Sciopero dei “provinciali” Una piccola rivoluzione

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di Luigino Ciotti

Il riuscito sciopero di 2 ore di venerdì 16
ottobre, con relative manifestazioni, 400
partecipanti circa a Perugia e un centinaio
a Terni (su 1300 dipendenti complessivi), segna
un salto di qualità, anche se non risolve i problemi,
nella lotta dei provinciali contro lo smantellamento
dei propri enti attuato dalla legge Delrio
e dal decreto Madia.
Sia pure in ritardo si è cominciato a prendere coscienza
che il progetto del governo Renzi (non a
caso lo slogan più gettonato dei cortei è stato il
vaffa al premier) è lo smantellamento dello stato
sociale e la conseguente riduzione dell’occupazione
nei vari comparti, per esternalizzare i servizi,
favorendo amici e costruendo il consenso con
altre modalità.
L’attacco è complessivo e va dalla scuola alla sanità,
agli enti locali; gli esuberi-mobilitàlicenziamenti
nelle province (sono a rischio
18.000 dipendenti su 65.000) sono solo lo sfondamento
nell’ente più debole dopo i forti tagli ai
bilanci (1 miliardo nel 2015, 2 nel 2016, 3 nel
2017), il declassamento ad ente di secondo livello
seguito dall’eliminazione tout court contenuta
nella riforma costituzionale approvata nei giorni
scorsi in Senato.
E’ una politica scellerata, che ha gravi ripercussioni
sull’economia umbra, perché i 250 posti a rischio
si aggiungono ad altre 200 vertenze aziendali in
corso nella nostra regione con quasi 20.000 lavoratori
coinvolti; una politica avallata anche dalle
organizzazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil che hanno
rinunciato ad una vertenza anzionale, ad iniziative
di lotta unificanti, lasciando i lavoratori alla merce
delle singole regioni, che possono decidere sulle
modalità del riassorbimento di parte del personale
per le funzioni già delegate alle province e che
ora la legge riassegna loro.
Al ritardo di partenza vanno aggiunti l’omogeneo
quadro di comando Pd di governo, regione, province,
la scarsa sindacalizzazione e coscienza di
classe di dipendenti che fino ad ora si sentivano
ceto medio, sicuri del salario e del lavoro, e che
in buona parte dovevano il lavoro a meriti politici,
per cui si riteneva che i propri padrini politici e i
rappresentanti eletti e votati nelle istituzioni locali
non avrebbero mai permesso licenziamenti, demansionamenti,
allontanamento del posto di lavoro
dalla propria residenza, attacco alla propria
professionalità ed anche alla propria dignità.
Insomma un bello scossone ad alcune storiche
certezze e radicate convinzioni politiche, una
spinta a modificare non solo le opinioni ma anche
i comportamenti, fino a costringere a ciò che alcuni
non avevano mai fatto: metterci la faccia,
rimetterci dei soldi con lo sciopero, fare una manifestazione.
Per vincere, salvaguardando posti di lavoro e servizi
ai cittadini, nel caos legislativo, nella mancata
volontà politica, con soldi utilizzati per inaccettabili
scelte come i vitalizi e gli stipendi di parlamentari
e consiglieri regionali o l’eliminazione
dell’Imu dalle ville, forse lo sciopero e le manifestazioni
non basteranno ma in Umbria sono già
una piccola rivoluzione.

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