Rifiuti zero non è un’utopia – Intervista al Presidente del Coordinamento regionale

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rifiti zerorifiti zerodi Anna Rita Guarducci

Il 9 gennaio i rappresentanti dell’associazione
Coordinamento regionale
Umbria Rifiuti zero hanno tenuto una
conferenza stampa per illustrare la strategia
Rifiuti zero e comunicare la propria disponibilità
a collaborare, come soggetto competente,
con la Presidente Marini che nel
suo programma elettorale scriveva: “La Regione
adeguerà il Piano regionale dei rifiuti
volto ad attuare l’opzione rifiuti zero partendo
dal rafforzamento di tutte le misure
volte al potenziamento della raccolta differenziata”.
Il presidente dell’associazione, Roberto
Pellegrino, ha risposto a qualche nostra
domanda.
Il nome dell’associazione richiama il concetto
Rifiuti zero, ma è possibile azzerare i
rifiuti?
Il quadro normativo europeo e nazionale
(Direttiva 2008/98/Ce e suo recepimento
Dl 205/2010) impone una serie di azioni
prioritarie, nell’ordine: prevenzione, preparazione
per il riutilizzo, riciclo con recupero
materia, recupero di altro tipo, ad esempio
energia, smaltimento (in discarica o inceneritore).
Attualmente si punta, se va bene,
quasi esclusivamente alla raccolta differenziata
che è solo la prima parte della terza
azione
Poco si fa per diminuire alla fonte la produzione
dei rifiuti e favorire il riutilizzo dei
manufatti (eliminando ad esempio l’usa e
getta nelle mense o limitando l’uso della
carta negli uffici digitalizzando le comunicazioni).
Un’opportuna legislazione dovrebbe
incentivare le aziende a produrre manufatti
progettati per il recupero della
materia, questa mancanza fa sì che anche i
comuni più virtuosi ottengano al massimo
l’85-90% di differenziata; senza riciclo e recupero
l’obiettivo rifiuti zero rimane lontano.
Tuttavia già alcune realtà si sono avvicinate
all’obiettivo, basterà quindi copiare
da loro per realizzare quella che ancora sembra
un’utopia.
Qual è la situazione nella nostra regione?
Il Piano regionale gestione rifiuti del 2008
(Dgr 6 ottobre 2008, n. 1293) si poneva
quattro obiettivi: ridurre la produzione dei
rifiuti; portare la raccolta differenziata al
65% entro il 2012; avviare un nuovo inceneritore
entro il 2012; smaltire in discarica
solo 60mila tonnellate dal 2012. L’investimento
previsto, però, era finalizzato alla costruzione
del nuovo inceneritore, mai realizzato.
Nel 2014 la situazione è la seguente:
la riduzione dei rifiuti urbani, sia per effetto
della crisi economica che per il lieve aumento
della differenziata, c’è stato: circa 70mila
tonnellate in meno rispetto al 2008. Tuttavia
l’obiettivo del 65% al 2012 è stato mancato
e sembra ancora lontano: la differenziata risulta
al 50% circa e di bassa qualità ovvero
ha un 30% di scarto che contribuisce a mandare
in discarica 265mila tonnellate invece
delle previste 60mila, cioè più della metà
dei rifiuti urbani umbri. Per questo le sei
discariche sono al colmo della loro capacità
e la Giunta regionale, per non incorrere in
una emergenza rifiuti, ha autorizzato l’ampliamento
di Le Crete, Belladanza e Borgogiglione;
in perfetta controtendenza con le
direttive europee.
Quali sono le conseguenze di questo sostanziale
fallimento per i cittadini?
Una cattiva gestione dei rifiuti causa inquinamento,
pesanti ricadute sulla salute umana
e sull’economia: l’Umbria è una delle regioni
con i maggiori costi di gestione dei rifiuti
urbani, coperti interamente dalle tasse. Le
regioni che hanno raggiunto valori di differenziata
superiori al 65% (Veneto e Trentino
Alto Adige) e che ricorrono a discariche e
inceneritori solo in modo marginale, sono
anche quelle con i costi di gestione più bassi:
circa 50 euro in meno pro-capite/anno rispetto
a noi.
Cosa non ha funzionato in Umbria?
Ha pesato l’assenza di una gestione regionale
unitaria e trasparente. Le amministrazioni
pubbliche hanno demandato la gestione ad
una costellazione di privati senza controllare
il raggiungimento degli obiettivi di legge o
impedire il conflitto d’interessi tra chi gestisce
le discariche e chi si occupa della raccolta,
così come prevede il Piano. Inoltre si sarebbe
dovuto investire molto di più sulla comunicazione
ai cittadini per migliorare la differenziata
e introdurre seri meccanismi di premialità.
Probabilmente una gestione pubblica, condotta
da amministratori competenti, avrebbe
dato risultati migliori, come è successo in
Veneto oppure a Capannori (un comune di
45mila abitati in provincia di Lucca), dove
sono bastati un assessore, un sindaco e un
maestro di scuola elementare per fare correttamente
la raccolta differenziata. Infatti
oggi è uno dei comuni migliori d’Italia in
tema di gestione rifiuti.
Cosa dovrebbe fare l’Umbria per uscire dal
pantano rifiuti?
Le esperienze già consolidate nei contesti urbanistici
più diversi dimostrano senza dubbio
che la differenziata porta a porta, la tariffa
puntuale (l’utente paga in proporzione
ai rifiuti indifferenziati prodotti), il compostaggio
domestico che porta una riduzione
del 30% della parte variabile della Tari, una
comunicazione efficace e capillare, consentono
di raggiungere in tempi sorprendentemente
brevi valori di differenziata intorno
all’80-90%, con scarti inferiori al 5%. Il residuo
indifferenziato è destinato agli impianti
di Trattamento meccanico biologico
per ricavare ulteriore materia. Gli impianti
umbri andrebbero però ammodernati e resi
più efficienti dato che attualmente recuperano
solo l’1% di materia, contro il 65% di
quelli veneti. Andrebbero poi creati nuovi
centri di recupero dei materiali per evitare
di mandarli fuori regione. Tutto questo è ciò
che fa il consorzio pubblico Contarina, che
gestisce i rifiuti di 50 comuni del trevigiano
(500mila utenti). Rifiuti zero non significa
mandare a casa gli operai della Gesenu, tutt’altro,
il lavoro aumenta.
Riduzione delle tariffe, sconti a chi fa il
compostaggio, porta a porta, centri di recupero,
ammodernamento degli impianti,
nuovi posti di lavoro: con quali soldi?
L’analisi dei costi e il confronto tra le regioni
dimostra che portare la raccolta differenziata
dal 10-30% al 40-50% implica un aumento
dei costi di gestione. Tuttavia, superata questa
soglia, i costi si riducono all’aumentare
della stessa, purché sia di qualità. Tale riduzione
si spiega con il minor conferimento
in discarica, minori trasporti e con il ricavato
della vendita dei materiali recuperati. Lo dimostra
la tariffa pro-capite del Veneto che è
di 100 euro/anno (differenziata superiore al
65%) mentre quella umbra è di 150
euro/anno (differenziata al 50%). Da una
simulazione del modello Contarina applicato
all’Umbria, sui dati del 2014, risulta che sarebbero
state conferite in discarica “solo”
33mila tonnellate. Il risparmio per il minore
conferimento sarebbe stato di 32milioni di
euro e il ricavato dalla vendita del materiale
di 15 milioni di euro/anno, ossia lo stipendio
lordo di 500 operai.

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