Questione di famiglia

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di Stefano De Cenzo

Secondo la Questura di Perugia dal primo gennaio al momento
in cui scriviamo solo nel capoluogo sono avvenuti
14 casi di violenza domestica che hanno richiesto l’intervento
delle forze di polizia. Se si escludono le liti tra vicini, la
violenza si è manifestata sempre in ambito familiare non solo tra
partner ma anche tra genitori e figli. Un fenomeno che viene definito
– a ragione – “preoccupante”. Casi “minori” che occupano per un
solo giorno le pagine dei quotidiani semplicemente perchè non si
concludono in tragedia. Ma le tragedie, poi, arrivano con puntuale
regolarità: come l’omicidio a fucilate di Raffaella Presta, per mano
del marito Francesco Rosi, o il non meno brutale assassinio a colpi
di coltello di Anna Maria Cenciarini per il quale è accusato il figlio
ventunenne Federico Bigotti.
L’orrore che ci travolge davanti ad ogni omicidio è maggiore quando
il delitto si consuma in famiglia e ciò finisce per provocare profonde
divisioni nell’opinione pubblica non tanto tra innocentisti e colpevolisti
– il più delle volte il reo è confesso o colto in flagranza di
reato – quanto tra difensori e accusatori della istituzione, appunto la
famiglia, in cui tali casi di violenza sono generati. La questione è alquanto
complessa e spinosa e forte è il rischio di intervenire a sproposito;
ci sono tuttavia alcune considerazioni a margine che, a mio
avviso, non possono essere taciute. Al di là di ogni visione manichea
è indubitabile che la famiglia “tradizionale” monogamica composta
da genitori di sesso opposto sposati e con figli sia, nel concreto, in
profonda sofferenza. I dati crescenti di separazioni e divorzi lo confermano.
Ma lo stesso può dirsi del modello che essa rappresenta? A
me non pare.
Si prenda ad esempio il dibattito sulle unioni civili a cui, a causa
delle pressioni cattoliche, il nostro Paese è arrivato con grave ritardo.
Ridotto ai minimi termini quello che si chiede è dare la possibilità a
tutti, anche a persone dello stesso sesso, di costituire un nucleo familiare
riconosciuto e tutelato che comprenda, nel caso, anche la
presenza di figli. Insomma per dirla con Stefano Rodotà si chiede la
“rimozione di un ostacolo che impedisce ad alcune persone di esercitare
un diritto di cui tutti gli altri già godono”. Tutto questo va
benissimo, colma un vuoto normativo inaccettabile, ma nulla muove
sul piano della critica alla istituzione, al modello. Ma c’è ancora
qualcuno a sinistra disposto ad esercitare tale esercizio di critica?
Nella crisi conclamata dello spazio pubblico la famiglia monogamica
nucleare, nonostante la sua manifesta debolezza, continua ad apparire
come un porto sicuro, come l’unico possibile rimedio all’isolamento.
Non è un gran risultato. Averne svelato, e in larga parte superato, il
suo carattere repressivo, come è avvenuto negli anni Sessanta del secolo
scorso, non ci esime dal continuare a coglierne i limiti e le contraddizioni
interne.
Varrebbe la pena rileggersi quanto scriveva Engels nel lontano 1884
(L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato): “La monogamia
[…] non appare in nessun modo, nella storia, come la riconciliazione
di uomo e donna, e tanto meno come la forma più
elevata di questa riconciliazione. Al contrario, essa appare come soggiogamento
di un sesso da parte dell’altro, come proclamazione di
un conflitto tra i sessi sin qui sconosciuto in tutta la preistoria. In
un vecchio manoscritto inedito, elaborato da Marx e da me nel
1846, trovo scritto: «La prima divisione del lavoro è quella tra uomo
e donna per la procreazione di figli». Ed oggi posso aggiungere: il
primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo
sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico,
e la prima oppressione di classe coincide con quella del
sesso femminile da parte di quello maschile”.
La cronaca ci conferma che questo conflitto è ancora in corso. La
diffusione di nuove e inedite famiglie servirà probabilmente ad allentarlo,
difficilmente, tuttavia, a superarlo.

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