Terrorismo per lo Stato – Cos’è e come funziona l’Isis

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di Roberto Monicchia

“Il terrorista porge al nemico la corda
con cui impiccarsi. Il nodo scorsoio
offertoci dai jihadisti ha un nome:
guerra al terrorismo”. Queste parole tratte dall’editoriale
che apre il fascicolo di Limes di novembre
(La strategia della paura. “Limes. Rivista
italiana di geopolitica”, gruppo editoriale
“l’Espresso”, n. 11, novembre 2015) descrivono
bene il clima che si respira dopo gli attentati di
Parigi: dalla chiamata alle armi alla crociata antimmigrati,
dalla chiusura identitaria alla denuncia
del complotto dei servizi segreti, si sono
sentite le ipotesi più disparate e fantasiose, che
spesso hanno in comune una base analitico-descrittiva
generica e approssimativa. Quindici
anni dopo le torri gemelle, insomma, la coazione
a ripetere errori già rivelatisi esiziali è
forte: le parole di Hollande e Valls sono sinistramente
simili a quelle di Bush. Ma, citando
ancora “Limes”, “Terrorismo è termine inflazionato.
Marchio con cui bollare il nemico, non
categoria euristica. Eppure mai come oggi
quando l’emozione e la rabbia minacciano di
prendere il sopravvento sulla ragione, è opportuno
ricordare a noi stessi che il terrorismo è
una tecnica di combattimento”.
Una tecnica di combattimento che può servire
strategie e fini piuttosto diversi fra di loro: diventa
quindi essenziale distinguere nel fenomeno
vasto e variegato accomunato approssimativamente
sotto la categoria “terrorismo
islamico”, insieme alle caratteristiche comuni,
le differenze specifiche. In questo senso, e nonostante
sia stato pubblicato più di un anno fa,
prima cioè del doppio attacco alla Francia del
2015, risulta molto utile il saggio di Loretta
Napoleoni Isis. Lo Stato del terrore. Chi sono e
cosa vogliono le milizie islamiche che minacciano
il mondo (Feltrinelli, Milano 2014).
La rapida espansione sui territori dell’Iraq e
della Siria sconvolti dalla destabilizzazione dei
regimi di Saddam e Assad e dalla conseguente
guerra civile; la capacità di accumulare risorse
finanziarie enormi sfruttando l’accesso al petrolio
e al mercato delle armi, nonché usufruendo
delle “donazioni” dei regimi arabi anti
Assad; l’uso indiscriminato della violenza e la
capacità di proselitismo sia in medio oriente
che tra i musulmani europei: tutte tratti dell’Isis
(già Tawhid al Jihad, poi Isi, infine di nuovo
Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – Isil o
Isis) che Europa e America hanno conosciuto
dal 2010 in poi, trasformandola via via nella
più pericolosa delle organizzazioni terroristiche
mediorientali. Ma questi tratti, sia pure in misura
minore, sono stati o sono propri di altre
organizzazioni.
Quello che l’occidente rifiuta di ammettere è
che il progetto dell’organizzazione guidata da
Abu Bakr al Baghdadi va molto oltre Al Qaeda
e altri gruppi: la vera posta in gioco non è la
“guerra ai nemici lontani”, come nella sfida
dell’11/9, quanto la messa in discussione degli
assetti geopolitici del medio oriente, fissati da
francesi e inglesi a partire dagli accordi Sykes-
Picot del 1916. Al posto di quei confini e di
quegli stati che, non solo per l’Isis, rappresentano
tanto il dominio occidentale quanto la
sottomissione ad esso delle élite arabe dominanti,
dovrà insediarsi la riedizione dell’antico
Califfato, l’età dell’oro dell’Islam sunnita. In
altri termini l’Isis rappresenta un salto di qualità
della strategia islamista, mettendosi sulla strada,
tentata più volte, di trasformare un’organizzazione
armata in stato, legittimato tanto dalla
conquista territoriale quanto dal consenso interno
e dal riconoscimento internazionale.
Percorrendo questa strada l’Isis ha dimostrato,
rispetto ad Al Qaeda ed ai Taliban, ai quali è
assimilabile per l’uso estremo della violenza e
l’imposizione della legge islamica, capacità incomparabilmente
più grandi di comprensione
della situazione internazionale, pragmatismo,
uso delle tecnologie di comunicazione.
Analogamente a quanto fatto dall’Olp nel corso
di diversi decenni, dal 2011 al 2014 l’Isis ha
intercettato una parte dei finanziamenti degli
stati arabi interessati a una guerra “per procura”
contro Assad, sfruttando anche le rivalità e le
contraddizioni del fronte avversario (sempre
più evidenti dopo l’inizio dell’intervento russo
e l’escalation francese, con le “molte guerre”
che si combattono sul teatro siriano). L’Isis mostra
di aver capito a fondo l’instabilità del
mondo post guerra fredda e le incertezze della
globalizzazione.
Inoltre, se è vero che le guerre “per procura”
distruggono, come è avvenuto in Iraq e ancora
di più in Siria, le istituzioni statali e le strutture
della società civile, dando vita ad aree frammentate
gestite dai signori della guerra, è anche
vero che in questa frammentazione l’Isis rappresenta
una parziale eccezione: nei territori
sotto il suo controllo, infatti, si va formando
un’embrione di struttura economica, militare e
amministrativa. Le milizie di Al Baghdadi, per
esempio, sono state in grado di cooptare le élite
locali nella gestione del territorio. Rispetto ad
altri esempi, inoltre, il salario dei combattenti,
locali o provenienti dalle periferie emarginate
dell’occidente, è molto più basso della media:
la molla dell’arruolamento è molto più ideologica
che economica. Non mancano neanche gli
sforzi – anche qui in in netta controtendenza
rispetto a Al Qaeda e Taliban – di realizzazione
di programmi, sia pur minimi, di sicurezza sociale.
Insomma, la promessa di fondare la versione
moderna del Califfato sunnita dell’VIII
secolo fa veramente presa, anche perché segue
decenni in cui le potenze straniere si sono avvicendate
nello sfruttamento dell’area a propri
fini, appoggiandosi su élite locali screditate. In
questo senso, con le dovute cautele, Napoleoni
individua una rassomiglianza tra il progetto del
Califfato e quello del sionismo: come la Palestina
per gli ebrei della diaspora, il Califfato è
per i sunniti la “terra promessa”, lo stato ideale
che riscatterà decenni di sconfitte e umiliazioni.
La stessa analogia vale nelle strategie di conquista:
il ritorno alle origini si dovrà compiere
con le strategie più pragmatiche e gli strumenti
più moderni possibili.
Il doppio volto dell’Isis si ritrova su più dimensioni.
Proclamandosi Califfo ed erede diretto
di Maometto Abu Bakr al Baghdadi si arroga il
diritto di proclamare la “piccola jihad” (cioè la
guerra contro gli infedeli); allo stesso tempo
l’Isis riesce a incorporare nel suo sforzo di costruzione
di un’entità statale, le tre accezioni
moderne della jihad, elaborate dalle correnti
islamiche novecentesche in concorrenza e in
parallelo con il nazionalismo arabo: controcrociata,
anticolonialismo, rivoluzione. Un altro
esempio è l’uso sistematico della violenza: le
stragi ai danni di sciiti e membri di altre confessioni
sono funzionali alla strategia di costruzione
di uno stato “etnicamente” omogeneo,
ma allo stesso tempo trovano legittimazione nel
dovere di punire con la morte l’apostasia, l’accusa
reciproca che i seguaci di Alì è quelli di
Uthman si lanciarono nel 655, quando prese il
via la separazione tra sunniti e sciiti.
In poco più di tre anni l’Isis è cresciuto oltre
ogni aspettativa, mettendo a frutto la capacità
di inserirsi nella disgregazione delle nazioni
arabe, evidente in Iraq e Siria. Gli esiti incerti
della globalizzazione producono, accanto ad
aree di nuovo impetuso sviluppo, anche scenari
che assomigliano da vicino all’hobbesiana
“guerra di tutti contro tutti”.
Nelle micidiali “guerre premoderne con tecnologie
moderne” che questa situazione genera,
l’Isis è riuscito a inserire il proprio progetto di
“stato nazionale ridefinito”: basato sull’appartenenza
religiosa e non solo sull’etnia, capace
di insediarsi su un territorio sufficientemente
esteso, costruendovi embrioni di strutture amministrative,
forme di welfare, strutture di creazione
del consenso.
L’Isis, esattamente come le “primavere arabe”,
è figlio della disgregazione degli assetti politici
del medio oriente: il suo successo deve essere
compreso sia alla luce degli errori delle potenze
occidentali e dei loro alleati locali, contro i quali
si ritorcono le guerre combattute “per procura”
in Iraq e Siria, sia tenendo conto della sua capacità
di “farsi stato”, rappresentando una promessa
per masse cospicue di diseredati. E’ un
elemento inedito e permanente di cui è ora di
prendere atto.

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