Pubblico fa bene – Intervista a Fabrizio Fratini, Fp Cgil

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IMG-20160505-WA0020-180x180a cura della redazione
Dopo 7 anni a Roma sei ritornato in
Umbria come Segretario generale regionale
della Funzione pubblica,
eletto lo scorso 5 maggio: prime sensazioni?
Quella della segreteria nazionale di categoria è
stata un’esperienza complessa e complicata ma
senza dubbio formativa. Anni difficili, caratterizzati
dal blocco dei contratti, dal turn over,
dai licenziamenti dei precari, dai provvedimenti
Brunetta, dalle pseudo riforme Madia e Delrio.
Nonostante tutto siamo riusciti a ottenere dei
risultati importanti (accordi sulla stabilizzazioni,
sui vincitori di concorso, lo stop alle privatizzazioni
e esternalizzazioni di servizi etc.) e
non ultimo il recente accordo in Aran sulla riduzione
dei comparti e dei contratti propedeutico
alla stagione dei rinnovi contrattuali.
In Umbria ho avuto già modo di toccare con
mano che nel gruppo dirigente c’è la consapevolezza
della sfida in atto contro quell’imbarbarimento
culturale e politico, una sorta di
pensiero unico, che vede nella riduzione della
presenza del pubblico il volano dello sviluppo
economico. Una ricetta tanto semplicistica
quanto fallimentare come dimostrano vicende
in altri paesi e studi e ricerche di istituti autorevoli.
Rabbrividisco quando sento dirigenti
della sinistra regionale che con disinvoltura,
oltre a rinnegare una gloriosa storia della programmazione
e della gestione della macchina
pubblica, sostengono per primi tale tesi. Come
sindacato non lo permetteremo.
Quali sono secondo te i motivi della campagna
sui cosidetti “fannulloni”?
Senza dubbio siamo in presenza di un disegno
strategico complessivo che ha come obiettivo
il superamento dei corpi intermedi e del welfare
pubblico, gratuito, universalistico. Non voglio
essere retorico, ma ci sono affinità tra il piano
Propaganda2 e alcune proposte e obiettivi dell’attuale
governo.
E la vostra strategia? Solo in difesa?
È evidente che si punta a denigrare il ruolo del
lavoratore pubblico, isolandolo e criminalizzandolo.
Per questo – pur condannando senza
esitazione determinati episodi di mal costume
che hanno visto coinvolti anche nostri iscritti
– abbiamo messo in campo iniziative insieme
ai cittadini utenti, e nel tempo si è saldato un
asse a difesa dei servizi pubblici decisivo per
vincere alcune rilevanti battaglie locali. Certo
è che la crisi, prodotta dalle ricette richiamate
prima, in assenza di un progetto politico serio
e articolato, sta fornendo sostegno a due pessime
opzioni: un populismo condito da razzismo
e provvedimenti reazionari, e la governabilità
ad ogni costo. Invece senza servizi
pubblici, a partire da quelli fondamentali previsti
nella Costituzione (istruzione, sanità, previdenza,
politiche attive del lavoro, etc), il cittadino
è più solo e più debole.
A livello locale quale risposta intendete mettere
in campo?
Siamo impegnati nella gestione dei nefasti effetti
prodotti dalle “riforme” del Governo,
dall’abolizione delle province al jobs act.
Nel primo caso pagano il prezzo di un provvedimento
demagogico e sbagliato i cittadini e
le lavoratrici e i lavoratori, che stiamo tentando
di tutelare attraverso un accordo nazionale e
accordi regionali. Il tanto strombazzato risparmio
economico, ottenuto al prezzo del taglio
di servizi, è quasi pari alle spese per le consulenze
esterne di Palazzo Chigi. Cito come esempio
le politiche attive per il lavoro, che le province
svolgevano con i centri per l’impiego,
strategiche soprattutto in una congiuntura economica
recessiva e in una fase di grandi cambiamenti
normativi, e che oggi rischiano, nonostante
la previsione dell’avvio dell’Agenzia
nazionale (Anpal), di essere nel frattempo
smantellate, con perdita di competenze e posti
di lavoro.
Sul jobs act, oltre a contrastarlo attraverso accordi
decentrati, la categoria, come tutta la
Cgil, è impegnata nella raccolta di firme a sostegno
del disegno di legge sulla Carta dei diritti
e dei referendum abrogativi sugli aspetti
più violenti del provvedimento.
E sulla sanità?
Il sistema sanitario nazionale, conquistato dalle
lotte operaie del movimento sindacale, è ancora
uno dei primi a livello europeo, nonostante i
drammatici tagli ai trasferimenti delle risorse,
la devolution, i fenomeni di corruzione e concussione
(più presenti nel sistema privato accreditato).
Sta di fatto, però, che per la prima
volta si riduce l’aspettativa media di vita e, secondo
tutti i principali parametri medici e
scientifici, si arretra nella filiera prevenzionecura-
riabilitazione dopo 40 anni di crescita.
L’Umbria ha varato riforme degli assetti, oggi
si preferisce dire governance, da noi auspicati
da tempo, ma nel complesso arretriamo vistosamente
rispetto alla altre regioni e questo ci
amareggia molto. Certo, sappiamo bene che il
governo ha lavorato molto per scaricare tutte
le contraddizioni e le difficoltà a livello locale,
ma non ho visto la necessaria azione di contrasto
della classe dirigente che sta attualmente
amministrando, vuoi per non disturbare troppo
il manovratore centrale, vuoi per l’assenza di
una piattaforma alternativa a quella dei tagli.
Siamo stati spesso soli come sindacato, o meglio
siamo stati in trincea insieme ai lavoratori e
pensionati, con le nostre solite armi, mobilitazioni
e proposte. Penso ad esempio che istituire
il fascicolo sanitario per ogni cittadino umbro
possa evitare la ripetizione di esami e visite mediche
e che sia necessario rivedere gli organici
in presenza di un’età degli operatori molto elevata.
Cosa serve per rilanciare l’Umbria così pesantemente
attraversata dalla crisi?
Servono un sistema pubblico qualificato, una
classe dirigente autorevole e non autoritaria, e
una forte confederalità sindacale. La crisi dei
partiti non aiuta purtroppo questo processo.
La mancanza di fiducia nei partiti e nelle istituzioni,
rende tutto il sistema più fragile, con
il rischio di aumentare l’esclusione sociale: la
mobilità sociale è bloccata da tempo e a tanti
giovani, con alta formazione e scolarizzazione
non resta che emigrare. Dobbiamo avere la
forza di riprendere la contrattazione sull’orga-
nizzazione del lavoro, di portare le istanze della
contrattazione nel territorio, dando più forza
e concretezza alla contrattazione sociale ovvero
a un’attività di negoziazione con le istituzioni
di governo (regione, comuni, etc.) per migliorare
ed estendere il welfare. Per farlo con efficacia,
oltre a una battaglia vera all’evasione, all’elusione,
all’erosione fiscale, è necessario
riavviare una vera concertazione che si sviluppi
attraverso la contrattazione. Concertare, si badi
bene, non vuole dire essere sempre d’accordo.
In passato, prima di diventare uno stanco rito
formale, la concertazione ha prodotto risultati
apprezzabili.
In concreto?
Ad esempio credo sia utile che ogni amministrazione
si doti di un bilancio sociale con cui
rendere conto ai cittadini delle proprie scelte,
dei risultati e dell’impiego delle proprie risorse.
E poiché nessuna politica economica e sociale
è neutra rispetto alle differenze di genere dei
cittadini e poiché uomini, donne, bambini
hanno bisogni socialmente diversificati, è utile
disaggregare per genere il bilancio sociale. Per
farlo necessitano idee, competenze, passioni,
che la Cgil nelle sue articolazioni organizzative
dispone: concertare con un ente territoriale è
efficace solo se si conosce come si formano le
decisioni, attraverso quali canali e strumenti e
per questo è fondamentale coinvolgere i sindacati
di categoria oltre che le confederazioni.
Non rischiate di apparire fuori dal tempo?
Chi sostiene questo, di solito aggiunge che il
sindacato è legato al secolo delle ideologie, che
non esistono più. Ma l’ideologia oggi imperante
è quella secondo cui è sempre preferibile
il privato al pubblico. In questo modo si vogliono
creare le condizioni per svendere patrimoni
pubblici ai privati; un finto liberismo di
destra con che piace tanto anche a parte della
sinistra. Trenta anni di esternalizzazioni e privatizzazioni
hanno prodotto danni enormi ai
servizi, ai cittadini, ai lavoratori. Pubblico è
meglio, pubblico fa bene, sono le parole d’ordine
della categoria. Un pubblico qualificato e
riorganizzato.
Ma quali sono le priorità?
Come sindacato abbiamo sviluppato nel tempo
molte indagini sui bisogni sociali del territorio.
Emerge chiaramente un invecchiamento della
popolazione, e nella griglia dei bisogni di una
comunità questo è un dato da tenere un considerazione.
Inoltre vanno affrontate seriamente
e approfonditamente le politiche dell’infanzia.
In Italia 900 mila bambini sono esclusi dalla
scuola dell’infanzia. Tutto ciò è inaccettabile.
La crisi ha riportato in primo piano la necessità
di un sistema pubblico dei servizi, impone di
ripensare il welfare (anche quello locale) e di
non di cancellarlo, altrimenti maggiori saranno
le povertà e le diseguaglianze, e nel medio periodo,
più lenta e fragile un’eventuale ripresa.
Un welfare propositivo e non caritatevole o risarcitorio
come sembrerebbero indicare i vari
bonus renziani.
Intanto il Ministro, anziché rinnovare i contratti,
vara provvedimenti che insistono sul
differenziare i lavoratori in base al merito e
continua ad attaccare il sindacato.
Noi siamo per la meritocrazia ma quella vera.
La caricatura ricorrente è che il sindacato vuole
premi a pioggia mentre il governo vuole premiare
l’efficienza. La realtà dimostra che le retribuzioni
medie sono calate di 600 euro negli
ultimi 4 anni. Quindi un monte salari complessivo
ridotto, anche per effetto del blocco
del turn over, per il fatto che gli assunti più recenti
hanno stipendi più bassi dei dipendenti
andati in pensione. A ciò va aggiunto il fatto
che sono iniziati contenziosi e conflitti per ridurre
l’entità economiche previste negli integrativi
sottoscritti, e in alcuni casi per eliminare
le voci del salario accessorio. Per il sindacato il
contratto è un diritto per tutti i lavoratori non
solo per una parte, e il rinnovo deve restituire
innanzitutto dignità e riconoscimento professionale
oltre ovviamente a quello retributivo,
certamente sostenendo soprattutto i redditi più
bassi, senza però escludere nessuno.
Siamo pronti a proporre al governo un piano
per la produttività, per rispondere ai nuovi bisogni
e esigenze dei cittadini e delle imprese,
ma la produttività non cresce senza innovazione
organizzativa, senza una moderna riorganizzazione
dei servizi e dei processi produttivi, formazione,
partecipazione dei lavoratori alla definizione
degli obiettivi e alla loro misurazione
e massicci investimenti in digitalizzazione.
Invece di cogliere l’opportunità presentata dal
progetto sindacale contenuto nelle piattaforme
contrattuali, il governo continua la sua campagna
mediatica contro il lavoro pubblico proponendo
un Dlgs sui licenziamenti disciplinari,
contenente palesi profili di illegittimità che alla
fine produrrà il solito polverone e l’impunità
per i veri furbetti del cartellino. Per tutte queste
ragioni lo sciopero generale unitario regionale
del 25 maggio, inserito nelle articolazioni programmate
verso lo sciopero generale nazionale,
diventa un appuntamento fondamentale per il
successo della stagione contrattuale.

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