Un passo in avanti – Approvata la legge regionale contro l’omofobia

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di Marta Melelli
La legge in Umbria
Sono passati dieci anni dalla prima proposta di
legge presentata e nonostante turbolente e concitate
sedute del Consiglio regionale è stata finalmente
approvata la legge contro l’omotransfobia
Norme contro le discriminazioni e le
violenze determinate dall’orientamento sessuale.
Dopo un iter lunghissimo partito nel 2015, a
colpi di emendamenti, mancanza di numero
legale, disaccordi interni alla maggioranza di
governo e mediazioni, la legislazione regionale
si è dotata di 14 articoli che costituiscono uno
strumento in più per rafforzare una tutela già
prevista nel nostro ordinamento, all’articolo 3
della Costituzione, per il contrasto ad ogni
forma di discriminazione.
Leggi simili sono state approvate in altre Regioni
(la Toscana apripista nel 2004 poi Liguria, Marche
e altre), mentre nelle restanti sono presenti
solo osservatori, monitoraggi, progetti, mozioni.
A livello nazionale il disegno di legge contro
l’omofobia (ddl Scalfarotto), invece, è fermo in
Commissione giustizia del Senato da settembre
2013. Il provvedimento, che diversamente dalla
legge regionale prevede sanzioni penali, mira
ad introdurre nell’ordinamento il reato di discriminazione
ed istigazione all’odio e alla violenza
omofobica, ampliando la lista delle discriminazioni
previste dalla legge Mancino. A
depotenziare ed affossare la norma a livello nazionale
è bastato un emendamento secondo cui
ciò che la legge prevede circa la discriminazione
e l’istigazione, se non rientra nell’odio o violenza,
vale per i singoli ma non per le organizzazioni
religiose, sindacali, politiche.
Ma torniamo all’Umbria, dove il consigliere
Smacchi non si è inventato nulla ed ha cercato
di ricalcare il comma che ha messo al palo il
ddl Scalfarotto. Il comma “salva omofobi”,
emendamento all’articolo 1, fortunatamente
non ha trovato spazio nell’approvazione della
legge e i richiami costituzionali hanno preso il
posto della salvaguardia sulle condotte discriminatorie.
Per proteggere tutti gli orientamenti
sessuali (omosessuale, eterosessuale, bisessuale
e transessuale) la Regione si impegna ad attuare
politiche e misure per favorire l’integrazione tra
le politiche educative, scolastiche, formative e
quelle sociali e sanitarie, sia per far accrescere
una cultura della non-discriminazione, sia per
prevenire le discriminazioni, sia infine per sostenere
persone e famiglie nel delicato compito
dell’educazione. Trova posto nella legge anche
l’impegno per la promozione dell’integrazione
sociale con il fine di assicurare l’uguaglianza di
opportunità nella formazione, nel lavoro e nei
relativi servizi. L’articolo 3 relativo all’istruzione
e all’attività nelle scuole è stato al centro di numerosi
dibattiti, ed il testo licenziato prevede
interventi di formazione ed informazione rivolti
al personale docente ed ai genitori, escludendo
gli studenti, tramite corsi e seminari sui temi
legati all’orientamento sessuale, all’identità di
genere e all’affettività. I percorsi per il personale
docente è previsto che vengano promossi solo
nelle scuole secondarie superiori e previo consenso
informato dei genitori. Viene sancito poi
che le attività di monitoraggio degli standard
di responsabilità sociale delle imprese facciano
riferimento non alle associazioni rappresentative
dei diversi orientamenti sessuali ma alle realtà
che operano in contrasto alle discriminazioni
di genere. Sono previsti dalla legge regionale
interventi di formazione del personale regionale
e interventi di informazione, consulenza e sostegno
circa orientamento sessuale ed identità
di genere anche da parte di Asl e servizi sociosanitari,
con una attenzione specifica verso i genitori
e il loro ruolo educativo. L’articolo circa
le prestazioni sanitarie impegna la Regione a
predisporre una modulistica omogenea per
l’adeguamento alla legge sulle unioni civili,
estendendo le procedure a tutti i settori delle
pubbliche amministrazioni. Inoltre qualche articolo
dopo si prevedono anche misure di protezione,
accoglienza, sostegno psicologico e soccorso
alle vittime di atti discriminatori o di
violenza legati all’identità di genere tramite centri
di ascolto e personale adeguatamente qualificato.
La legge istituisce poi un Osservatorio
regionale sulle discriminazioni e le violenze determinate
dall’orientamento sessuale, in più riguardo
al monitoraggio vengono previste forme
di collaborazione con il Corecom per la rilevazione
di contenuti discriminatori nella programmazione
radiofonica e televisiva regionale e locale,
nonché nei messaggi pubblicitari e commerciali.
Infine, introduce la possibilità per la
Regione di costituirsi parte civile nei casi di
violenza commessi contro una persona motivati
dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
A dare propulsione alle previsioni di legge
c’è lo stanziamento di 40 mila euro, risorse derivanti
dalla riduzione delle risorse della Missione
sviluppo sostenibile e tutela del territorio
e dell’ambiente, ricavati dalla cessazione dal servizio
di alcune unità del personale regionale.
Tra critiche e verità
Prima e dopo l’approvazione del testo finale
sono state mosse molte critiche dai comitati
Pro vita, dall’Agesc (Associazione generale scuole
cattoliche) e dai comitati family day Umbria
nonché dall’opposizione consiliare di Lega e
centrodestra, tutti concordi nel dire che la legge
introdurrebbe la teoria gender nel tessuto sociale
umbro. Francamente lascia perplessi l’argomentazione
adottata, basata su inconsistenza scientifica
e pregiudizi, artifici retorici e paure. Il
testo di legge approvato dal Consiglio regionale
risulta molto diverso dalla versione originaria,
abbiamo così provato a capire genesi e mediazioni
con Stefano Bucaioni, presidente dall’associazione
umbra Omphalos, punto di riferimento
della comunità Lgbti.
Fin dal primo articolo sono nati contenziosi tra
le varie anime del governo regionale. C’è addirittura
chi sostiene che il testo adottato senza
l’emendamento “salva omofobi” introdurrebbe
il reato di libero pensiero, mitigando la normale
manifestazione dello stesso. C’è da sottolineare
che quell’emendamento si presentava “offensivo
e fuori luogo per una legge regionale” dice Bucaioni.
Risulta incomprensibile in effetti come
potrebbero coesistere, oltretutto nella stessa
norma, la finalità di prevenzione alle discriminazioni
e la previsione che le stesse siano comunque
consentite.
Il compromesso in casa del Partito democratico
è stato quello di sostituire il comma incriminato
da un “pleonastico richiamo al libero pensiero”,
come se la gerarchia delle fonti giuridiche non
sia abbastanza chiara.
Molto rumore ha creato poi l’articolo 3, quello
che si riferisce all’istruzione. Nel testo originario
della proposta di legge si prevedeva che la formazione
contro le discriminazioni legate all’identità
di genere dovesse essere rivolta a studenti,
genitori e docenti delle scuole di ogni
ordine e grado. Omphalos e i suoi legali hanno
intravisto un rischio di incostituzionalità nella
parte relativa agli studenti, ed in Commissione
il testo ha subito non solo modifiche legate all’articolo
30 della Costituzione (l’educazione
dei figli spetta ai genitori) ma anche restrizioni,
prevedendo percorsi di informazione e sensibilizzazione
solo nelle scuole secondarie e inserendo
l’assurdità del consenso informato dei
genitori.
Bigotti e moralisti hanno parlato di indottrinamento
di famiglie, docenti, Pa e imprese private,
e addirittura di favoritismi legati all’accesso al
mondo lavoro. Ovviamente questo tipo di accuse
strumentali va rispedito con forza al mittente
e Bucaioni invita per questo a notare le
similitudini che la legge regionale ha con quella
contro il femminicidio, che non ha creato giustamente
così tante polemiche. “Si sono inventati
a tavolino teorie e mostri che non esistono”-
prosegue il presidente di Omphalos – “in una
guerra ai diritti civili” incomprensibile e dannosa
per tutti.
Risulta di grande rilievo invece l’articolo relativo
alla salute e alle prestazioni sanitarie. La Regione
infatti si impegna ad attuare una sanità coerente
con la legge nazionale sulle Unioni civili, in vigore
da giugno 2016, i cui decreti attuativi definitivi
sono arrivati solo a febbraio di questo
anno. Sicuramente molto ancora c’è da fare, si
pensi per esempio all’attivazione capillare di
servizi consultoriali per queer e transessuali, ma
per Omphalos rappresenta “un primo tassello
per la prevenzione e l’informazione e per lo sviluppo
di buone prassi regionali”.
Tassello centrale per lavorare sulla cultura, la
formazione ed il rispetto è l’istituzione dell’Osservatorio
regionale contro le discriminazioni e
le violenze di genere. Le malelingue hanno fatto
notare che di questa legge non ce ne sia affatto
bisogno, dato che in Umbria non sono stati rilevati
casi di discriminazione legati all’orientamento
sessuale. Stefano Bucaioni ci specifica
che Omphalos è l’unica associazione regionale
che ha raccolto dati, episodi e segnalazioni di
discriminazioni sia latenti che culminate in violenza
fisica e suicidio, mentre mancano le statistiche
nazionali visto che lo Stato non se ne è
mai occupato e tarda ancora ad occuparsene
rinviando la discussione del ddl Scalfarotto.
Ovviamente la guerra sui diritti si gioca anche
sul piano finanziario, e le accuse di sottrarre
fondi per famiglie in difficoltà o terremotati
non sono tardate ad arrivare. Omphalos tiene
in questo caso a specificare che lo stanziamento
di 40 mila euro non andrà ovviamente nelle
casse dell’associazione ma darà le gambe alla
legge stessa ed alle relative azioni di monitoraggio
e formazione perché “senza risorse finanziarie
le ipotesi previste dalla legge rimangono
lettera morta”.
Dopo che tutti hanno cercato di tirare per la
giacchetta l’articolo 3 e l’articolo 21 della Costituzione,
si può tranquillamente affermare che
l’Umbria dal 4 aprile ha fatto un passo avanti
per favorire civiltà e coesione in barba a tutti
gli integralismi religiosi medievaleggianti. Un
passo in avanti per tutti, perché il riconoscimento
del diritto in più di qualcuno da forza
alle regole democratiche complessive senza sottrarre
nulla a nessuno.

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