Politiche culturali a Terni – Profitti e consenso

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di Petra Delicado

Sulla facciata della biblioteca di Terni
campeggia uno striscione che recita
“Terni capitale della cultura 2017”. Insomma
dopo la bocciatura ci si riprova. Il gioco
delle capitali è appassionante, come abbiamo già
scritto, e coinvolge anche Spoleto (cultura) e Foligno
(sport). Intanto Perugia è stata bocciata
come capitale europea della gioventù e progetta,
naturalmente come volano di sviluppo, un’ennesima
revocazione medievale, naturalmente in
costume.
Per Terni tuttavia la questione non è solo pratico-
politica, ma assume la valenza di opzione
teorico-ideologica, legata ad una elaborazione
confusa e scritta con un linguaggio immaginifico-
dannunziano come quello del do-cumento
di presentazione della candidatura. Quale è la filosofia
che presiede all’operazione?
La miseria della filosofia
Per comprenderne i contorni basta leggere l’ultimo
numero della rivista di studi storico-sociali
“Umbria contemporanea” (22-23) recentemente
uscito che si occupa de La cultura in Umbria
negli anni della crisi. Abbiamo di fronte trecento
pagine interamente dedicate al tema: la nuova
legislatura regionale in materia – che detterà le linee
guida per il periodo 2015-2020 – è evidentemente
una partita affatto secondaria. Tralasciamo
una disamina puntuale dei singoli contributi. Per
cogliere aporie e contraddizioni è sufficiente leggere
l’apertura del fascicolo che riporta gli interventi
agli “Stati generali della cultura” tenutisi in
una rovente giornata di luglio a Perugia ed in
particolare quelli della Presidente della Regione
Catiuscia Marini e dell’Assessore alla Cultura del
Comune di Terni Giorgio Armillei. La Presidente,
spiega che: “Il 2 febbraio 2015 la Commissione
Europea […] ha approvato il Pos Fesr 2014-2020
della Regione Umbria che mette a disposizione
356,29 milioni di euro per i prossimi sette anni”.
Attraverso questo programma la Regione intende
assumere “come sfida urgente da affrontare la valorizzazione
del patrimonio culturale”. Si lamenta
poi lo scarso apporto delle fondazioni bancarie
umbre al finanziamento di beni e attività culturali,
sui quali l’intervento è “improntato più all’autoreferenzialità
che alla collaborazione”, e la marginalizzazione
del ruolo delle Regioni da parte
del Mibact recentemente riorganizzato per cui si
creerebbe il rischio “che la Regione venga bypassata
da accordi diretti con le amministrazioni comunali,
come è già in parte accaduto con il Protocollo
d’Intesa 2014 tra Mibact e Anci
(Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia)”.
Non una parola sulla gestione che dovrebbe essere
a carico delle bilancio regionale. La si farà con
un’ulteriore spremitura di cooperative e lavoratori
precari. Giorgio Armillei, che tra l’altro è anche
coordinatore della Consulta cultura Anci Umbria,
per contro propone ai lettori della rivista uno
scritto programmatico in cui centrale è il primato
della dimensione cittadina in materia di politiche
culturali. Scrive l’assessore: “Le città sono un fenomeno
sociale, le Regioni sono un costrutto
politico amministrativo. Cioè valgono come realtà
funzionali […], non come sistemi sociali”. Si rivendica
dunque la centralità dell’amministrazione
cittadina in tema di politiche culturali, tanto da
parlare di “partenariato” tra politiche culturali e
città. Per Armillei “il governo regionale […] non
può continuare a essere luogo di intermediazione
che allarga l’estensione della sfera pubblica senza
produrre valore pubblico. Deve al contrario fornire
l’expertise e il suo sistema di relazioni per
accompagnare il protagonismo delle città”. Il
tutto va collocato nella dimensione, per Armillei
fondamentale, del mercato e afferma spericolatamente:
“La cultura è settore industriale che fa
Pil e valore aggiunto, ma anche processo sociale
che produce inclusione”. Fuori di chiave: la cultura
deve produrre profitti (ovviamente per i partner
privati) e organizzare consenso. Una visione
un po’ curiosa che elimina ogni visione critica e
in cui innovazione e creatività sono difficili da
definire, perlomeno sfuggenti. Ma tralasciando
la questione di cosa sia cultura, organizzazione
della cultura e partenariato pubblico privato, intervento
pubblico e valore pubblico e tornando
al protagonismo delle città, c’è da osservare che
non è la qualità che manca alle città umbre, non
a caso si candidano tutte, come si è ricordato, a
diventare capitale di qualcosa. Quello che manca
sono i soldi. Per farla breve alcuni amministratori
hanno capito che è laddove si vanno a smuovere
i fondi comunitari (vedi Pos Fesr) che si vince la
partita dei finanziamenti. Che poi siano per le
politiche culturali, per le piantagioni di tabacco
o per ravvivare l’avvincente guerra per la spartizione
dei progetti semestrali “del sociale”, poco
importa. Oppure importa eccome, ma qui
emerge come siano tutti perfettamente d’accordo,
pur rintanandosi in una retorica dello scontro
che potremmo giudicare un inutile gioco di ruoli.
Le politiche culturali e la filosofia
della miseria
Negli stessi giorni in cui usciva “Umbria contemporanea”,
veniva pubblicato su “Alfabeta” un
interessante articolo di Andrea Fumagalli, titolato
Economia politica dell’evento, in cui si analizza il
ruolo dei grandi eventi, essenzialmente culturali,
nella trasformazione dei rapporti di lavoro cui
intere generazioni sono sottoposte. Non è un
caso se nella “Lettera agli amministratori” di Giulio
Cesare Proietti – curatore di “Umbria contemporanea
– si ritrae l’ Umbria come una platea
ideale per la forma evento del festival, a partire
da quello di Spoleto. L’assunto è semplice (anche
se tutto da dimostrare): la cultura merita il centro
della scena per quanto riguarda i fondi pubblici,
perché fa guadagnare più del resto. Come scrive
Armillei “L’Italia delle città del XXI secolo ha bisogno
di produrre cultura e di produrre crescita
economica, non solo di sdoganare tutti i modi di
consumare cultura”. Ma produrre implica che
alla fine il prodotto si venda, il consumo senza
qualità che sembra uscire dalla porta rientra dalla
finestra, nella convinzione che proprio la cultura,
piuttosto che la manifattura, garantisca il maggior
valore aggiunto agli investimenti di capitale. Il
plusvalore, ovviamente, sarebbe dato da uno sfruttamento
pressoché totalizzante della forza lavoro,
che raramente si vede in altri settori. Il campo
della “cultura” è il palcoscenico principale su cui
si svolge un rivolgimento del concetto di lavoro
che sta passando sottotraccia e che tuttavia sta
definendo sempre più drammaticamente il futuro
prossimo del nostro Paese. Come spiega Fumagalli:
“Le caratteristiche peculiari di una prestazione
lavorativa inserita nell’economia dell’evento
sono molteplici. In primo luogo, si tratta di un
lavoro per definizione a termine, quindi «precario
». In secondo luogo, presenta forme di remunerazioni
simboliche che acquistano un significato
tanto maggiore quanto più l’evento è considerato
«importante». In terzo luogo, si registra un coinvolgimento
emotivo e partecipativo particolare
in seguito alla sensazione (o illusione) di partecipare
a un’élite quasi esclusiva, da poter forse rivendicare
in un futuro prossimo. Infine, le tradizionali
regole di governance del lavoro vengono
il più delle volte disattese in nome dell’eccezionalità
e della performatività dell’evento”. In pratica,
i nostri governanti stanno facendo di tutto
pur di educare intere generazioni di lavoratori
alla idea che l’importante non sia il salario dell’oggi,
ma l’aspettativa di una realizzazione professionale
– ovviamente immaginaria – che arriverà
a breve, che è dietro l’angolo per chi accetta di
lavorare prima gratis. La possibilità di fare qualcosa
di stimolante è vista come un regalo che il
datore di lavoro offre all’impiegato sottopagato.
D’altronde le generazioni di cui sopra sono così
dissolte nella società dell’immagine e dipendenti
da varie forme di accettazione sociale, che convincerle
a lavorare “per il Curriculum vitae”, “per
il ritorno d’immagine”, “per passione”… è impresa
poi non così difficile. Impresa sposata con
vigore da tutto il sistema delle politiche culturali
all’italiana, senza esclusioni. Impresa che nello
svolgimento reale delle vicende delle cosiddette
politiche culturali a Terni potrebbe trovare nel
giro di pochi mesi un esempio significativo per il
resto del Paese, data la forza con cui l’Assessore
Armillei sostiene protervamente una concezione
di politiche culturali in cui “la competizione di
mercato è la ricerca delle soluzioni migliori per
soddisfare le esigenze di chi usa la città”, in cui
cioè non v’è altro orizzonte di senso che non sia
quello della produzione del Pil. La questione è,
tuttavia, che i fatti hanno la testa dura, che queste
politiche (projet financing, impresa innovativa,
agenzie per lo sviluppo, affidamenti alle cooperative,
ecc.) pervicacemente perseguite per un
trentennio, sono già fallite e che bastano le voci
di chiusura di un forno dell’Acciaieria perché
l’intera città vada in panico.

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