Un’amministrazione regionale inutile

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Ci mancavano solo le polveri sottili, nei
confronti delle quali le amministrazioni
comunali di Terni e Foligno,
come del resto quelle di altre aree d’Italia, non
riescono a trovare soluzioni efficaci sia pur provvisorie,
per aggiungere precarietà ad una situazione
già precaria. Esse sono la dimostrazione
palese di come l’Umbria e le sue città siano ormai
entrate a far parte della storia del paese,
perdendo ogni aureola di diversità. Le polveri
sono il frutto di problemi lasciati a lungo marcire,
rispetto ai quali nessuno ha saputo o voluto
prendere per tempo misure efficaci. Il gioco è
sempre quello. Minimizzare, occultare, scaricare
le responsabilità del presente e del passato. Così
è su tutto.
La Gesenu e i suoi vertici vengono posti sotto
inchiesta con il sospetto di essere collusi con
circuiti criminali? “Noi non c’entriamo niente,
è colpa di altri, semmai siciliani e sardi”; per
fare una commissione d’inchiesta c’è voluto del
bello e del buono: “Non vorremmo intralciare
il lavoro della magistratura”. La statale della Val
di Chienti si rivela un verminaio di furti e corruzione
e viene messa sotto inchiesta dalla magistratura?
“Noi non abbiamo colpe, chiedete
all’Anas”, la governatrice si limita a tagliere nastri.
Scoppia lo scandalo della truffa delle banche?
Ci si limita a votare tutti insieme un ordine
del giorno, per il resto muti come pesci: “Non
abbiamo competenze”, anzi si alimenta la congiura
del silenzio. Scoppia nell’orvietano la questione
della geotermia ed arriva in Regione? Si
blocca ogni decisione e parere in attesa che decida
il governo per poter dire ancora una volta:
“Non possiamo far nulla”, come si sa ubi maior
minor cessat. Se scioperano i lavoratori della sanità
è cosa che non riguarda la Regione, come
poco la riguardano le situazioni di crisi. Gli
esempi potrebbero continuare con il Piano trasporti,
l’assenza di discariche, la questione degli
inceneritori e via dicendo. Nessuna reazione,
nessuna vicinanza con i cittadini, con i lavoratori,
con le vittime delle banche.
Di cosa si occupi la Regione se non della macroregione
e di battibecchi con le minoranze,
in primis con i pentastellati, è cosa arcana,
oscura. Ma forse questa nonchalance dipende
dalla convinzione che le cose stanno migliorando.
Del resto non stanno aumentando i consumi
degli umbri? Il turismo non è cresciuto?
Le produzioni tipiche non stanno sfondando
sui mercati internazionali? Persino i cinesi sono
innamorati dell’Umbria. Basta migliorare l’efficienza
e l’efficacia della macchina pubblica,
accorpare, centralizzare, razionalizzare e tutto
si rimetterà a posto; poi arriveranno i soldi dell’Europa
che aiuteranno la ripresa. Già, la ripresa,
l’impresa creativa, le start up. Solo che
gli ultimi dati Istat attestano una crescita del
Pil regionale pari ad un +0,4% dopo anni neri
di recessione, quando le previsioni nazionali
erano stimate al +0,9%; i salari annui medi
lordi sono poco al di sopra dei 25 mila euro, al
penultimo posto in Italia; disoccupati e cassaintegrati
non accennano a diminuire. Insomma
gli indicatori economici non dovrebbero
suscitare molto ottimismo. Allora perché non
se ne prende atto, non si prova a dare una risposta,
non si tenta almeno di fare quel poco
che si può per alleviare una situazione critica?
Perché non si dice la verità? I motivi sono vari
e diversi.
Il primo è la convinzione di essere sostanzialmente
impotenti di fronte alla crisi e ai vincoli
dell’Unione europea. Al massimo si può limitare
il danno. Il secondo è una sorta di cupidigia di
servilismo – come affermò Vittorio Emanuele
Orlando a proposito dell’atteggiamento di un
governo centrista presieduto da De Gasperi nei
confronti degli Usa – nei confronti del governo
e dei poteri centrali. Il terzo è il fatto che oggi
la politica locale non viene più concepita come
arte del possibile, ma come amministrazione
dell’esistente.
Infine maggioranza e governo regionali sono
completamente interni alla narrazione renziana,
compresa la versione che nega un ruolo di qualche
rilevanza alle autonomie locali, riducendole
a passa ordini o meglio a passa carte, luoghi di
corruttela da risanare.
Se è così appare evidente che questa amministrazione
regionale, come del resto gran parte
delle altre, sia da una parte un orpello dall’altra
testimoni la sua evidente inutilità. E’ destinata
a fare poco e nulla, aiutata in questo dallo stato
desolante delle finanze pubbliche, dal discredito
che gode tra i cittadini, da una disaffezione crescente
che attraversa la società nei confronti
delle istituzioni. Gli umbri sanno ormai di non
poter più contare sui loro rappresentanti e in
sempre meno si recano a votare, pensano – in
parte sbagliando – che la politica non sia più in
grado di aiutarli a uscire dalle difficoltà del presente,
si rifugiano nelle famiglie e nelle comunità
dove operano vincoli solidaristici spesso
primitivi.
Comuni e Regioni sono percepiti come luoghi
ostili, a cui pagare tasse e balzelli sempre più
alti, che erogano sempre meno servizi, dove imperano
burocrazia e procedure a volte assurde.
Si dirà che non è vero, che non sono tutti uguali,
che esistono differenze sostanziali tra destra e
sinistra, tra populismo e capacità di governo.
Se è così si provi a spiegarlo ai governati, ai cittadini.
Sarebbe perlomeno un utile esercizio di
umiltà.

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