Uguaglianza, lavoro e democrazia – A colloquio con gli ex Pd

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a cura di Stefano De Cenzo
Il movimento Articolo 1 Democratici e
progressisti Umbria ha organizzato in
questo mese diversi incontri pubblici
per presentarsi alla cittadinanza, da ultimo
quello di ieri sera al Cva di Balanzano (Perugia)
che ha visto la partecipazione di Guglielmo Epifani.
L’incontro di cui si dà conto in queste pagine
è avvenuto martedì 7 marzo nella nostra
redazione. Si sono confrontati con noi Valerio
Marinelli, 36 anni, già membro della segreteria
regionale Pd; Andrea Mazzoni, 27 anni, già responsabile
organizzazione della segretaria comunale
di Perugia e segretario del circolo Settevalli,
Fabrizio Schettini, 40 anni, anche egli,
sino alle dimissioni, responsabile dei Forum
della segreteria comunale Pd di Perugia.
Solo qualche mese fa la frase più ricorrente
tra voi esponenti della minoranza Pd era ‘“questa
è la mia casa io non l’abbandono’”. Poi è
arrivata la sconfitta del 5 dicembre e il clima è
cambiato di colpo. Quali sono i motivi reali
di questa separazione? Perché è diventata necessaria
e irrinunciabile?
Marinelli: Si è voluto raccontare che la nostra
uscita sia ‘“una questione di date’” ovvero figlia
della volontà della maggioranza di accelerare
l’iter congressuale per arrivare il prima possibile
alla riconferma del segretario. In parte è vero.
Il punto, però, è un altro: il Pd deve essere un
partito contendibile, ci può stare di perdere,
ma la maggioranza deve sapere accogliere le
istanze della minoranza altrimenti il termine
democratico viene a cadere. Invece questo è
stato solo l’ultimo atto della tirannia della maggioranza,
in un partito dove da tempo non c’è
più agibilità politica, dove il dialogo è sistematicamente
rifiutato, dove non si è avviata alcuna
seria riflessione sulle diverse sconfitte subite,
sui motivi che hanno determinato il divorzio
dal nostro elettorato, da pezzi di società che
chiedono di essere rappresentati. Un abbandono
che affonda le sue radici nel Jobs act, nella
Buona scuola, nel tentativo di modificare la costituzione,
ovvero in riforme sbagliate. La pesante
sconfitta al referendum ha solo fatto precipitare
un processo già in atto da tempo,
eppure nemmeno di fronte a una tale batosta si
è avviata un’autocritica, ma ci si è limitati ad
ammettere la sconfitta. Tutto questo fa il paio
con la questione identitaria di un partito che
negli ultimi tempi ha scelto di identificarsi nel
suo segretario rinunciando ad una visione collettiva,
un segretario che dovendo scegliere tra
la tenuta del partito e il fare un passo indietro
non ha avuto dubbi nel preferire se stesso. Ma
c’è un motivo ancora più di fondo che ci ha
spinto ad andarcere ovvero far rivivere la sinistra
in Italia, contrastando il disegno di Renzi e
Francheschini di uno scenario politico in cui si
misurino le forze della responsabilità, Pd e Forza
Italia, contro quelle populiste, Lega e 5 stelle, e
dove sia del tutto espunta la questione sociale.
Schettini: Confermo che nel partito è mancato
qualunque tipo di confronto. Non si è voluto
nemmeno ascoltare quello che aveva da dire la
minoranza. Che fine hanno fatto i dieci punti
programmatici di Bersani con cui ci siamo presentati
alle ultime elezioni? Da dove è nata la
scelta di boicottare il referendum sulle trivelle?
Quella doveva essere una nostra battaglia. Perché
non c’è stata mai una discussione sulla ridistribuzione
del reddito? Non basta dire abbassiamo
le tasse, ma è necessario aggiungere a chi abbassarle.
Non ci siamo sottratti alla campagna
congressuale, piuttosto ci siamo rifiutati di fare
da sparring partner.
Mazzoni: Non c’è mai un tempo giusto per la
scissione, ma è evidente che se un congresso rinuncia
alla sua funzione originaria, che è quella
di ridiscutere la linea politica del partito, allora
diventa inutile o utile solo alla rilegittimazione
di un leader in evidente difficoltà, operazione,
appunto, da cui ci siamo dissociati. Il nostro
obiettivo è raggruppare un popolo che da tempo
ha abbandonato il Pd, un partito ormai autoreferenziale,
in Umbria soprattutto, del quale è
necessario ridiscutere anche la fantomatica vocazione
maggioritaria, evidentemente fallita.
Non possiamo accettare l’accusa propagandistica
che con la nostra uscita finiremo per favorire la
destra, piuttosto saremo un argine alla deriva
populista in atto.
Scissione è un termine che indica una divisione
delle parti, ma si può scindere qualcosa che
non esiste?
Marinelli: Domanda provocatoria ma calzante.
E’ improprio parlare di scissione almeno nell’accezione
che tale termine ha assunto nella
storia della sinistra ovvero quando una parte si
è scissa perché ha giudicato traditi i valori di
un’ortodossia. Dov’è infatti l’ortodossia tradita?
Non c’è. Il Pd è infatti un partito che sviluppa
una grandissima capacità di adattamento e dove
la competizione prevale sui valori di riferimento
progressivamente slittati verso quelli di una sinistra
riformista coerente e connessa con le stagioni
del new labour e del post new labour.
Valori che sono stati coltivati anche da esponenti
che oggi escono dal Pd…
Marinelli: Non c’è dubbio. Tuttavia si è politicamente
intelligenti quando si capisce che la
politica si cala sempre in situazioni di realtà e si
è pronti a cambiare linea. La crisi indotta dalla
globalizzazione rende superate quelle stagioni,
la sinistra deve saper tenere testa alle interpretazioni
del conflitto che oggi forniscono le destre,
per ora c’è riuscita solo parzialmente in
Spagna e in Grecia.
Ma si tratta di esperienze fuori dal quadro tradizionale
del socialismo europeo in cui è inscritto
il Pd.
Marinelli: Certo ma anche lì, ovvero all’interno
della sinistra che si definisce progressista e moderata,
l’aria sta cambiando. A cominciare dalla
Gran Bretagna, dove Corbin ha riorganizzato
il vocabolario politico in termini assai più radicali
di come lo abbiamo conosciuto negli ultimi
anni. Qualcosa di analogo, almeno a livello di
tendenza, sta avvenendo all’interno dei socialisti
francesi e della Spd in Germania. In questo
quadro il Pd appare un arnese vecchio, legato
ad una dimensione politico-culturale sorpassata
che lo porta a perpetuare scelte sbagliate.
Schettini: Cosa significa essere di sinistra oggi?
Promuovere l’uguaglianza difronte alla disuguaglianza
crescente. Al contrario noi abbiamo davanti
un Pd che non risponde in alcun modo
ai bisogni degli ultimi. Noi ci scindiamo da
un’idea originaria tradita che ha portato il Pd,
all’ultimo referendum, a vincere ai Parioli e a
perdere pesantemente nelle periferie, dove prima
eravamo maggioranza. In una città operaia come
Genova, dove siamo stati sempre forti, adesso
alcuni sondaggi danno il Pd come terzo partito.
Con il nostro gesto intendiamo riappropriarci
di un’idea di sinistra.
Mazzoni: La vicenda del Pd si inserisce perfettamente
in quella della subalternità dei socialisti
ai popolari nel quadro europeo. Il Pd si è trasformato
in un partito personale dove un confronto
libero non può più avvenire, tuttavia
non credo che Renzi sia la causa della situazione
in cui ci troviamo, quanto piuttosto la conseguenza
di scelte politiche sbagliate. In cima alla
nostra agenda devono esserci la ridistribuzione
economica, la lotta alle disuguaglianze, con uno
sguardo particolare ai giovani che, oggi, sono
gli ultimi. Come si vede una ragione per la scissione
c’è.
Voi insistete a parlare della necessità di una ripresa
del centrosinistra, ma qual è il centrosinistra
che avete in mente? Non si tratta di
un’esperienza politica conclusa? Insomma non
sarebbe più semplice parlare di sinistra?
Marinelli: Il centro-sinistra, col trattino, appartiene
ad un’epoca tramontata, quella caratterizzata
dal ‘“mattarellum’” ovvero dal maggioritario
e dalla centralità assoluta dei Ds
all’interno di uno schieramento che andava dalla
sinistra radicale al centro; noi non vogliamo riproporre
quella formula ma l’aspirazione politica
originaria e valida ovvero una sinistra di
governo. Per questo intendiamo dare vita ad
un movimento costituente che ricomponga la
sinistra, in primo luogo, sul piano sociale e culturale
e sia in grado di rivolgere uno sguardo al
futuro. La ricaduta elettorale non è al momento
all’ordine del giorno.
Proviamo a essere più chiari. Negli ultimi venticinque
anni è scomparsa, e non solo in Italia,
non solo l’idea di sinistra ma anche di centrosinistra,
se per questo si intende uno schieramento
progressista, nel senso che abbiamo assistito
ad una omologazione miope e perdente
al liberismo. Quello di cui oggi si ha bisogno,
a nostro avviso, non è un rinnovato centrosinistra
quanto la ricomposizione di una sinistra
critica che sia in grado di fare proposte di governo,
tenendo conto del fatto che la globalizzazione
sta saltando ma a farla saltare è la destra.
E’ evidente che si tratta di un percorso
molto lungo.
Schettini: La globalizzazione non solo non è
stata governata ma ha aumentato le diseguaglianze.
Tutto questo riempirsi la bocca di flessibilità,
ma la flessibilità è una opportunità solo
se è una scelta, altrimenti diventa, come avviene,
precariato. Allora che deve fare la sinistra oggi?
Dobbiamo reinventare qualcosa di nuovo, ma
questo non è possibile nel Pd dove ogni forma
di discussione viene negata.
Mazzoni: Purtoppo si è creato un cortocircuito
per cui il centrosinistra è precepito come establishment
e la destra come forza rivoluzionaria,
come protettrice dei deboli. Cosi può leggersi,
ad esempio, la vittoria di Trump nelle presidenziali
americane, senza fare sconti agli errori
dei democratici, primo su tutti quello di candidare
Hillary Clinton. Ma tornando all’Italia, i
nostri errori vanno contestualizzati, abbiamo
sposato troppo acriticamente la globalizzazione,
forse abbagliati dal fatto che eravamo in una
fase di crescita, di sviluppo, ma non siamo stati
capaci di prevedere gli effetti a lunga gittata.
Oggi siamo qui a contare i danni. Sicurezza e
immigrazione sono due temi di cui non dovremmo
vergognarci di parlare, che non dovremmo
lasciare alla destra. Quali sono gli effetti
nelle periferie di una immigrazione mal gestita?
Per ora quello a cui assistiamo quotidianamente
è uno scontro tra gli ultimi.
Ad ascoltarvi viene da dire: non è mai troppo
tardi! Eppure la memoria storica è necessaria.
Se, ad esempio, rileggessimo le tesi di Fassino
al Congresso di Pesaro che lo elesse segretario
dei Ds, scopriremmo che l’accettazione acritica
della globalizzazione era già tutta lì. Il che significa
che il Pd non ha tradito un bel niente,
è nato lungo una strada già tracciata. Come
dimenticare che il primo pesante attacco al
mondo del lavoro è avvenuto con il cosiddetto
Pacchetto Treu nel corso del primo governo
Prodi, appunto di centro-sinistra?
Marinelli: Nessuno intende negare la storia, ciò
non toglie che il Pd abbia avuto, comunque, le
sue diverse fasi: il partito di Veltroni, di Bersani,
di Renzi non possono essere considerati uguali.
Nell’Italia Bene Comune [coalizione di centrosinistra
che ha candidato Bersani alle politiche
del 2013, ndr] c’era un’idea di Paese e di alleanze
molto diversa da quelle che poi ha proposto
Renzi. Tuttavia Renzi non è un accidente della
storia. Voglio aggiungere un punto a mio avviso
centrale ovvero che esiste una relazione precisa
tra la forma organizzativa che un partito si dà e
il tipo di società a cui parla. Insomma una struttura
ramificata, con circoli distribuiti saldamente
nel territorio che operano e deliberano
secondo precise regole democratiche ha ben
altri riferimenti sociali dal partito leggero, altamente
permeabile, che si ritrova solo nel momento
delle primarie.
Mazzoni: E’ vero non si puo negare che il Pd
nasca, in un certo senso, già liquido, con il mito
fondativo delle primarie, eppure in questi dieci
anni ci sono state differenze sostanziali, non
solo sul piano programmatico ma anche relative
alla forma organizzativa. Se non sbaglio sino al2013 c’erano 4/5000 circoli territoriali; oggi le
comunicazioni – unidirezionali – avvengono via
social. E’ a quel popolo disperso che bisogna
guardare attraverso, lo ripeto, una battaglia in
primo luogo culturale. Dobbiamo essere ambiziosi,
per dirla con Weber, ‘“mettere le mani
negli ingranaggi della storia’”.
Marinelli: Tra i nostri obiettivi c’è appunto il
recuperare una parte di astensionismo rappresentato
da elettori tradizionalmente di sinistra
e anche parte di quelli che si sono spostati sui 5
stelle, i cui elettori, secondo quanto afferma
Ilvo Diamanti, per il 28,7% guarderebbero con
interesse a noi. Il nostro programma è nel nome
che ci siamo scelti e che evoca la Costituzione,
Articolo1, ovvero uguaglianza, lavoro e democrazia.
Il compito che vi attende è, lo avete già detto,
particolaremente arduo. Avete già un’idea organizzativa,
un percorso delineato? Un modello
a cui ispirarvi? A noi viene in mente quello
del socialismo italiano di fine Ottocento, articolato
e reticolare.
Marinelli: Senza inventarci chissà quali soluzione
innovative e senza essere passatisti puntiamo
in un paio di di settimane a costituire un
comitato aperto e largo, composto da tutti i
cittadini che intendono sottoscrivere il nostro
manifesto politico che è già consultabile online
e al quale andremo ad aggiungere specifici programmi
regionali. L’obiettivo è avere, entro
l’estate, un comitato costituente in ogni comune
umbro. Insomma un movimento né liquido né
gassoso, ma fortemente strutturato nel territorio,
con dei referenti precisi e in grado di organizzare
processi politici. Dobbiamo avere due
principi ispiratori. In primo luogo recuperare
con forza i rapporti con i mondi organizzati
della sinistra, in questi anni traditi o scavalcati,
penso – solo per fare degli esempi – all’Arci, al
sindacato, alle tante associazioni. La linea che
deve guidarci è quella di un ritorno alla mediazione
per sviluppare sintesi utili alla costruzione
di piattaforme politiche. In secondo luogo una
sinistra veramente democatica deve pensare a
modalità organizzative, non nuove ma poco
sperimentate, di costruzione di processi democratici
deliberativi nel territorio. In altri termini
questo movimento non si costruisce a partire
da un sindaco, un assessore, un consigliere regionale,
da un parlamentare; non siamo questo.
Se vogliamo essere una sinistra davvero sociale
dobbiamo avere la forza di avere una interlocuzione
autonoma con le istituzioni e quindi sviluppare
dei processi deliberativi che chiamino
a raccolta forze, intelligenze, figure sociali diverse
per elaborare soluzioni utili a suggerire
provvedimenti amministrativi, a sviluppare delle
piattaforme politiche o a trovare delle soluzioni
ai problemi, partendo da un sano spirito conflittuale
che deve ritornare ad appartenere alla
sinistra.
Spostandoci, in conclusione, sullo specifico
umbro, al momento non ci pare che siano stati
in tanti a seguirvi, almeno tra gli amministratori
e i vertici del partito. Ma al di là del dato
numerico, qual è la vostra posizione nei confronti
del modello di sviluppo locale? Dei modi
in cui la regione e i territori vengono amministrati?
Siete disposti a metterli in discussione?
Marinelli: La questione delle risorse umane non
mi preoccupa, il punto non è quanti se ne
stanno andando con noi o quanti ci seguiranno,
ma quanti se ne sono già andati da dieci anni a
questa parte. Ad ogni modo sono ottimista, in
particolare in merito alla possibilità di tornare
a parlare proprio con quelli che se si sono allontanati ben prima di noi. Rispetto allo stato
attuale dell’Umbria deve essere chiaro che il
movimento non nasce con l’obiettivo di mettere
in crisi le giunte di centrosinistra, regionale e
locali. Piuttosto pensiamo che la via da noi intrapresa
sia un modo per correggere certe rotte
sbagliate, rafforzando e non indebolendo il centrosinistra.
Per essere chiari non credo che da
parte nostra si possa riproporre il ‘“racconto’”
dell’Umbria fatto in questi anni dai vertici del
Pd, teso ad esaltare le cose che funzionano e a
tacere quelle che non funzionano. Questo significa
che dovremmo far sentire la nostra voce
su temi cruciali come lo stato dei servizi, a partire
da quelli sociali, la disoccupazione, l’economia
industriale, etc.
Mazzoni: I numeri di chi parte e chi resta mi
interessano poco, ma sono convinto che tanti
altri compagni a breve ci seguiranno. Sul modello
di sviluppo, io, benché abbia solo ventisette
anni, innanzitutto rivendico il ruolo che
la sinistra ha avuto nel secolo scorso nel trasformare
l’Umbria da povera terra di mezzadri
a regione avanzata. Da qui bisogna ripartire.
Invece una parte del Pd non ha, o finge di non
avere memoria di questa trasformazione e predica
la necessità di demolire il passato. Chi dovrebbe
rappresentare la tradizione del buon governo
di centrosinistra non spende una parola
per difendere tutto ciò che di buono si è creato
in Umbria, a cominciare dai servizi socio-sanitari
che a lungo hanno rappresentato, insieme
a quelli delle altre regioni rosse, un modello per
l’intero Paese.
Detto questo, preso atto che la crescita fondata
sul mattone è finita da un pezzo e ribadito che
non nasciamo certo per fare cadere le amministrazioni
di centrosinistra, è evidente che dovremo
incalzarle, sempre schierandoci dalla
parte degli ultimi.
Schettini: Mi limito a intervenire sulla questione
delle risorse umane. Intanto nutro profondo
rispetto per quei compagni che hanno
deciso di rimanere e di affrontare una battaglia
congressuale dura e che sarà giocata con mezzi
non ortodossi. Non siamo né marziani né portatori
di una verità assoluta, ma anche io penso
che molti ci seguiranno dopo il congresso.
Che rapporti ci sono con quanto di vecchio e
di nuovo si muove parallelamente a sinistra?
Marinelli: Noi abbiamo una interlocuzione avviata
con Pisapia e con una parte di Sinistra
italiana, ma in generale tutto quello che si
muove a sinistra ci interessa. Lo ripetiamo il
nostro è uno sguardo rivolto al futuro. L’aggregazione
di forze, anche sul piano elettorale, è
necessaria e ineludibile, a patto che tale aggregazione
non si limiti, come troppo spesso in
passatto, ad una sterile sommatoria di sigle, ma
sia parte di un progetto e di un processo politico.
Mazzoni: In una fase costituente come quella
che intendiamo avviare c’è ovviamente la speranza
che possa aderire il numero più ampio
possibile di soggetti.

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