Parole / Terremoto

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di Jacopo Manna
Nella cultura antica i sismi sono una presenza remotissima: fra i titoli che i Greci assegnavano a Poseidone c’era pure quello, poco rassicurante, di “Scuotitore di terre”. La più antica trattazione sui terremoti a noi pervenuta è, però, quella contenuta nel II libro della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, relativamente tarda (77 d.C.) ma riassuntiva di un po’ tutto il sapere precedente e per noi perduto, cui vengono aggiunti molti dettagli prodotti dalle osservazioni personali dell’autore. A leggerle oggi, quelle pagine sconcertano: da un lato mostrano un senso pratico ammirevole (Plinio distingue i tipi di scossa secondo un criterio empirico che assomiglia a quello adottato oggi dai sismologi, e le annotazioni su quali parti dell’edificio resistono meglio al crollo potrebbero venire sottoscritte da qualunque ingegnere); dall’altro sforano nel soprannaturale, visto che tra le cause dei sismi vengono elencate anche le congiunture astrali e d’altronde “mai la città di Roma ha tremato senza che ciò fosse preannunzio di qualche evento futuro”. Avremmo torto a sorprendercene; il terremoto nasce dalle viscere della terra, vale a dire da quanto di più misterioso ed impenetrabile si presenti all’ indagine dell’uomo, e si manifesta con caratteri che hanno molto a che fare con la collera divina: improvvisa, inesorabile, devastante. Nulla di strano dunque che una componente irrazionale sia presente anche nella mentalità di un precursore della scienza quale per molti versi era Plinio, né che sia pronta a riproporsi persino al giorno d’oggi. Come poté constatare il folignate Gilberto Scalabrini, disaster manager durante il terremoto del ‘97: non sapendo bene in quale modo spiegare ad un vecchietto di Annifo le origini del sisma che gli aveva devastato la casa ricorse ad un esempio, spiegandogli che nel sottosuolo era come se vivesse un drago che, rigirandosi, faceva agitare la terra. L’esempio si dimostrò così efficace che, durante una scossa di assestamento, il vegliardo prese il fucile da caccia e sparò al suolo numerose scariche con l’intento di ammazzare il drago irrequieto e sotterraneo. Su “il manifesto” del 25 agosto scorso è comparsa una intervista all’ autorevole sismologo Romano Camassi. Alla domanda se fosse realistico adeguare al rischio sismico i centri dell’Appennino, per lo più costituiti da edifici storici, ha risposto: “Nel giro di qualche decennio si potrebbe fare. Un lavoro progressivo sull’adeguamento e miglioramento sismico è la vera prevenzione. Molto più che insegnare alle persone dove scappare o come proteggersi in caso di scossa. […] Esistono tecniche anti sismiche non troppo costose che rispettano il patrimonio storico. Si può fare, altri paesi lo fanno […]. C’è bisogno però che il nostro paese dedichi più tempo e più risorse agli interventi di prevenzione. Direi almeno un centinaio di volte superiori a quelle attualmente investite”. Se una cosa dai tempi di Plinio dovremmo avere imparato è proprio a non sbagliare bersaglio; inutile prendersela col drago, se le case fossero messe in regola potrebbe agitarsi quanto gli pare senza ammazzare nessuno. Cominciamo invece a prendere di mira (metaforicamente, poiché noi non siamo vecchietti di Annifo) le amministrazioni, chiediamoci che impiego si fa del denaro pubblico, preoccupiamoci dei criteri con cui si distribuiscono i fondi per la ricostruzione, e dei controlli sul loro impiego una volta assegnati. Pretendiamo quanto dovuto. Queste disgrazie non sono il prodotto di congiunture astrali, ma storiche.

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