Un viaggio in Umbria. La Valnerina (5) Le opportunità del terremoto

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di Franco Calistri, Renato Covino, Osvaldo Fressoia,

In ogni terremoto si confrontano due ipotesi. La prima pessimista che vede l’effetto distrut
tivo del sisma e sottolinea le difficoltà della ricostruzione, le inefficienze dello Stato, le carenze di risorse. La seconda che individua in esso la possibilità di un volano di crescita economica, un moltiplicatore – grazie all’investimento pubblico, mai sufficiente, ma comunque cospicuo – di attività economiche. In entrambi i casi il soggetto è il settore pubblico e l’obiettivo è quello di ritornare alla situazione ex ante, semmai migliorandola per quanto si può. Non si iscrive a nessuna delle due correnti di pensiero Vincenzo Bianconi, comproprietario della società di famiglia “Bianconi ospitalità”. L’azienda, prima del terremoto, possedeva 4 alberghi, un residence, due dépendance, un ristorante. Complessivamente aveva 220 posti letto disponibili. Oggi 2 alberghi sono da demolire, uno da ristrutturare integralmente, l’unica struttura aperta e funzionante è l’Hotel Seneca, un albergo 4 stelle con annessa Spa annoverato come uno dei 50 migliori alberghi d’Italia e che recentemente ha ricevuto un riconoscimento prestigioso negli Stati Uniti. Complessivamente tra l’hotel e le dépendance i posti letto si sono ridotti a 31. Gli occupati, che prima delle scosse erano 85, oggi sono una ventina di meno, resistono grazie al fatto che l’azienda fornisce pasti alla comunità. Potrebbe sembrare una débacle, ma Vincenzo Bianconi non la vede così. Il tempo trascorso dal terremoto al rientro in palazzo Seneca (febbraio 2016) è stato – sostiene – il tempo necessario per chiedersi cosa fare, un tempo di utile riflessione sulle criticità aziendali, ma più in generale sul “modello” Norcia. A suo parere quest’ultimo e il prodotto turistico, culturale, produttivo cui aveva dato vita era giunto a maturità. La stagione 2016 era stata – fino al 24 agosto – la migliore degli ultimi dieci anni, finalmente Norcia era divenuta una destinazione turistica, conquistando una propria identità; certo c’era la necessità di una ulteriore commercializzazione del prodotto, di garantirne l’evoluzione, ma sostanzialmente i dati erano positivi. Tuttavia in questo percorso era latente un rischio: quello di diventare un luogo come ce ne sono molti altri, che progressivamente perde la propria identità. Insomma, indipendentemente dal terremoto, c’erano scelte da fare, il sisma ha accelerato questa necessità ed offerto un’opportunità. Il prodotto Norcia era un prodotto a termine, cosa non facile da dire per i sacrifici fatti dagli operatori per arrivare a questo punto. Si trattava e si tratta di costruire un percorso di autenticità esperienziale che non riguarda solo scelte aziendali, ma che si deve configurare come un nuovo modello di sviluppo, coinvolgendo la comunità, la società. Norcia può raccontare una storia di buona gestione della comunità. E’ questo il nuovo prodotto: un luogo che diventa un modello unico e virtuoso. Il terremoto rappresenta il punto più basso raggiunto che, tuttavia, può diventare un’occasione per ricompattare la città, per pensare azioni da dispiegare nel medio-lungo periodo. Si tratta di lasciare un mondo per ritornarci, selezionando le proprie radici reali, come hanno fatto e stanno facendo le parti più fragili della comunità: le mamme e i bambini. Gli esempi sono molteplici, uno di questi è quanto è avvenuto nel settore alimentare. Qui si è verificato un fatto nuovo. I meccanismi di solidarietà hanno incentivato la vendita del prodotto tipico. A Natale si sono moltiplicati i cesti regalo, gli stabilimenti hanno lavorato a pieno ritmo. Certo terremotati, ma il prodotto penetrava in ambienti diversi da quelli definiti dai circuiti abituali, si poteva esportare, vendere attraverso la rete. E del resto il brand Norcia continua a funzionare e riproporsi, come ha dimostrato l’ultima edizione di Nero Norcia, la fiera del tartufo, tenutasi a febbraio in condizioni per alcuni aspetti proibitive ma a cui hanno partecipato oltre 5.000 persone. Un ulteriore esempio è che di fronte ad una riduzione di ¾ del patrimonio turistico, dei posti letto, ad agosto, di notte, la città era piena. Gli oriundi sono tornati. Ciò innesca tra gli imprenditori, ma più in generale nella città, la voglia di ricominciare, di riprovarci. Ne deriva la necessità di rimettersi in discussione, di riflettere sulle aree chiave, di aprire tavoli di discussione per chi non vuole lamentarsi, ma trovare vie di uscita. Il primo tavolo che si è aperto è stato quello in cui pensare, ideare, eventi e azioni; da qui è nato un consorzio allargato di imprenditori, il nome è significativo We are Norcia, di cui è presidente Roberto Canali della Mulattiera, una cooperativa di guide turistiche che opera nel Parco dei Monti Sibillini proponendo itinerari da percorrere con muli e asini. A cascata è stata costituita un’associazione, I love Norcia, con l’obiettivo di redigere un progetto d’area ambizioso, capace di andare oltre l’emergenza, di cui l’associazione sia garante. Il consiglio d’amministrazione di quest’ultima è rappresentativo di tutte le anime della città – dal parroco allo studente alle autorità scolastiche, dal sindaco a rappresentanti dell’opposizione, ecc. Quello che conta è la base valoriale che è unica e si basa su sostenibilità, salute, impatto zero, ecc. Da ciò nasce il progetto Arca finalizzato alla realizzazione di un luogo di comunità sicura. E’ stato coinvolto Renzo Piano che ha proposto un’idea progettuale, interessando l’Ordine degli architetti che ha promosso, finanziandolo, un progetto pilota diviso in due fasi: nella prima tutti possono partecipare con la propria idea abbozzata, nella seconda i cinque finalisti dovrebbero proporre un preliminare. A questo punto il progetto passerebbe all’amministrazione comunale che dovrebbe reperire le risorse. Ma I love Norcia non limita a questo la sua attività, punta a costruire forme di protagonismo civile come volano di iniziative, per fare della città un punto di eccellenza. I temi su cui impegnarsi sono quelli della formazione, della socialità, della imprenditorialità, della costruzione di un distretto biologico. Quest’ultimo presuppone un’unità d’intenti tra i diversi attori e con l’amministrazione comunale, cui si chiede di rifornire di prodotto biologico le mense scolastiche. Anche per la certificazione, si propone un percorso diverso da quello abituale: non più affidata ad un ente, ma ad un pool di strutture. La ratio di tale processo è coinvolgere più forze, più identità e più esperienze attraverso cui definire una unicità, collocando tutti all’interno di una specifica dimensione. In tale quadro lo stesso preteso isolamento della Valnerina da handicap può trasformarsi in opportunità, filtro per una utenza che vuole fare una esperienza autentica. Peraltro persino in una situazione difficile come quella vissuta nell’ultimo anno la presenza turistica non è crollata, si è sedimentata su livelli analoghi a quelli di Perugia, con una media annua pari al 50% dei letti disponibili occupati. Al tempo stesso l’autenticità e l’unicità implicano trasparenza. L’esempio è quello relativo alla lavorazione del maiale, che oggi ha il marchio Igp. In realtà in Valnerina non si allevano molti maiali, nonostante la riscoperta recente di razze autoctone come il cinturello, che però viene allevato in pochi esemplari. La specificità è rappresentata dalla lavorazione e dall’asciugatura. I prosciutti freschi provengono da Bettona, da altre zone d’Italia, dall’Olanda, dai paesi dell’Europa dell’Est. La questione è però che il salume deve essere tracciabile, ossia devono essere trasparenti provenienza e metodi di lavorazione. Come è facile comprendere quella di Vincenzo Bianconi è una proposta evoluta, basata sulla qualità più che sulla quantità, su un uso selettivo delle risorse, sul coinvolgimento e la partecipazione della comunità. In tal senso il terremoto è un’occasione, un momento di ripartenza, un nuovo inizio. La diversità rispetto al passato è l’attivazione non solo e non tanto delle istituzioni, cui spetta un ruolo non esclusivo di comprimario, ma dello spirito di protagonismo dei cittadini, delle associazioni, delle imprese. L’augurio è che funzioni, che non sia solo un auspicio. (continua)

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