Una battaglia di civiltà

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di Marta Melellilegalize
Prosegue l’iter della proposta di legge
sulla legalizzazione della cannabis in
Italia che consente l’uso terapeutico e
ricreativo della cannabis e dei suoi derivati e ne
regolamenta l’utilizzo e il possesso entro determinati
vincoli e condizioni. Nella proposta presentata
il luglio scorso viene altresì normata
l’autoproduzione e la produzione/distribuzione,
a cui verrà applicato un regime di monopolio
di Stato come per alcol e tabacchi. L’iniziativa
è sostenuta in modo trasversale dall’arco parlamentare,
con contrarietà e polemiche molto
marcate nella Lega e in Area popolare che hanno
presentato più di 1500 emendamenti a carattere
soppressivo per rallentarne la discussione. A essere
contrari anche due ministri, Costa e Lorenzin.
Va invece tenuta alta l’attenzione su questo possibile
cambiamento di approccio legislativo, che
lega a sé diritti (salute e giustizia sopra tutti),
legalità e lavoro. Mettendo da parte le riserve
ideologiche e spesso ipocrite dei detrattori del
provvedimento, la realtà dei fatti ci viene presentata
da dati certi: l’Ufficio delle Nazioni
Unite per il controllo della droga e la prevenzione
del crimine ha stimato che in Italia ci
sono 3 milioni di consumatori abituali, e le statistiche
rilevano come la domanda di cannabis
sia in crescita.
Nella lotta alle droghe leggere sia la Direzione
nazionale antimafia che il primo sindacato di
polizia, il Siulp, sostengono come il proibizionismo
abbia fallito, non riuscendo a scalfire il
problema, pur impiegando il doppio delle risorse
umane e finanziarie messe a disposizione
per contrastare droghe pesanti e riciclaggio. Il
degrado nelle nostre città persiste, come ha sottolineato
il presidente dell’Aduc, malgrado gli
enormi sforzi messi in campo contro l’offerta
di droga.
Va posto rilievo al fatto che legalizzare non equivale
ad incentivare il consumo di cannabis, le
statistiche indicano infatti il contrario con
esempi che vanno dal Colorado, al Portogallo,
all’Olanda all’Uruguay. Sempre secondo la Dna,
la politica repressiva adottata in questi anni
nella lotta alla droga ha contribuito alla fascinazione
del prodotto, incentivandone la domanda.
Lo spaccio di strada continua indisturbato,
attirando a sé sempre più giovani e
giovanissimi che per soddisfare il proprio bisogno
si improvvisano spacciatori, venendo a contatto
così con sostanze ben più nocive e pericolose,
e con ambienti malavitosi e di criminalità
organizzata, legati ai terrorismi internazionali
ed integralisti. La produzione di cannabis in
Afghanistan è infatti collegata direttamente all’Isis,
e contribuisce ad ingrassare il traffico di
armi e di sostanze pesanti.
Una buona legislazione che liberalizzi l’uso delle
droghe leggere, vietate per i minori e nei luoghi
pubblici, consentirebbe un maggior controllo
sul consumo, mettendo al riparo soprattutto i
giovani che ne fanno uso da rischi per la propria
salute e dal rischio di intrecci con realtà illegali;
di questo parere è Raffaele Cantone, presidente
dell’Autorità nazionale anticorruzione. Marijuana
ed hashish venduti nelle nostre strade
presentano infatti al loro interno sterco, additivi,
pesticidi, paraffina, alluminio, cadmio, vetro.
Una vendita controllata dallo Stato consentirebbe
una minor trattazione chimica del
prodotto. La proposta di legge prende in esame
la legalizzazione non solo dell’uso terapeutico,
i cui effetti sono scientificamente rilevati, quali
quelli contro l’artrite, il Parkinson, la Sla, l’Alzheimer,
numerosi sclerosi, ovvero antidolorifici
e analgesici, ma come già detto anche quello
ricreativo, che ha come conseguenza la sottrazione
di una importante fonte di ricchezza alla
criminalità. L’indotto che potrebbe essere creato
dalla legalizzazione e portato nelle casse dello
Stato è ingente. Dall’Istat ci suggeriscono che
si spendono ogni anno circa 2 miliardi e mezzo
per derivati di cannabis. Piero David e Ferdinando
Ofria, due economisti dell’Università di
Messina, hanno quantificato il guadagno per
lo Stato in 8,5 miliardi di euro annui, tra gettito
fiscale aggiuntivo e risparmio sui costi delle
forze dell’ordine e della magistratura. L’economista
Marco Rossi della Sapienza di Roma ha
elaborato una stima meno ottimistica, 5,5 miliardi
all’anno, una cifra comunque rilevante.
Ridimensionare il mercato illegale tramite la
legalizzazione della cannabis libererebbe risorse
nel settore della Giustizia e nei comparti della
Pubblica amministrazione, ridurrebbe il sovraffollamento
delle nostre carceri e farebbe emergere
transazioni fino ad ora invisibili, incrementando
sensibilmente anche il Pil.
Concentrare gli sforzi contro le sostanze più
pesanti e sintetiche e togliere alla criminalità
organizzata una fetta consistente di profitti che
inquinano l’economia legale dovrebbe essere la
visione lungimirante di uno Stato che punta al
cuore concreto del problema. Regolare l’autoproduzione,
individuale ed associata senza scopo
di lucro, ed autorizzare enti, persone giuridiche
private, istituti universitari, laboratori pubblici
alla coltivazione alla commercializzazione della
cannabis all’interno di un regime di monopolio
statale e in appositi locali creerebbe ricerca e
lavoro. Coldiretti ha stimato all’incirca 10mila
posti di lavoro per la coltivazione sui mille ettari
di serre attualmente in disuso in Italia, se il disegno
di legge fosse approvato. Posti di lavoro
che si avrebbero dai campi al laboratorio al negozio,
una filiera italiana al 100% nella coltivazione
produzione/distribuzione e vendita della
cannabis che porterebbe a sé potenzialità
enormi. Nella prima metà del secolo scorso
l’Italia era seconda per produzione mondiale
della canapa tessile, varietà simile e con le medesime
proprietà benefiche per il terreno della
cannabis oggetto della proposta di legge.
E’ arrivato il momento di una radicale inversione
di rotta per concentrare energie e risorse
sui pericoli veri per

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