Vizi pubblici – Fisiologia del potere in Umbria

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di Renato Covino
Leopoldo Di Girolamo non è più agli
arresti domiciliari. Per il resto la situazione
dell’amministrazione ternana
rimane immutata. Dissesto finanziario, inquinamento,
inchieste giudiziarie pesano come macigni
sulla compagine amministrativa. Resta da
capire quando maggioranza e giunta decideranno
di staccare la spina, se dopo l’approvazione
del piano di risanamento o in autunno.
C’è anche chi invita Di Girolamo ad andare
avanti, ma sarebbe puro accanimento terapeutico.
Potrebbe sembrare che ci si trovi di fronte
ad una situazione patologica, in realtà non è
così. Indipendentemente dagli aspetti giudiziari
si è davanti ad una sorta di fisiologia che attraversa,
ove più ove meno, le diverse situazioni,
presenti nella regione governate, dal centrosinistra
e che, per molti aspetti, non è risolvibile
da amministratori diversi del Pd, semmai meno
legati alla “tradizione” del potere “rosso”.
Le criticità folignati: come ci si gioca
un avanzo di bilancio
Il terzo comune dell’Umbria, Foligno, amministrato
dal centrosinistra, con l’appoggio di
socialisti e centristi, ne è un esempio. In questo
caso non ci sono situazioni di dissesto finanziario,
i bandi d’asta vengono svolti regolarmente,
tanto che spesso vincono cooperative esterne
alla regione e, tuttavia, non sfuggono le difficoltà,
i meccanismi di degrado, l’imperversare
delle logiche e delle ideologie che hanno dominato
l’ultimo ventennio. Alcuni
esempi possono aiutare a comprendere
il continuo stare in bilico della
giunta Mismetti, la costante ricerca
di una maggioranza per l’approvazione
del bilancio e delle scelte dirimenti,
le continue fibrillazioni
della maggioranza e del partito di
maggioranza relativa.
Il bilancio del 2015 si era chiuso
con un moderato, ma non insignificante,
attivo. La cosa sembrava
poter innescare un dibattito virtuoso
sulle cose da fare. Ebbene
l’attivo è rapidamente sfumato. Il
Tar ha condannato il Comune a risarcire
a Coop Centro Italia quattro
milioni di euro per opere di urbanizzazione effettuate
e per danni derivanti dalle modifiche
al progetto urbanistico presentato e approvato.
Contemporaneamente la Coop ha messo in
vendita l’area. In conclusione, e senza entrare
nei dettagli, l’ambizioso, e non privo di rischi,
progetto concordato tra l’amministrazione comunale
e Coop Centro Italia, che prevedeva
una trasformazione non irrilevante di un’area
dismessa e ormai vuota presso il centro storico,
non è più in campo. Non solo, le scelte dell’amministrazione
comportano un azzeramento
dell’avanzo di bilancio e nuovi debiti.
La Foligno impresa lavoro e sviluppo:
costruzione e crisi di una municipalizzata
divenuta azienda
Questo, tuttavia, è solo uno dei problemi che
mettono in difficoltà la giunta Mismetti. Il secondo
è legato alla Foligno impresa lavoro e
sviluppo (Fils), una srl di cui è azionista unico
il Comune di Foligno. Fondata il 12 febbraio
1999 con un capitale di 79.983 euro, è stata
messa in liquidazione il 28 giugno 2016. Essa
occupava 32 operai, di cui 7 con contratto stagionale,
5 tecnici e 8 impiegati. L’azienda svolgeva
le attività tecnico operative di competenza
del Comune (dalla cura del verde alla stamperia
comunale) che prima erano svolte in economia
dal municipio. Al netto degli stagionali oggi gli
addetti sono 36, hanno il contratto degli enti
locali, lavorano esclusivamente a favore del Comune
di Foligno.
La società non è solo in perdita, ma registra debiti
consistenti. Lo sbilancio patrimoniale al 30
settembre 2016 era pari a 744.000 euro, l’utile
netto che a fine 2015 era di -501.000 euro alla
fine di settembre dell’anno successivo era pari
a -334.456 euro. A ciò si aggiungono debiti
con le banche e il Comune e il fisco per circa
due milioni. Insomma, sempre al 30 settembre
2016, la crisi di liquidità raggiungeva 2.829.000
euro, contro un fatturato che nel 2015 era pari
a circa 1.840.000 euro.
E’ facile comprendere come la Fils si configuri
come un vero e proprio colabrodo. La strategia
di uscita dalla crisi che propone il piano industriale
elaborato e presentato in Consiglio qualche
mese fa non è quella di una crescita di redditività
dell’impresa, di un aumento del
fatturato e della produttività, cosa ritenuta impossibile,
quanto quella del contenimento e
della riduzione dei costi. Senza entrare nel dettaglio
si parla di debiti complessivi per
4.663.000 euro, che solo in parte sono compensati
dall’attività. La prima voce di risparmio
che viene presa in considerazione sono i costi
del personale. La proposta della società e del
Comune prevede il passaggio al contratto nazionale
delle società multiservizi industriali (40
ore settimanali contro 36), l’assunzione di 4
addetti che dovrebbero sostituire i 7 stagionali,
il passaggio ad altra società o ente di due unità
(1 impiegato e 1 tecnico), il non rimborso delle
deleghe sindacali riscosse e non versate (25.000
euro) e la rinuncia ai compensi aggiuntivi maturati
(100.000 euro). Il risparmio strutturale
annuale sarebbe di 93.000 euro: una goccia nel
mare.
In compenso si sostiene la necessità di un direttore
generale che, con ogni probabilità, assorbirebbe
buona parte dei risparmi realizzati.
Dalla rottamazione delle cartelle esattoriali dovrebbero
venire 150-200.000 euro, si prevede
inoltre una ricapitalizzazione da parte del Comune
pari ad 1.200.000 euro, mentre dalla
vendita dell’immobile di via IV novembre, oggi
affittato alla Vus, di cui la Fils possiede il 60,6%
(il restante 39,4% è di proprietà municipale),
deriverebbe un introito pari ad 1.277.000 euro.
Insomma il Comune nei fatti dovrebbe rinunciare
ai suoi crediti e la Vus, acquistando l’immobile
(il cui valore è di circa 2 milioni), ripianerebbe
parte delle esposizioni debitorie della
società. In questo modo per il 2017 l’utile di
esercizio dovrebbe essere di 139 mila euro che
salirebbero a 191 mila nel 2018. Naturalmente
non ci sarebbe più il paracadute rappresentato
dai proventi della gestione patrimoniale e tutto
si basa sull’idea che il fatturato rimanga stabile
o in leggera crescita.
In realtà i guai della Fils dipendono dal fatto
che è una società formalmente privata, pur essendo
totalmente pubblica, sottoposta al rischio,
non essendoci concorsi, che aumentino le pratiche
clientelari. Il risultato, intanto, è che per
32 lavoratori ci sono 12 tra impiegati e tecnici
e che, in previsione, su 36 addetti complessivi
11 sarebbero unità tecnico-impiegatizie. Il piano
di risanamento, peraltro, tende ad accentuare
il carattere privatistico della società. Sembra
quasi che siano i lavoratori i colpevoli delle difficoltà
dell’impresa: non una parola sulle criticità
della gestione aziendale, sugli squilibri interni
al personale, sui suoi criteri di assunzione e di
gestione Ma c’è di più. Quello che emerge da
questa vicenda è che privatizzazioni e liberalizzazioni
sono ideologie pericolose, specie quando
sono di facciata e le imprese sono sostanzialmente
pubbliche.
La Valle umbria servizi: come privatizzare
gli utili e socializzare i costi
In compenso qualche settimana fa è stato presentato
il bilancio della Valle umbra servizi
(Vus), una spa anch’essa totalmente pubblica
(il capitale è in mano ai 22 comuni
del comprensorio). Gli utili sono in
crescita (2.343.000 euro; nel 2013
l’utile netto era di circa 1,2 milioni) e
derivano dalla distribuzione di energia
e di acqua, mentre con la raccolta di
rifiuti si rimettono 55.000 mila euro.
Sembrerebbe andare tutto bene e invece
no. Si guadagna troppo poco e
quindi occorre che entrino nel businnes
i privati. E così l’Ato 3 propone
un biodigestore a Casone. L’impianto,
che può trattare 55.000 t di sfalci e di
compost e che ne lavorerà “solo”
50.000, è stato proposto dal pubblico,
ma verrà realizzato, sia per quanto riguarda
la costruzione che l’impiantistica,
da Asja una grande impresa privata che
opera nel settore delle energie rinnovabili a cui
sarà affidata anche la gestione. Peccato che nell’area
di competenza sfalci e compost raggiungano
solo 17.000 tonnellate, per funzionare a
regime si dovranno importare rifiuti da fuori
regione. Analogamente anche la distribuzione
del gas sarà affidata ad un privato: è già stato
bandita una gara, che dovrebbe essere espletata
a breve, per effettuare la scelta.
In altri termini quando le cose vanno male il
pubblico si accolla le perdite e spinge per gestioni
ancor più di carattere privatistico, piuttosto
che riportare all’interno dell’amministrazione
funzioni malamente esternalizzate,
quando si registrano utili si corre affinché nel
gioco entrino i privati.
Una volta si sarebbe parlato di socializzazione
delle perdite e privatizzazione dei profitti, oggi
si deve parlare di accanita perseveranza nell’errore,
della fisiologia di un sistema che usa come
coordinate ideologiche urbanistica contrattata,
concorrenza, liberalizzazione, privatizzazione.
Basta poco perché il gioco sfugga di mano, riproducendo
situazioni come quella di Terni,
ma non solo.

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