Viva il colore – Fascino e poesia nei quadri di Roberto Micheli a Città di Castello

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DSC_9820di Paolo Lupattelli
Circa centomila anni or sono l’uomo
di Neanderthal comincia ad usare il
colore: ocra rossa finemente macinata
da spargere sul corpo dei defunti, un tentativo
di ridare vita al sangue del morto. Toccherà all’homo
sapiens iniziare ad usare i colori per
fini artistici. Ocra rossa, gialla e bianca per dar
vita all’arte rupestre. Poi la caseina, la resina, la
cera d’api usate per stabilizzare i colori prima
di arrivare ai pigmenti vegetali, animali o minerali
per colorare i tessuti o dipingere tele o
affreschi. Nel 1956 un chimico inglese, William
Perkin, scopre la mauveina, il primo colore
sintetico. Da questa data inizia la progressiva
avanzata dei colori industriali fino all’accantonamento
di quelli naturali che per millenni
hanno scritto la storia dell’arte.
Tra colore naturale e colore artificiale c’è “la
stessa differenza che separa una rosa di carta
da una rosa piantata nella terra e cresciuta al
soffio aperto dei venti”- ci spiega Alberto Boatto
– “i colori industriali sono, nella loro essenza,
colori piatti, privi di spessore e mancanti
al proprio interno di qualsiasi oscurità”. La
mostra “Tossiko 2016” inaugurata lo scorso
20 maggio, a Palazzo Bufalini di Città di Castello,
con una conferenza dell’artista e di alcuni
degli autori che hanno dato un contributo al
catalogo, è un omaggio di Roberto Micheli ai
colori tradizionali, tossici ma veri, i protagonisti
di migliaia di capolavori del passato, un omaggio
nostalgico alla memoria del colore in questo
mondo artificiale di plastica. Resterà aperta al
pubblico fino al 5 giugno e il ricavato della
vendita del catalogo Procom sarà interamente
devoluto ad Emergency.
Oltre alle tele di Micheli l’omaggio ai sette colori
tossici è completato dai testi di critici, giornalisti
e scrittori e dalle foto di Diana Martin
e Danilo De Marco tra cui spicca una gigantografia
di Mario Dondero. Nel catalogo il primo
intervento è di Fulvio Abbate che ci aiuta a
comprendere la scrittura pittorica di Roberto
Micheli che richiama l’arte dell’Abstract expressionism
americano ma con una sua particolare
scansione ed una originale tensione. Pennellate
rapide ed incisive, grafia intensa in cui
i fondi vengono usati come spazi. Un astrattismo
che ricorda Malevic, Klee, Kandisky, che
attinge alle emozioni dove la pittura non si
vede ma si sente, dove il colore sprigiona la
forza interiore dell’artista. Un’arte astratta che
ricorda l’Action painting con la sua pittura materiale
e per il gesto del dipingere e al tempo
stesso il Color field painting che si concentra
sulla ricerca estrema del colore. E Micheli sceglie
di giocare nel vasto campo delle materie
colorate con sette colori tossici messi al bando
dai burocrati europei che, nell’incapacità di
realizzare una reale unità, sfornano divieti omologanti
e spesso assurdi in ogni settore.
I colori tossici citati nella mostra hanno un
curriculum di tutto rispetto, affondano le radici
nella storia, sono protagonisti indiscussi di capolavori.
Dopo una secolare battaglia sono stati
messi al bando dalla chimica e dagli interessi
della moderna industria. Ecco i reprobi: si va
dai lapislazzuli usati da Michelangelo nella
Cappella Sistina per realizzare la volta celeste
all’orpimento, conosciuto anche con il nome
di oropimento, giallo di zolfo, giallo del re,
giallo di Parigi o di Spagna. Il cadmio, usato
per dare persistenza al colore, alla base dei gialli
vivi di Van Gogh o di Matisse; il minio usato
fin dai tempi dell’antica Roma con il nome
rosso di piombo, rosso di Parigi, rosso di Saturno
o sandaraco; il cinabro usato in pittura
per produrre il pigmento vermiglione; il risigallo
usato per produrre il pigmento risigallo,
risigale e sandaraca. Ed infine la biacca, molto
usata nell’antichità e denominata con diversi
nomi: bianco d’argento, bianco d’Amburgo,
bianco di Genova, bianco di Londra, bianco
di piombo e cerussite. E dalla biacca scrive un
divertente e appassionato commiato il giornalista
Luca Villoresi: “E’ giusto salutarla con il
dovuto rispetto, con la riconoscenza dovuta al
più antico bianco della storia. Il nome viene
dal longobardo e significa pallido. Ma la nascita
della biacca risale a molti secoli prima. […]
Facile da preparare (la ricetta, a parte le variazioni,
contempla sostanzialmente piombo e
aceto), facile da usare, robusta ed economica
la biacca è stata peraltro molto utilizzata anche
al di fuori delle tavolozze, ad esempio come
un cosmetico, o come canonico fondo maschera
degli attori dei teatri greci e romani.
[…] La biacca è troppo popolare, se non popolaresca.
Non a caso si è sempre prestata al
pennello, ma anche alla pennellessa. E prima
dell’avvento delle vernici spray, si prestava a
tracciare sui muri quelle scritte bianche, essenziali
come certe maiuscole sbavate. Viva e abbasso.
La biacca è morta. Viva la biacca”.
Il catalogo contiene anche un divertissement
di Massimo Bucchi che ironizza sul mondo
dell’arte e una presentazione di Aldo Canale
che gioca sulle sensazioni che può generare il
colore, come la cromofobia, “la paura di chi
vede nel colore passionalità indecente e corruttiva,
un sentimento ignobile che ha trovato
in Le Corbusier il suo testimonial esemplare.
Profeta dell’assonnante grigiore, fu classista,
razzista ed antifemminista. Un genio del male”.
Di Micheli, Aldo Canale dice che questa mostra
è solo una sosta di un artista in transito
permanente e disorientante nei linguaggi dell’arte.
Chi ha un animo gentile è inevitabilmente
coraggioso e “quanto alla declamata difesa
della tossicità dei colori è un escamotage.
Da tempo Roberto ha deciso che il quadro è
una prigione. […] Roberto non può certo temere
la tossicità di un tubetto di colore decretata
dai burosauri europei ai quali è stata delegata
la funzione di esecutori testamentari della
decadenza occidentale. Cos’altro mai dovrebbero
fare in un’Europa più che mai lecorbusiana?”
E ci piace chiudere queste brevi note con i Colori
nascosti, la testimonianza di Alberto Barelli
che ci racconta i sequestri di quadri della polizia
israeliana a Ramallah. Se un quadro contiene
contemporaneamente il bianco, il verde, il rosso
e il nero della bandiera palestinese viene inesorabilmente
sequestrato. Una volontà discriminatoria
che arriva a cancellare i colori dell’identità
nazionale palestinese anche se usati
casualmente in un dipinto. Una testimonianza
impressionante che la dice lunga sulla forza
evocativa del colore.
Il colore che ci stimola passioni, suscita profondità,
influenza i nostri umori, ci regala poesia
e libertà. Quella forza che sprigiona dai colori
di ogni quadro di Micheli e dalle sue
pennellate violente e ritmate che fanno pensare
alla musica intensa e alla fisicità con la quale
abbraccia e colpisce il pianoforte Keith Jarrett.
Colori usati per uscire dai confini della prigione
immediata delle cornici e dalle barriere che ci
siamo inventati nella prigione della grigia vita
di plastica. Attenzione per ottenere poesia, passione,
libertà e risultati soddisfacenti

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