Un viaggio in Umbria, La Valnerina (7).L’impegno della solidarietà

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di Franco Calistri, Renato Covino, Osvaldo Fressoia

Angelini Paroli ha sottolineato come quello che ha veramente funzionato sia stato il cuore degli italiani, contro istituzioni ingessate e burocraticamente bloccate. In mezzo a questi due poli c’è una terza via: quella di un impegno solidale strutturato, che risponde alle necessità immediate con l’obiettivo di costruire un’autonomia sociale che diviene anche organizzazione, protesta, vertenzialità. E stato quello che hanno cercato di fare nel cratere del terremoto le Brigate di solidarietà attiva. Le Brigate nascono per iniziativa di alcuni militanti dei centri sociali e di Rifondazione comunista in occasione del terremoto de L’Aquila del 2009. Si caratterizzano come una rete, orizzontale, non gerarchizzata, di poli autonomi che comprendono alcune centinaia di persone. La prassi è una sorta di rottura con la militanza classica. Inchiesta e pratica dell’obiettivo costituiscono i cardini della loro iniziativa. L’obiettivo è quello di costruire momenti di auto organizzazione popolare. I settori di azione delle Brigate sono il lavoro, l’integrazione, l’antifascismo, l’intervento concreto nelle realtà emergenziali (alluvioni, terremoti, disastri naturali) con distribuzione di generi di prima necessità ed erogazione di servizi essenziali, fornendo nello stesso tempo alle comunità e ai cittadini, altrimenti ignari, informazioni sulla legislazione in itinere e sui propri diritti. E’ questo che li ha fatti definire erroneamente come “Caritas rossa”, definizione che i “briganti” delle Bsa – così vogliono essere definiti – rifiutano. La loro azione è, invece, volta a creare forme di mutualismo e di solidarietà che consentano la costituzione di comitati di cittadini informati e consapevoli, capaci di aprire motivatamente momenti di conflitto. Dopo il terremoto che ha colpito l’Appennino centrale le Brigate hanno installato due “campi base”, uno ad Amatrice e l’altro a Norcia, e due poli logistici: a Colli del Tronto e a Fermo. Hanno anche organizzato una filiera di acquisto dei prodotti locali da commercializzare attraverso i gruppi d’acquisto popolare. Si tratta insomma di una ripresa di pratiche antiche del movimento popolare che passano attraverso forme mutualistiche e solidariste. Rispetto all’attività che si è svolta nel periodo post sisma ci dicono: “Durante il terremoto abbiamo distribuito di tutto. Dai generi alimentari alle roulotte. Abbiamo tolto la neve dalle strade e dato una mano ai comitati dei terremotati per organizzare le proteste e la presa di voce delle comunità”. Le Brigate funzionano economicamente attraverso i social network che utilizzano per raccogliere sottoscrizioni,azione che definiscono “dal popolo per il popolo”. Da questo punto di vista non si può non sottolineare la trasparenza per quello che riguarda i finanziamenti ed il modo in cui vengono spesi. I soldi entrati come sottoscrizioni dal 31 agosto 2016 al 6 settembre 2017 sono stati pari a 195.371 euro, le spese 163.801,22 euro. Su PayPal sono transitati 7.875 euro, di cui ne sono stati utilizzati 308,16. Il bilancio è on line. Interessante è anche la tipologia dei sottoscrittori: persone, sezioni di partito, collettivi, tifoserie, partecipanti a cene per raccogliere fondi per i terremotati. Piccole contribuzione, la più consisitente non supera i 5.000 euro. Ugualmente interessante è la verifica di quali merci e servizi vengano acquistati: le spese principali riguardano generi di prima necessità e trasporti. Ma accanto all’aiuto materiale si colloca la vicinanza alle popolazioni che avviene attraverso le “staffette” che consegnano i generi di conforto, l’attività di spalatura della neve nel periodo invernale in luoghi isolati, ecc. Ciò ha portato a rapporti con associazioni e singoli che hanno visto nelle brigate una struttura affidabile. Il giudizio sull’intervento dello Stato è fortemente critico. Ci dicono: “Il terremoto all’inizio livella tutti, alla fine raddoppia la disparità tra ricchi e poveri, offrendo spazio alla speculazione. In Italia tranne rarissime esperienze succede così e ci pare che questo stia avvenendo anche dentro il cratere dove si assiste ad un vero e proprio abbandono degli Appennini dovuto anche a come il Governo ha gestito l’emergenza. Secondo noi si è perso tempo perché è stato sbagliato fin dall’inizio il modello di gestione dall’emergenza. La burocrazia ha fatto il resto. Alla fine avremo gente che sta nelle roulotte anche questo inverno”. Dopo la fase acuta dell’emergenza l’intervento a Norcia delle Brigate è andato scemando, nonostante che mantengano una presenza e siano parte del coordinamento dei comitati di comunità. “Interveniamo se serve” ci dicono. Peraltro hanno legami con un’associazione locale “Montanari testoni”, che ha la propria sede in una struttura, “Spazio solidale 24”, che le Brigate hanno contribuito a realizzare. Se le Brigate di solidarietà attiva vengono da realtà esterne alla Valnerina, “Montanari testoni” è un’associazione di nursini che si è costituita il 26 novembre 2016. Il suo direttivo, 9-10 persone, è lo zoccolo duro della struttura. L’attività è cominciata in modo per molti aspetti casuale, con la conoscenza di una persona che a Cascia raccoglieva e distribuiva generi alimentari. Dapprima la distribuzione avveniva caricando gli alimenti nei portabagagli, poi il trasporto si svolgeva tramite un rimorchio, infine si è riusciti ad avere una tenda dove effettuare lo stoccaggio, poi un’altra tenda, un container cargo a cui se ne è aggiunto un altro e una roulotte bagno, infine un camper per i volontari. In un primo periodo, ci dice Matteo Polito, gli operatori erano solo due e lavoravano in modo indipendente dalle strutture ufficiali incaricate dell’emergenza. I materiali venivano raccolti tramite il passa parola e attraverso i network, a volte gli stessi operatori della protezione civile e i vigili del fuoco sono stati riforniti dai “Montanari”. Spesso è accaduto che i generi di prima necessità affluiti presso la Protezione civile siano rimasti indistribuiti troppo a lungo, mentre i volontari provvedevano attraverso staffette a consegnare viveri ed altro direttamente a chi ne aveva bisogno nelle zone periferiche, dove non era passato nessuno. Tutto questo nella fase acuta dell’emergenza. Dopo l’inverno si è compreso che l’iniziativa doveva cambiare, che occorreva un altro passo. Da ciò l’idea di uno spazio occupato da tende, un container di 60 mq per usi sociali (cinema, riunioni, ospitalità alla Corale di Norcia, compleanni, ecc.). Il progetto era quello di consentire al tessuto sociale di esprimersi e di trovare un punto di raccordo. Con il progressivo ritorno alla “normalità” il container ha continuato ad essere attivo (vi si sono tenuti corsi d’inglese) e ad essere animato dai volontari, fermo restando che si tratta di uno spazio a disposizione di tutti. Si è passati, insomma, dallo spaccio allo spazio solidale. Polito ci tiene a sottolineare positivamente il contributo delle Brigate di solidarietà attiva, con cui i rapporti sono stati stretti, ma anche quello di alcune singole persone che fanno volontariato individualmente. Cita anche altre organizzazioni come Norcia Agorà o I love Norcia, che però si collocano su terreni diversi da quello del mutualismo e della solidarietà. Rispetto alla situazione in atto il giudizio è critico. Non si comprende – ci dice – se la fase dell’emergenza sia conclusa o meno, la percezione è che si sia in ritardo per quanto riguarda la costruzione delle casette, mentre non se la sente di fare previsioni sulla ricostruzione, anche quella leggera. Per quanto riguarda le strutture preposte all’emergenza, prima tra tutte la Protezione civile, l’impressione è stata di una realtà completamente staccata dal territorio, senza relazioni con lo stesso, inviluppata in una rete di vincoli burocratici. La sua azione e il suo impegno non sono stati percepiti. Gli altri enti sono rimasti bloccati nei percorsi procedurali, più che dispiegare una presenza attiva. Non c’è stata, peraltro, un’interazione tra macchina statale e volontariato, che è stato al più tollerato. E invece attraverso l’azione del volontariato si è espressa la volontà di uscire dal ruolo del terremotato passivo, il rifiuto dell’assistenzialismo. La macchina dello Stato in tal senso non ha aiutato, soprattutto nella fase emergenziale. Per il resto la struttura regionale, per quello che le competeva, è stata presente. I tecnici hanno verificato con attenzione la zona rossa, hanno aperto varchi e progressivamente diminuito il suo perimetro, e sono stati – anche in una situazione critica – operati. Infine l’atteggiamento delle istituzioni locali si è risolto nel recepimento di normative e in inviti, come quello del sindaco ad inviare i progetti. Polito ci descrive il modo in cui ha vissuto il terremoto come un caleididoscopio di emozioni. La diversità rispetto al 1997 è stata che in quel caso, nonostante lo spavento, si era percepito che ci si trovava di fronte ad un evento non devastante. Nel 2016 è stato tutto diverso, i danni sono stati notevoli, le distruzioni massicce, la ripresa incerta. Per contro si è registrata una capacità di reazione delle comunità che ha dimostrato che esiste la possibilità di ricostruire una trama che il sisma ha spezzato.

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