Una chance per le aree interne – Al via i progetti pilota

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di Girolamo Ferrante

La politica umbra non sembra appassionarsi
più di tanto alla “Strategia delle
Aree interne”. Forse il tema odora di décadence,
rischiando di contaminare l’incantesimo
della dolcissima Arcadia umbra, celebrata dalle immagini
Sensational di McCurry. Oppure perché
l’area-pilota sperimentale coincide in larga parte
con l’Orvietano, terra, com’è noto, “diversamente
umbra”. Ma al di là del costume c’è una ragione
più seria: l’impermeabilità della matrice culturale
che informa le politiche regionali di programmazione.
Impermeabilità a tutto ciò che è difforme
dal mainstream burocratico, dall’ortodossia neoliberista,
dal convenzionale. Contribuisce anche la
scarsità di risorse destinate ai progetti dell’area-pilota:
3,7 mln di euro dalla Legge di stabilità e circa
8 mln, da qui al 2020, dai fondi europei Fears, Fse
e Fesr. La “Strategie delle Aree interne” è un’idea
di Fabrizio Barca. Nel 2012 l’allora Ministro della
coesione prende sul serio Manlio Rossi-Doria e le
metafore dell’osso (aree interne) e della polpa (le
zone costiere e pianure). Barca rileva gli esiti (infausti)
del rapporto squilibrato tra osso e polpa nel
Meridione, scoprendo che fenomeni analoghi si
stanno verificando, seppur con minor evidenza,
anche in altre zone d’Italia, che spesso hanno subito
il combinato disposto di illusioni e aggressioni.
L’Arcadia, vissuta dagli abitatori metropolitani nei
week-end, a volte si trasforma in una specie di
verde esilio dai diritti e dalle opportunità. E quando
si esce dal pittoresco i dati raccontano una storia
di lento e inesorabile processo di erosione che coinvolge
il territorio, le comunità, i saperi tradizionali.
Le aggressioni coincidono con le politiche di sviluppo
che negli ultimi vent’anni hanno spalmato
sulle campagne quantità stellari di cemento e, in
tempi recenti, dubbie operazioni legate alle energie
rinnovabili.
Da qui, una strategia nazionale per rimettere in
equilibrio i tre assi dello sviluppo: le città, il Sud e
le Aree interne. Per Area interna i documenti ministeriali
intendono “quella parte del territorio nazionale
distante dai centri di agglomerazione e di
servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma al
tempo stesso dotata di risorse che mancano alle
aree centrali, ‘rugosa’, con problemi demografici
ma al tempo stesso fortemente policentrica e con
elevato potenziale di attrazione”. Una sintesi esemplare
di minacce e opportunità su cui intervenire
con misure ad hoc. Le aree sono state individuate
secondo indicatori oggettivi (demografici, geografici,
sanitari, scolastici, produttivi) e, di concerto
con le regioni, selezionate in vista di una prima
fase “prototipale”.
L’obiettivo è invertire nel prossimo decennio il
trend demografico negativo attraverso una duplice
azione di promozione del mercato e ripristino di
cittadinanza. La prima azione punta sulle iniziative
di sviluppo locale; la seconda sul riequilibrio dell’offerta
dei servizi di base – scuola, mobilità, salute
e connettività a banda larga – concepiti come “precondizioni
dello sviluppo”.
Dalla ripresa demografica ci si attende una serie di
retroazioni positive: riutilizzo del capitale territoriale,
ricostituzione della vitalità delle comunità locali,
efficienza dei servizi di base, custodia degli equilibri
agro-forestali e idrogeologici.
L’idea è buona. Nel principale documento ministeriale
qualche perfida manina introduce addirittura
il tema della civilizzazione del mercato e dell’esigenza
di rieducarlo in verso fini coerenti con la
“sostanza umana e naturale” della società. Del resto
alle prime fasi del progetto partecipano, oltre a economisti
statistici e demografi e geologi, storici (Piero
Bevilacqua) e poeti-paesologi (Franco Arminio), e
di questo métissage qualcosa nei documenti è rimasto:
nelle pratiche, per ora, un po’ meno.
Veniamo allora all’Umbria e alle sue tre zone interne:
Umbria sud-ovest, Umbria nord-est e Valnerina.
A inaugurare il percorso di programmazione
sarà la prima, con Orvieto a far da baricentro tra
Città della Pieve-Alto Orvietano e l’area dalla Bassa
Teverina. Venti comuni, la terza area interna d’Italia
per numero di abitanti, la quarta per superficie.
Tra pochi giorni sarà consegnata alla Regione e al
Dipartimento per la Coesione la “Strategia d’Area”
che, successivamente affinata, condurrà alla firma
dell’Accordo di programma quadro, dentro il quale
saranno indicati priorità e progetti fondamentali
in relazione sia ai servizi di cittadinanza sia allo sviluppo
locale.
Il percorso si presenta lungo e complesso. Per quel
che ci è sembrato di vedere, e saremmo felici di essere
smentiti dai fatti, l’esito resta ambiguo. Un
po’ perché l’antico riflesso pavloviano – “ci sono i
soldi da spartire!” – è sempre in agguato; un po’
perché i percorsi d’integrazione delle politiche di
area non sono esattamente il punto di forza di queste
terre. La Regione Umbria ha in qualche modo
accentuato quest’ultima difficoltà, mischiando
“mele e pere”, vale a dire territori che storicamente
si riconoscono in diverse centralità (forse ha interferito
la discussione sulla legge elettorale). In ogni
caso è difficile avviare una programmazione strategica
comune in un territorio geloso delle proprie
prerogative municipali: prova ne sia la difficoltà
con cui sono state individuate le due funzioni da
associare obbligatoriamente (catasto e protezione
civile). In ogni caso, fuori dagli uffici comunali c’è
vita e il nuovo potrebbe venire anche proprio dalle
forme auto-organizzate della società.
La “Bozza di strategia dell’area interna pilota” dell’Umbria
sud-ovest, propedeutica alla “Strategia”
vera e propria, è un documento che indica le criticità,
l’idea guida, le soluzioni. L’idea guida è “un
approccio integrato alla filiera della conoscenza, tra
innovazione e tradizione”. La definizione lascia un
po’ perplessi, e il risultato è una sommatoria di
progetti piuttosto che un disegno sistemico. “Il
contenuto della Bozza di strategia – commenta il
Comitato tecnico del Dipartimento – è? molto ricco
ma manca ancora un’idea guida che racconti l’area,
le singole cose interessanti appaiono come tantissimi
frammenti scollegati. Bisogna selezionare”. L’impressione
è che il termine “conoscenza” sia una
vernice postmoderna per coprire la tenace resistenza
del “particulare”.
A noi pare che alle spalle di questi frammenti programmatici
agisca il consueto “frame” egemonico
“californiano” in salsa umbra, per cui l’unico sviluppo
è rappresentato dalle start up, possibilmente
digitali. Ma come queste possano diventare volano
di sviluppo di un’intera area è un vero mistero. La
difficoltà è segnalata anche da un commento del
Comitato: “Immettere ideologia e strumenti del
mondo start up in un’area interna a bassa capacita?
imprenditoriale, cosi? come si legge nel paragrafo
Sapienze locali, arte del fare, innovazioni, puo? essere
una sperimentazione interessante, ma occorre un
ragionamento approfondito su come si declina il
mondo start up in un contesto quale un’area interna”.
Tutto ciò è degno di attenzione perché dovrebbe
obbligare tutti, non solo i comuni, a ripensare
strumenti, metodi e obiettivi, a cominciare
dalla Regione Umbria.
Non è pensabile di risolvere problemi di portata
storica costringendoli nel letto di Procuste della
burocrazia, delle start up innovative e dei manuali
di progettazione europea. I territori, specie quelli
più fragili, dovrebbero poter contare su un contributo
di persone e di intelligenze messe al lavoro sul
campo e non chiuse dentro il Broletto o a Piazza
Italia. C’è l’università, ci sono i ricercatori autonomi,
gli animatori (senza scopo di lucro) dello
sviluppo… Serve più coraggio, più conoscenza dei
territori e della loro storia, più virtù sperimentali.
E dopo i sogni californiani diventa di un certo interesse
capire come si faceva territorio al tempo di
Papa Re e del Granduca di Toscana.

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