
cadere di nuovo il gruppo Cepu nel baratro? Il
bilancio 2014 segna debiti per quasi 60 milioni
di euro e un indebitamento di 122 milioni (38
verso gli istituti previdenziali, 36 verso l’erario e
24 verso i fornitori). L’assemblea societaria riconduce
le cause al mancato incasso di commesse
con il Ministero della Difesa libico e alla svalutazione
delle partecipazioni in due società controllate.
Le uscite aumentavano mentre il fatturato
scendeva. Tra aprile e luglio 2015 la società
avvia la procedura di licenziamento collettivo di
143 dipendenti (sul totale organico di 226 lavoratori
subordinati) in 66 sedi operative. Dopo
incontri con le organizzazioni sindacali e assemblee
con i lavoratori viene siglato un contratto
di solidarietà ed una conseguente riduzione dell’orario
e della retribuzione pari al 40%, evitando
così i minacciati licenziamenti. Ma ai quasi 2500
collaboratori, alle partite iva e ai somministrati
vengono congelati i compensi arretrati e le retribuzioni,
a causa di un procedimento penale
che blocca i conti della società: l’amministratore
delegato finisce sotto inchiesta per evasione Iva
e per mancato versamento delle trattenute previdenziali,
così il pm Palazzi pone sotto sequestro
preventivo i conti correnti controllati da Cesd e
la procura di Roma apre un’indagine per bancarotta
per distrazione. Sempre ad aprile si affaccia
Studium srl, di proprietà dei figli di Francesco
Polidori, a cui viene affittata tutta l’attività
e i marchi Cesd. Si ripete di nuovo il meccanismo
per cui la società precedente si tiene i debiti
e quella nuova il fatturato, e sembra quasi che
sia una nuova cessione mascherata tesa a facilitare
la ristrutturazione del gruppo. Ad ottobre 2015
viene presentata la richiesta di ammissione in
concordato preventivo, non ammessa dal Tribunale
fallimentare di Roma a febbraio 2016, e
sempre in autunno si susseguono incontri con i
sindacati per la stabilizzazione dei collaboratori
e degli atipici di Cesd, tutt’ora rimasti lettera
morta. I contratti di collaborazione, sui cui si
basa tutto il lavoro pratico del gruppo, vengono
prorogati per evitare i rinnovi contrattuali e a
parte gli impegni formali nulla è ancora cambiato
per i 2463 collaboratori continuativi. Viene siglato
un nuovo accordo di solidarietà con Studium
a novembre 2015, passando ad una riduzione
di orario e retribuzione del 20%. Ed ancora
a gennaio 2017 un ulteriore accordo di solidarietà,
ritornando questa volta alle percentuali di
decurtazione della società fallita e prevedendo
trasferimenti previo accordo con le organizzazioni
sindacali, le quali avranno incontri cadenzati
con la società per la verifica dell’accordo. I
collaboratori, che continuano ad essere reclutati
dall’azienda, hanno solo la certezza di arrivare a
marzo 2017, con stipendi ridicoli percepiti dalla
maggior parte.
Resta ora da chiedersi cosa ne sarà dei dipendenti
al finire della solidarietà in agosto 2017 nonché
se e quanti collaboratori verranno stabilizzati e
inseriti in una forma contrattuale subordinata.
Rimane la curiosità di vedere il bilancio di Studium
e il piano di rilancio della stessa, più volte
annunciato e forse nascosto in un cassetto o mai
chiesto. In tutto questo proliferare di attività
commerciali, giudiziarie e sindacali più o meno
volte a garantire i lavoratori, è sempre venuto a
mancare un “qualcosa”, come se tutto stesse appeso
al desolato filo di un consapevole, inevitabile,
orchestrato disegno. Questo “qualcosa” può
essere individuato nella mancanza di un’energica
reazione da parte di tutti i soggetti in causa,
spesso quasi con un riverente obbligo a non causare
danni diretti o collaterali che siano.

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