Un patto tra chi?

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“Basta con il catastrofismo”, così titola
“Il Messagero” un intervento
di Mauro Agostini, direttore di
Sviluppumbria ed ex parlamentare Ds e Pd, apparso
il 3 ottobre. Il richiamo è ad un Piano di
sviluppo (ma il termine non era caduto nel dimenticatoio?)
basato su internazionalizzazione, industrializzazione
4.0, area complessa e riforma
della pubblica amministrazione. Il metodo è quello
del rapporto tra istituzioni e organizzazioni sociali
(che non vengono nominate) ovvero sindacati e
associazioni datoriali. Peccato, tuttavia, che ci siano
nella congiuntura alcuni ostacoli da non sottovalutare.
Innazitutto lo stato della grande impresa e di alcuni
settori dove la situazione è problematica. In primo
luogo l’Ast. Qui il punto non è tanto se l’impresa
faccia o meno profitti, quanto come si colloca all’interno
delle strategie della multinazionale tedesca.
Ci sembra che tutto deponga a favore dell’ipotesi
che Ast sia fuori dal core businnes di
ThyssenKrupp, tanto che nella progettata fusione
con Tata non viene contemplata. Naturalmente
Tk smentisce, ma fin dalla riacquisizione dalla
Outokumpu l’ad di Thyssen ha detto di riprendere
“in carico” lo stabilimento per risanarlo e metterlo
in vendita. Cosa intendesse per risanamento è stato
subito chiaro: riduzione degli organici, taglio degli
integrativi, una produzione di circa un milione di
tonnellate, un peggioramento delle condizioni di
lavoro, il blocco dei passaggi di qualifica, la chiusura
dell’area a caldo. La questione che ancora
oggi si pone è quella di un ulteriore taglio dell’occupazione
(si parla di circa 300 unità) e di una
vendita di cui non si comprendono i contorni né
si conoscono gli acquirenti.
Il tema si colloca all’interno della più generale questione
della siderurgia italiana con i casi emblematici
di Piombino, dove sembra che in barba
agli accordi firmati con l’“autorevole” avallo del
Mise gli algerini si stiano defilando, e Taranto con
il taglio di 4.000 addetti e una drastica riduzione
dei salari. Anche qui gli accordi siglati sono cartastraccia.
Ma l’acciaio è o no una produzione strategica?
Se non lo è c’è poco da fare, si tratta di limitare
il danno, sapendo che alla fine gli
stabilimenti in questione saranno destinati o a
chiudere o a ridursi l’ombra di se stessi. Se è strategico
allora è inutile cercare compratori “affidabili”,
è necessario un intervento diretto dello Stato
almeno con l’acquisto di una quota consistente
dei pacchetti azionari. In questo caso occorrerebbe
un piano industriale per l’acciaio che consentisse
di indirizzare in modo sensato risorse pubbliche.
Sicuramente non è strategico il cioccolato e, più
in generale, la produzione alimentare. Ci riferiamo
ad altre crisi aziendali in atto, prima tra tutte quella
della Perugina.
Anche in questo caso appare evidente come Nestlè
non ritenga strategica l’azienda all’interno delle
sue politiche orientate verso l’healthy food. Ma c’è
di più. Nel corso di un ventennio la Perugina, che
era ancora un’impresa dolciaria a tutto tondo, si è
trasformata in una fabbrica di cioccolato senza
nessuna specificità che potrebbe essere collocata
in qualsiasi punto del mondo. Appare evidente
che l’occupazione residua (un migliaio di addetti
compresi gli stagionali) sia troppo abbondante e
che si proponga una ulteriore diminuzione di occupazione,
semmai con incentivi all’uscita o al ricollocamento
(si parla di 364 unità). La ricetta è
sempre la stessa: il dimagrimento occupazionale
che prelude ad ulteriori ridimensionamenti fino
all’estinzione. Per inciso fino a quando c’erano alla
guida dell’azienda i Buitoni, la Perugina era l’unico
settore che realizzava costantemente utili, al contrario
della divisione alimentare che accumulava
perdite, ma era una impresa dolciaria e non solo
cioccolatiera. Oggi le imprese che producono solo
cioccolato sono plafonate tra 200 e 400 addetti,
sono più piccole e orientate verso nicchie di mercato.
Quale è la soluzione? Quella che Nestlè non
ha nessuna intenzione di adottare: ossia un’azienda
dolciaria che faccia tutte le gamme di prodotto,
che punti su ricerca e innovazione, su un marketing
aggressivo. Si tratta allora di definire un nuovo
soggetto imprenditoriale che possa trovare una
sponda istituzionale, cosa facile a dirsi ma non a
farsi.
Del resto in una situazione più semplice, come
quella della ex Novelli, dove non ci sono di mezzo
multinazionali, ma un’impresa calabrese la iGreco
con cui il Mise ha siglato un accordo da tutti definito
ottimo, appare evidente come istituzioni
centrali e locali siano del tutto marginali, ininfluenti
per scelta e per attitudine e l’esito rischia di
essere quello di ulteriori perdite di occupazione.
Insomma tra Colussi, ex Novelli, Perugina e Ast
ballano tra unità centrali e indotto tra 1.500 e
2.000 posti di lavoro. Va bene evitare il catastrofismo,
ma non è sufficiente per sostenere che la situazione
sia perlomeno preoccupante?
Non basta. Si sostiene che è ora che ci sia un rapporto
tra sindacati, Confindustria e istituzioni.
Ma pare evidente che la Confindustria umbra rappresenti
sempre meno le aziende e non voglia
essere coinvolta. Non a caso era contraria al piano
di crisi complessa ternana, sostenendo che i finanziamenti
andassero a chi stava già sul territorio
piuttosto che attrarre nuove imprese. Il sindacato
mostra i segni di una crisi che non è conclusa e
che ne ha logorato le stesse capacità di reazione e
di proposta. Delle istituzioni è meglio non parlare
se non per dire che coniugano ordinaria amministrazione
e arroganza, il che cela una sostanziale
impotenza.
Su chi dovrebbe basarsi quel patto “giolittiano”
che Agostini adombra nel suo intervento? C’è di
più: prevalgono la ricerca di soluzioni individuali
o di piccoli gruppi, la sfiducia nelle istituzioni e la
convinzione diffusa che la politica sia un esercizio
inutile, se non dannoso. E’ un dato che riguarda
tutto il paese, anche l’Umbria.

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