Podemos e i dilemmi della sinistra – Gli sviluppi della crisi di regime in Spagna

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podemos.itdi Roberto Monicchia

Le elezioni spagnole dello scorso dicembre
segnano un’altra tappa dello scardinamento
degli assetti politici europei.
Apertosi con la ribellione greca ai diktat europei,
continuato con le amministrative francesi, in cui
una raffazzonata union sacrée ha messa una precaria
pezza all’ondata nera della Le Pen, il 2015 si chiude
con la sostanziale sconfitta del Pp di Rajoy, spinto
(come già Samaras) da tutti i governi conservatori-
progressisti europei come il grande solutore
dei problemi, l’alternativa al populismo e ai pezzenti
greci: allo stato né lui né altri sono in grado
di formare un governo: a quasi quarant’anni dal
“patto costituzionale” del 1978, che aveva posto
fine non senza ambiguità all’era franchista, sembra
declinare il bipartitismo Pp-Psoe, dato per acquisito.
L’ingorgo politico-istituzionale, reso più complicato
dalle spinte autonomiste e indipendentiste,
configura una vera e propria crisi di regime. All’analogia
col caso greco occorre aggiungere quella
con l’Italia del 2013. Chi ha rotto lo schema consueto,
infatti, è una formazione inedita: Podemos,
nata nel 2013 ed esplosa alle europee del 2014. E’
il caso di guardare la questione sine ira ac studio,
per capire come mai Podemos (e/o il M5s) riesce
in ciò in cui hanno fallito la sinistra italiana e
quella spagnola (per non parlare del Kke ellenico)
in tutte le loro declinazioni e combinazioni degli
ultimi quindici anni: dare voce alla frammentata
opposizione allo status quo e proiettarla sul quadro
politico-istituzionale.
Proprio il compito di rompere il “tetto di cristallo
che separa i movimenti dall’assalto alle istituzioni”
è l’obiettivo di Podemos, secondo l’articolata inchiesta
del blogger Jacobo Rivero, Podemos. Objectivo:
Asaltar los cielos (Planeta, Madrid 2015),
uscita qualche mese prima delle elezioni. Sulla
base di fonti prettamente giornalistiche si ricostruiscono
le origini lontane e vicine, i riferimenti
ideologico-culturali, la struttura organizzativa, il
profilo dei dirigenti, di un movimento che suscita
tuttora una fortissima polarizzazione di opinioni:
dalla ripulsa e alla speranza di un cambiamento
reale. Subito prima delle elezioni europee il fondatore
e leader di Podemos Pablo Iglesias, classe
1978, ha ripercorso la propria biografia politica:
famiglia impegnata a sinistra, giovanissimo iscritto
alla Juventud comunista, durante l’Erasmus svolto
a Bologna è in contatto con il Prc e con i centri
sociali. Centrale è l’eperienza del movimento no
global, su cui svolge la tesi di dottorato; docente
di scienze politiche alla Complutense di Madrid,
compie diverse esperienze di studio in America
Latina; emerge come figura pubblica a partire dal
movimento 15 M (15 maggio) del 2011, vera
culla di Podemos, facendosi apprezzare in fortunate
partecipazione ai talk show. Simile percorso è paradigmatico
delle vicende di gran parte del corpo
militante della sinistra, messo in crisi in tutta Europa
dal mutamento di scenario seguito alla caduta
del muro: una crisi di identità che coinvolge non
solo i partiti storici, ma anche la sinistra diffusa
dei movimenti. La perdita dei riferimenti di classe
precedenti, la difficoltà a entrare in sintonia con
le nuove forme di organizzazione sociale, costituiscono
motivi di dibattito ancora aperti quando
al passaggo del secolo irrompe sulla scena il movimento
no global che mette in discussione le certezze
della “fine della storia” e sperimenta inedite
modalità di organizzazione (dai forum al bilancio
partecipativo all’uso dei media), che ritorneranno
in molte esperienze successive. Nello specifico spagnolo
ciò è visibile nella reazione agli attentati terroristici
alla metropolitana di Madrid del 2007:
l’insistenza di Aznar (che ha voluto a tutti i costi
coinvolgere la Spagna nella guerra all’Iraq) nell’attribuire
all’Eta attacchi di cui appare subito
chiara la matrice islamica, gli procura un rigetto
di massa che sfocia in una serie di grandi manifestazioni
convocate attraverso il passaparola: tre
giorni dopo Aznar perde clamorosamente le elezioni.
Nonostante le conquiste in termini di diritti civili,
il governo Zapatero non risolve il problema strutturale
della separazione sempre più netta tra istituzioni
politiche e istanze sociali: una disaffezione,
un distacco dalla politica che la crisi economica
che comincia nel 2008 generalizza. L’insistenza
sulle politiche di austerità, l’abdicazione della difesa
dello stato sociale alle “necessità dei mercati”, allargano
il fossato tra istituzioni rapprentative, che
sembrano non rappresentare più nulla, e un quadro
sociale frammentato e impoverito. Nella crisi
emergono forme di resistenza sociale multiformi
e difficilmente classificabili, accomunate da un
lato dalla capacità di usare le reti di comunicazione
per costruire forme orizzontali di mobilitazione,
dall’altro dal rifiuto e dalla denuncia del sistema
politico. Molto noti e capaci di svilupparsi per
contagio sono il movimento Occupy Wall street
e, in Spagna, il Movimiento 15 maggio, nato a
Madrid dall’occupazione della Puerta del Sol e
diffusosi in molte città spagnole: lo slogan più
diffuso e comune è appunto “non ci rappresentano”.
E’ qui che si aggrega buona parte di quelli che saranno
i fondatori di Podemos e che inizia il dibattito
sul come proiettare sul piano politico le richieste
dei movimenti. Più precisamente l’idea di
fondo è quella di attaccare un quadro istituzionale
autoreferenziale, bloccato anche sul lato sinistro:
perciò occorrono forme diverse della politica. Sul
piano teorico i punti di riferimento di Iglesias e
degli altri sono Gramsci, in particolare la riflessione
sul tema dell’egemonia, e il sociologo argentino
Ernesto Laclau, autore dell’opera La ragione populista.
Decisivo è il richiamo alla stagione dei governi
progressisti sudamericani, a cominciare dal
Venezuela chavista (il rapporto con il quale è alla
base di molte accuse a Podemos). Centrale è il
tema della comunicazione, la capacità di usare efficacemente
vecchi e nuovi media: prima e dopo
la nascita di Podemos, Pablo Iglesias mostra tutta
la sua competenza in questo campo, imponendosi
come ospite fisso dei talk show delle reti private
(anche perché la televisione pubblica lo ignora a
lungo).
Ce n’è abbastanza per suscitare il rifiuto del quadro
politico tradizionale, che cresce in proporzione al
successo di Podemos. L’accusa di un progetto cinico,
spregiudicato, costruito a tavolino come un
prodotto pubblictario è molto diffusa, ma oltre
che insufficiente a spiegare un successo così ampio,
non regge all’analisi dei fatti. Il progetto si concreta
tra l’estate del 2013 e l’inizio del 2014 ed è il
frutto di lunghe trattative, prima di tutto tra Iglesias
e i suoi e le forze della sinistra; ma la forza più
grande dell’area, Izquierda unida, non va oltre
l’offerta di una quota di candidature nelle proprie
liste per le europee, così dimostrando di non sapere
trovare la sintonia con quella “maggioranza sociale”
che nel rifiuto della politica in quanto tale riversa
la delusione per i duri colpi subiti dalla crisi. Solo
Izquierda anticapitalista accetta di mettersi in gioco
per la costituzione di una nuova forza politica,
che nasce sulle base di un documento costitutivo,
sottoscritto in poche ore sul web da oltre 50 mila
persone. E’ l’avvio della azzeccata e vincente campagna
per le europee, che consacrano il ruolo di
Podemos come alternativa “di sistema”. Di lì a
poco, nel congresso di Vistalegre, si definiscono i
lineamenti della forza politica: il gruppo raccolto
attorno a Pablo Iglesias, ha la meglio a stragrande
maggioranza sull’ala proveniente da Izquierda anticapitalista,
imponendo la propria leadership, il
proprio stile di comunicazione e le parole chiave:
contro la casta, rappresentare la maggioranza sociale
“oltre la destra e la sinistra”, rompere il “patto
del 1978”. L’ipotesi di Iglesias – indiscusso leader
carismatico – resta identica: per “assaltare il cielo”
di un sistema bloccato occorre agire “dall’esterno”,
ovvero far saltare in toto il ceto politico dominante,
la “casta”, considerata responsabile delle politiche
di austerità, del massacro dei diritti sociali, dello
svuotamento di senso delle istituzioni democratiche.
E’ certo una visione parziale, a volte approssimativa,
non priva di rischi di derive tanto spontaneiste
quanto autoritarie. D’altra parte non sembra opportuno
guardare a questo tentativo con la diffidenza
che mostra buona parte della sinistra, anche
nostrana: un esempio è l’attacco lanciato da Ramon
Mantovani dal sito di Rifondazione: rifiutando
un’alleanza con Izquierda unida, Podemos,
inquinata da ledearismo e populismo, dimostrerebbe
tutta la sua distanza da Siryza e la sua similarità
col M5s. Si tratta di un grave errore di prospettiva,
di un giudizio “estetico” incapace di
comprendere quanto sia incartata la crisi dei regimi
democratici europei, e quanto inutili siano i tentativi
di rianimare la sinistra attraverso schemi
frontisti e statici richiami ideologici.

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