Un rilancio necessario – Problemi e prospettive della sanità umbra

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di Vanda Scarpelli*

Dal 2010 al 2014 la spesa sanitaria pubblica
italiana è scesa da 112,8 a 110,3
miliardi di euro. Nello stesso periodo
quella delle famiglie è passata da 29,6 a 32,7
miliardi, cioè il 22,8% del totale. Sono i dati
che emergono dal 49° Rapporto Censis sulla
situazione sociale del Paese presentato il 4 dicembre
scorso. Da lì apprendiamo anche che
nell’ultimo anno la percentuale di famiglie a
basso reddito, in cui almeno un membro ha
dovuto rinunciare o rimandare prestazioni sanitarie,
raggiunge il 66,7%. Anche il Fondo nazionale
per le politiche sociali mostra il progressivo
ridimensionamento dell’impegno pubblico,
come del resto quello per la non autosufficienza
che nel 2012 non è stato affatto finanziato.
Non è quindi un caso se il 42,7% degli
italiani pensa che la sanità stia peggiorando,
quota che al sud sale al 64%.
Di fronte ad una progressiva ma significativa
riduzione del pubblico, dovuta anche all’aumento
dei tempi di attesa, aumenta l’offerta
privata e la sua capacità di offrire prestazioni in
tempi rapidi a prezzi sostenibili. In questa situazione
diventa centrale il ruolo del medico
di famiglia, che dovrebbe selezionare le richieste
assistenziali, definire l’appropriatezza dei percorsi
di cura e garantire informazioni e supporto
ai pazienti per guidarli verso le strutture più
adatte. La questione “tempo di attesa” comunque
resta fondamentale: il Censis evidenzia che
esso si attesta su una media di 35,1 giorni per
una visita specialistica e 46,1 per un accertamento.
Qual è la situazione nella nostra regione? Risultata
nel 2011 prima nella graduatoria stilata
dal ministero della Salute tra le 5 regioni benchmark
per qualità ed efficienza, nel 2014 l’Umbria
cala all’ottavo posto. Occorre quindi una
seria analisi dello stato di salute del sistema sanitario
regionale ed una verifica attenta degli
obiettivi raggiunti e dei problemi insoluti a seguito
del riordino previsto dalla legge regionale
18/2012. Come Cgil dell’Umbria abbiamo
espresso una condivisione di massima sull’impianto
generale dell’ordinamento del Ssr, ma a
distanza di quasi tre anni dalla sua approvazione,
è necessaria una verifica sui ritardi e i punti critici,
nonché sul mancato coinvolgimento delle
forze sociali, da noi rivendicato più volte.
Nel momento in cui è stata operata la scelta di
ridurre le aziende sanitarie locali da 4 a 2 si collocava
nell’ottica di un riequilibrio delle due
Province, secondo un assetto che poi non si è
realizzato. Oggi l’obiettivo dell’integrazione ancora
non è colto, anzi si segnalano notevoli problemi,
che comportano disparità di trattamento
sia per i cittadini, per la difforme diffusione dei
servizi, che per il personale. Chiediamo che nel
territorio i servizi non siano impoveriti, che
vengano rispettate le professionalità e valorizzate
le competenze espresse in tutte le Asl, che fino
ad ora hanno determinato l’assetto e la qualità
del servizio sanitario, elemento costitutivo dell’identità
della nostra Regione. Queste non sono
“questioni tecniche” da lasciare alle scelte autonome
dei direttori generali.
Abbiamo sentito più volte il nuovo assessore
alle politiche sanitarie e sociali Luca Barberini
ribadire la volontà di riprendere una regia regionale
nella conduzione delle politiche di welfare.
Attendiamo ora azioni concrete e anche
una condivisione di scelte ad oggi non realizzata.
E’ sicuramente giusta la scelta di unire gli assessorati
sanità e sociale nell’ottica di interventi
integrati per il benessere del cittadino. In particolare
è necessario riprogrammare la sanità regionale
dando valore alla buona politica e alla
trasparenza per uscire da logiche territoriali che
hanno ingolfato l’integrazione e reso ancora più
complicata la gestione del servizio sanitario regionale.
Occorre eliminare duplicazioni e sovrapposizioni,
razionalizzare la rete ospedaliera
proseguendo nella definizione di alcuni plessi.
L’Umbria esprime numerose eccellenze e realtà
ospedaliere avanzate, perfino di rilievo nazionale,
ma sarebbe un errore grave tentare di risolvere
i conflitti emergenti tra bisogni di salute
e crisi di sistema con una visione ospedalocentrica.
La riorganizzazione della rete ospedaliera,
infatti, fa fatica a realizzarsi anche per incomprensibili
resistenze territoriali. Occorre rafforzare
l’offerta nella sanità territoriale e per questo
è necessario riconfermare il ruolo essenziale dei
distretti sanitari e della medicina territoriale
con un’estesa sperimentazione della casa della
salute. Occorre recuperare l’originario spirito
dei servizi territoriali come propulsori di salute
e di medicina di iniziativa e non semplicemente
ambulatori sempre più sguarniti.
Chiediamo inoltre che si ridia ruolo e centralità
ai consultori familiari. Alla chiusura di alcuni
punti nascita deve corrispondere (come in parte
è successo) la creazione di servizi innovativi per
la tutela della salute della donna. Nella nostra
regione i consultori sono oggi una realtà diffusa
ma disomogenea, a volte ingabbiati in attività
solo ambulatoriali e con personale ridotto all’osso.
Si devono sperimentare gestioni capaci
di intercettare la domanda di assistenza, anche
quella non espressa, puntando alla personalizzazione
del processo di aiuto e rifuggendo dalla
standardizzazione; è necessario il rafforzamento
della prevenzione, quindi di servizi quali i dipartimenti
di igiene mentale e i servizi per le
dipendenze. Bisogna sostenere la domiciliarità
per ridurre il ricorso improprio o eccessivo ai
ricoveri ospedalieri (il 75% dei quali, in medicina,
riguarda gli anziani). Il Fondo per la non
autosufficienza, positivamente rifinanziato, deve
essere gestito in modo meno burocratico e più
efficiente.
Di fatto negli ultimi cinque anni vi è stato il
rinvio della programmazione regionale, insieme
al cambio dell’assessore alla Sanità. Abbiamo
subito la discrezionalità dei vari direttori generali,
che hanno agito troppo spesso in maniera
disomogenea rispetto alla governance della sanità.
C’è l’esigenza che la Regione recuperi un
ruolo di “regia” sui processi di integrazione ed
anche sul sistema di appalti e esternalizzazione
di servizi che sono decisi in maniera autonoma
dai direttori generali, spesso senza tenere conto
delle linee di indirizzo della Regione stessa.
Occorre anche un coordinamento sulle attività
da porre in essere per il rispetto dei Piani anticorruzione
e garantire una normativa che “difenda”
gli operativi da clausole capestro contenute
spesso negli appalti e che di fatto dequalificano
i lavoratori e li rendono più deboli.
Il nuovo Piano sanitario regionale dovrà quindi
aggredire le criticità e garantire la necessaria governance.
In questo contesto come Cgil registriamo
un costante aggravio delle difficoltà in
cui operano i lavoratori della sanità: carichi di
lavoro elevati, contratti fermi, elevato numero
di precari. E’ necessario valorizzare le professionalità
e dare i giusti riconoscimenti a chi
opera spesso con grande dedizione, in condizioni
sempre più difficili, e su cui grava la “responsabilità”
di negare o erogare l’assistenza a
quanti si rivolgono ai servizi. E’ necessario rivedere
l’organizzazione del lavoro, eliminando
sovrapposizioni, dando concretezza agli accordi
recentemente firmati che intendono valorizzare
tutte le professioni sanitarie.
Il blocco dei contratti nazionali ha congelato la
situazione non solo economica ma anche, e soprattutto,
professionale ed organizzativa dei lavoratori
pubblici, la ripresa della contrattazione
integrativa ha portato al riconoscimento delle
progressioni orizzontali per i lavoratori del comparto
– ad oggi – in due grandi aziende: la
Uslumbria1 e l’Azienda ospedaliera di Perugia.
Si tratta di concludere anche nelle altre due,
colmando così le troppe differenze, anche salariali,
tra lavoratori che svolgono le stesse funzioni
in territori diversi. C’è la necessità di superare
le tradizionali definizioni burocratiche
delle mansioni, affrontando la questione del
rapporto tra professione medica e le altre professioni
sanitarie.
Riconoscere la multiprofessionalità è atto e
scelta politica. Nell’aprile scorso abbiamo sottoscritto
insieme alle altre organizzazioni sindacali
e agli ordini professionali un accordo sul
riconoscimento di tutte le professioni sanitarie:
è un accordo che deve declinarsi in regolamenti
e strumenti operativi, per avere efficacia all’interno
delle aziende. Insomma, occorrono politiche
di cambiamento utili a far coesistere diritti
e risorse diminuite, valorizzando nello stesso
tempo le potenzialità professionali di chi opera
nel Ssr.
La recente applicazione della normativa europea
in tema di orario di lavoro ha evidenziato anche
in Umbria significative carenze di organico. Secondo
una stima dell’Ipasvi in Umbria mancano
225 infermieri, che salgono a 419 considerando
i turni necessari per garantire l’ integrazione tra
ospedale e territorio. Non abbiamo invece una
stima precisa per quanto riguarda la carenza organica
relativa alla dirigenza medica, ma su nostra
richiesta è in corso una ricognizione su questo
aspetto in tutte le aziende. Al momento si
evidenziano problemi quali la difficoltà nel garantire
una turnazione corretta nei dipartimenti
di emergenza e urgenza dell’ospedale di Perugia,
nei reparti di chirurgia, nel pronto soccorso di
Orvieto e nella chirurgia di Foligno, come nei
laboratori analisi di Terni.
E’ necessaria una nuova dotazione organica e
l’assunzione di nuovo personale, visto che ci
sono vere e proprie emergenze, come quelle degli
ospedali di Narni e Amelia dove il reparto
di medicina viene coperto h24 con soli 4 dirigenti
medici che di fatto “vivono” nei reparti al
di fuori di ogni normativa.
Si è insomma scoperto il vaso di Pandora e finalmente
si capisce come l’eccellenza della sanità
umbra si è costruita sull’abnegazione e la professionalità
di tanti lavoratori e lavoratrici.
Rimane insoluto il problema del precariato, soprattutto
nella dirigenza medica: sono circa 80
infatti i dirigenti precari nella sola Azienda ospedaliera
di Perugia: un problema da sanare anche
alla luce delle recenti disposizioni di legge in
materia.
Anche la fase di attuazione dell’azienda integrata
ospedaliera-universitaria, prevista nella legge di
riordino del sistema sanitario regionale, avanza
con fatica: dopo due anni di rallentamenti, discussioni
carsiche e grandi manovre che hanno
determinato percorsi di carriera ed apicalità, eccoci
a ridosso delle elezioni regionali con un
nuovo Protocollo. Restano alcuni nodi irrisolti:
la costituzione di aziende ospedaliero-universitarie
totalmente integrate rappresenta ancora
un vincolo comune o si vuole mantenere il rapporto
nell’ambito di un semplice convenzionamento
che lasci inalterati poteri e autonomie?
I modelli organizzativi che in itinere vengono
realizzati (nuovi reparti, dipartimenti, apicalità,
ecc.) e che determinano assistenza e servizi ai
cittadini, ma anche carriere, ruoli e valorizzazione
di professionalità, a quale obiettivo finale
sono coerenti? Non sempre il tempo lavora per
risultati migliori. Per questo chiediamo: chiarezza
delle posizioni dei vari soggetti in campo
(Regione, Università, aziende ospedaliere); trasparenza
nei processi che si stanno attivando,
perché le professionalità, le competenze, la pari
dignità del personale universitario e della sanità
pubblica, non sono elementi marginali della
qualità dell’assistenza, della ricerca, della didattica
e della loro integrazione, ma fattori determinanti
dell’intero sistema.
Per dare senso e concretezza agli annunci fatti
la giunta regionale deve dare centralità al valore
del lavoro in sanità, deve ripartire da qui per
garantire la necessaria qualità al sistema, insomma
bisogna cambiare verso!
*segretaria generale Fp Cgil Umbria

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