Tutti zitti, arriva Braccio – Perugia 1416, conclusa la prima edizione

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di Stefano De Cenzo
Alla fine, complice il nubifragio, la
rievocazione storica della presa di
Perugia da parte di Braccio da Montone
si è conclusa sabato 18, in concomitanza
con le iniziative già programmate per il XX
giugno.
Insomma benché il sindaco Romizi abbia voluto
ribadire l’importanza della resistenza dei
perugini nel 1859 e della Liberazione nel
1944 (nel comunicato ufficiale pubblicato
sul sito del Comune e riportato dai media
non c’è tuttavia nessun accenno diretto né
alla violenza delle truppe pontificie né al nazifascimo,
ma si parla genericamente di “tributo
di sangue” e “ingiustizie”), l’amministrazione
comunale di centrodestra è riuscita
nell’intento di oscurare una doppia ricorrenza,
evidentemente, non gradita.
Nei mesi scorsi, man mano che montava la
polemica, attraverso gli interventi di Attilio
Bartoli Langeli e Giancarlo Baronti, abbiamo
assunto una posizione chiara e netta nei confronti
di Perugia 1416, manifestando la nostra
assoluta contrarietà. Adesso che la “mascherata”
si è conclusa vale forse la pena di
aggiungere direttamente qualche altra considerazione.
La prima riguarda il modo con cui tutta
l’operazione è stata condotta. Una scelta imposta
dall’alto, anche a quelle associazioni
rionali che poi, giocoforza, hanno finito per
aderire. Alla pomposità delle dichiarazioni
d’intento (“rafforzare la propria identità di
appartenenza”, “riconquistare una unità cittadina”,
addirittura “promuovere l’economia
locale”, etc.) ha corrisposto una realizzazione
di certo non esaltante, che ha raggiunto
punte di assoluta comicità (ovviamente involontaria)
con il ritocco alla foto pubblicata
sul sito del Comune per aumentare il numero
degli spettatori alla giornata dell’11. Già perché
i perugini, a parte la prevedibile curiosità
che ha portato in centro sicuramente molte
più persone in più di un normale sabato pomeriggio
di sole (ma come testimoniano le
foto e i video, visibili in rete, il tanto atteso
e sbandierato bagno di folla non c’è stato),
hanno continuato la loro vita di sempre, indifferenti
alle gesta del novello Braccio, interpretato,
come è noto, da un giovane ed
aitante ex tronista di Maria De Filippi, apparso
assai convinto del suo ruolo. Così come
lo sono apparsi tutti i circa 600 figuranti (in
buona parte provenienti da altre rievocazioni
storiche) che hanno dato vita al corteo finale.
Scene di giubilo, poi, alla proclamazione del
rione vincente (per la cronaca Porta Santa
Susanna) e foto di rito lungo le scale di Palazzo
dei Priori con l’assessora Severini in
prima fila, naturalmente in abito d’epoca,
che annuncia radiosa la prossima edizione
del Palio. Più che una promessa, una minaccia.
Si è sentito ripetere che la manifestazione ha
bisogno di tempo per rodarsi e dare i suoi
frutti, intanto per metterla in piedi c’è voluto
il contributo di mezza Italia centrale (dai vestiti,
alle tende da campo, ai tamburi). Insomma
chiunque abbia visitato negli anni
una delle tante accurate – per quanto anche
esse discutibili – rievocazioni storiche presenti
nei centri umbri non potrà non avere notato
la macroscopica differenza.
E veniamo alla questione centrale, quella che
sembrerebbe stare più a cuore alla amministrazione
comunale ovvero quella dell’identità.
Pensare che una città complessa e articolata
come Perugia possa risconoscersi in
una rievocazione medieval-rinascimentale
nata dal nulla è fuori da ogni logica, il che
rende sempre più forte il dubbio che si sia
trattato di una forzatura tutta ideologica,
fatta volontariamente a ridosso del XX giugno,
con l’obiettivo di spazzare via in un solo
colpo quel poco che è rimasto della tradizione
anticlericale e antifascista. Ancora una volta
la destra porta a compimento quello che il
centrosinistra ha colpevolmente cominciato.
Ma anche mettendo da parte questo aspetto
e ragionando solo nei termini dell’offerta culturale,
di nuovo gli amministratori del capoluogo
regionale commettono l’errore di pensare
che la ricomposizione di una città che
conta oltre 166mila abitanti e la sua riqualificazione
possano passare esclusivamente attraverso
una serie infinita di grandi, o presunti
tali, eventi.
Nella accesa polemica che ha preceduto Perugia1416,
molti esponenti e sostenitori delle
precedenti giunte di centrosinistra hanno voluto
marcare la loro distanza sottolineando
il diverso valore di manifestazioni come Umbria
Jazz o il Festival del giornalismo, di ben
altro spessore rispetto alla rievocazione di
Braccio.
Un confronto fin troppo facile che però sposta
ancora una volta il problema. Il recente
passato dimostra che non è certo con i soli
grandi eventi che si rinsalda la comunità cittadina.
La presenza ininterrotta di una manifestazione
di rilievo internazionale come Umbria
Jazz (al di là dei suoi alti e bassi) non è certo
stata sufficiente ad evitare il declino culturale
della città – ben rappresentato dalla fuga degli
studenti dalle due università – né a rinsaldarne
l’identità.
Una identità che non si misura con il pienone
in centro storico, che ci siano gli emuli di
Braccio o DJ Ralf, ma con la qualità della
vità quotidiana, dall’acropoli ai quartieri periferici,
che trae alimento da una adeguata
rete di servizi. In che condizioni versa la rete
delle biblioteche cittadine da tempo sottoposte
a drastici tagli di risorse? L’assessore
Severini lo sa? E’ interessata?
E invece si continua a sacrificare tutto in
nome dell’evento. Il palco in piazza IV Novembre
non va montato il 10 agosto perché
offende la cattedrale di San Lorenzo, ma per
il compleanno di Radio Subasio si blinda il
centro storico e si monta un palco mai visto.
Siamo ormai stanchi di ripetere che non si
rilancia la città storica se non restituendole
residenti e funzioni, non si ricuce il tessuto
urbano se non valorizzandolo con interventi
strutturali e destinati a durare nel tempo, ma
siccome questo è troppo costoso e complicato
si pensa che sia sufficiente una mascherata o
un concerto.
E insieme a tutto questo prosegue – senza soluzione
di continuità tra giunte di colore diverso
– la privatizzazione degli spazi pubblici
come dimostra la ormai quasi ininterrotta, e
ogni anno in aumento, distesa di tavolini
lungo corso Vannucci o la periodica occupazione
dell’unico polmone verde della città,
l’area di Pian di Massiano, per eventi smaccatamente
commerciali.
Da ultima, per ora, la vicenda delle Logge
del Duomo di cui ci siamo occupati nel numero
precedente.
La cosa più irritante, però, è che tutto questo
viene spacciato come qualcosa che mira alla
partecipazione dei cittadini, al loro coinvolgimento.
Ma in che modo? Come figuranti,
spettatori, di certo consumatori.
La proposta è impossibile, il dissenso è bandito.
Altrimenti arriva Braccio.
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