Retroarte – Mostre e musei, da Spoleto a Perugia

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Festival-spoletodi Enrico Sciamanna
Credo che Spoleto, non da pochi anni,
sia il centro umbro maggiormente attivo
sul piano artistico. Ciò senz’altro
in grazia della presenza del Festival dei Due
Mondi. Questo ha dato impulso a una serie di
mostre che sono diventate appendici dirette e
corollari delle manifestazioni teatrali e musicali.
Il ruolo svolto a suo tempo da Giovanni Carandente,
in occasione della IV edizione del Festival
e poi con la grande mostra dell’anno successivo
Sculture nella città del 1962, si affianca
direttamente alla funzione di promozione che
il Festival ha svolto, al punto che Spoleto viene
vista come contenitore ideale per esposizioni di
artisti affermati e in cerca di notorietà, nonché
di mercato, ma anche sede di mostre preconfezionate
itineranti, come quella di Giorgio De
Chirico, dal titolo La ricostruzione, opere degli
ultimi trent’anni di vita dell’artista, fino al 1976,
che sarebbero: “sintesi di quelle tematiche che
il Pictor Optimus volle ribadire e diffondere
per la salvaguardia culturale e morale del nostro
Paese e per il necessario nutrimento delle coscienze
tese al riscatto e alla rigenerazione di un
popolo prostrato, ma ricco di energie e aspirazioni”
ma che, francamente, nonostante la
buona volontà del prestigioso curatore Claudio
Strinati, appare poco consona al progetto. L’allestimento
sarà visitabile fino al 5 giugno a Palazzo
Bufalini, predisposto per l’occasione e dal
grande valore strategico, essendo collocato proprio
nella piazza del duomo. Tornando alla città,
palazzi pubblici e privati, ma anche semplici
vani riattati costellano di dipinti, sculture, istallazioni
il centro, soprattutto nel periodo della
festival, ma in tutto il corso dell’anno, verrebbe
da dire tanto più adesso che la città è il set del
serial don Matteo, il thriller confessionale più
seguito della televisione italiana.
Ma l’attesa maggiore è per Spoleto Arte, a cura
di Vittorio Sgarbi, ambientata nello storico Palazzo
Leti Sansi, anch’esso nel centro, che da
anni attrae migliaia di visitatori e vede come
protagonisti in esposizione artisti di rilievo del
panorama contemporaneo internazionale. Il vernissage
è fissato per il prossimo 25 giugno, con
una prestigiosa cerimonia inaugurale. La direzione
organizzativa è del manager della cultura
Salvo Nugnes, noto per l’alacrità nel campo
della promozione dell’arte, per essere stato un
precocissimo impresario e per la rete relazionale
variegata, in cui figurano anche alcuni defunti,
che comprende, oltre all’ineffabile curatore,
Margherita Hack, Francesco Alberoni, Katia
Ricciarelli, Silvana Giacobini e Alessandro Meluzzi,
Bruno Vespa, Corrado Augias, Antonino
Zichichi, Umberto Veronesi, Piero Chiambretti,
Roberto Gervaso, Vittorio Feltri, Margaret Mazzantini,
Mogol, Patty Pravo, Roberto Vecchioni,
Amanda Lear, Paolo Limiti, Paolo Crepet,
l’eterno Gillo Dorfles, ognuno in qualche modo
legato all’iniziativa.
Vedere nell’organico degli sponsor, contemporaneamente,
la compianta Hack e Zichichi, Vespa
e Augias, stupisce, ma tant’è. Credo tuttavia
che un insieme di personalità come queste, riunite
sotto un comune vessillo siano, una volta
di più, la prova provata che Baumann con la
società liquida ha ragione; mai al mondo qualche
decennio fa si sarebbe consentito un tale
miscuglio, nemmeno in un contesto relativamente
neutrale come l’arte. L’inaugurazione,
come si diceva, è per il 25 giugno, in concomitanza
con il festival, ma il battage già si è avviato
con una polemica rinfocolata dalla risposta risentita
di Pino Bonanno, artista, scrittore e critico,
oltre che curatore di mostre e referente di
Artfarmgaia: “Qualcuno/na sostiene che per
partecipare all’esposizione Spoleto Arte 2016
non si paghi. Le cose non stanno così. L’organizzatore
Salvo Nugnes invita gli artisti, asserendo
che la partecipazione avviene ‘previa accettazione
da parte del comitato scientifico’,
ma in realtà pagano tutti i partecipanti con le
seguenti modalità: …” e di seguito i prezzi per
la partecipazione che vanno dalle decine alle
centinaia di euro, a seconda della quantità di
opere.
Un’Umbria che fa parlare di sé, per la verità in
senso molto positivo relativamente all’arte, in
quanto da un sondaggio de “La Stampa” emerge
che la Galleria Nazionale dell’Umbria risulta il
museo italiano più apprezzato, anche se il gradimento
dipende non (sol)tanto dai locali e
dalle opere in essi contenute, bensì dall’insieme
di servizi e circostanze ambientali: si parla infatti
di soddisfazione generale per il 93,95% dei visitatori.
Resto perplesso pensando all’irraggiungibilità
del centro perugino, ma si vede che chi
ha espresso il giudizio ne ha tenuto conto minimamente.
Ma la sorpresa, non più in ambito
artistico, ma in quello culturale, proviene dal
giudizio articolato sulla qualità dell’ateneo, che
viene giudicato come il migliore d’Italia tra gli
atenei tra i 20mila e i 40mila iscritti. È Il Censis
che “premia” l’Università di Perugia: è la migliore
tra i grandi atenei italiani. Anche qui c’è
da fare una precisazione, in quanto altre classifiche,
stilate da organismi diversi, non sono
molto lusinghiere e, inoltre, prima delle università
considerate “grandi” per il Censis, ci
sono le “mega”, quelle oltre i 40.000 iscritti.
Ad esempio Perugia si piazza trecentoquarantaquattresima
su mille prese in considerazione
all over the world, in base alla graduatoria del
Centre for world university rankings (Cwur).
Fatto 100 il coefficiente di Harvard, la migliore
università al mondo, all’ateneo umbro va 45,53.
Un punteggio che gli vale il 14esimo posto tra
le italiane.
In ogni caso ci pare di vivere il quotidiano in
una regione diversa da quella che giornali e statistici
descrivono. E tornando all’arte e alle sue
visioni, c’è da fare la triste considerazione che
lo sguardo al passato è sempre prevalente, come
se si camminasse col freno tirato e con l’occhio
fisso sullo specchietto retrovisore, per usare una
metafora automobilistica. Rarissimi e al momento
inesistenti, al di fuori di alcune nicchie
poco frequentate, i lavori realizzati sfruttando
le moderne tecnologie: la natura, o “l’astrattismo”
sono ancora la guida principale degli artisti
e quelle che suscitano l’interesse maggiore di
curatori e organizzatori.

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