Pochi, anziani ma fedeli – In Umbria il popolo delle primarie incorona Renzi

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di Franco Calistri
Sono stati in 1.817.412 a recarsi domenica
30 aprile nei circa 10.000 seggi,
allestititi in Italia e all’estero, per scegliere
il nuovo segretario del Partito democratico;
al voto potevano partecipare tutti i cittadini italiani
che avevano compiuto 16 anni e i cittadini
dell’Unione europea e di altri paesi con permesso
di soggiorno che avessero dichiarato di “riconoscersi
nella proposta politica del Partito democratico”,
versando un obolo di 2 euro. Se si
guarda all’ultimo risultato elettorale in campo
nazionale conseguito dal Pd, le Europee del
2014, il milione ed ottocentomila votanti rappresenta
circa il 16,2% dell’elettorato democratico.
Alle Primarie del 2013, quando la sfida
era tra Renzi e Cuperlo, terzo incomodo Civati,
andarono a votare in 2.814.881, circa un milione
di elettori in più. Questo calo di partecipazione
(-35,4%) ha interessato massicciamente
tutte le regioni del centro-nord, con punte massime
in Emilia Romagna (-199.000 votanti pari
ad un -47,9%) e Toscana (-183.000, -46,6%),
ed in maniera meno marcata le aree del meridione,
dove il calo di votanti è stato nell’ordine
dell’8,3%, con regioni come la Puglia del candidato
Emiliano che, al contrario, hanno visto
aumentare la partecipazione (+28.000 votanti,
+22,8%); lo stesso in Basilicata dove l’incremento
è stato di 9.000 votanti (+28,1%).
Se il calo dell’affluenza è il primo dato che balza
agli occhi, non meno interessante è il dato,
messo in luce nelle analisi dell’istituto Cattaneo
di Bologna, della composizione per classi di età
di questo “popolo delle primarie”, che si caratterizza
per un suo progressivo invecchiamento.
C’è da dire, in generale, che i giovani non votano
(e non hanno mai votato) massicciamente Pd,
la percentuale di elettori con età superiore ai 55
anni è costantemente maggiore a quella della
popolazione, ovvero strutturalmente l’elettorato
Pd è più anziano di quanto non lo sia il corpo
elettorale. In occasione delle primarie questo
rapporto anziani/giovani tendeva a riequilibrarsi.
Addirittura nel 2007, in occasione della nascita
del Pd con l’elezione a segretario di Veltroni, il
65% dei votanti alle primarie era composto da
under 55 anni. Domenica 30 aprile si è registrata
una netta inversione: gli over 55 anni sono stati
nettamente maggioranza rappresentando il 63%.
Diminuzione della partecipazione e suo invecchiamento
sono segnali sui quali forse varrebbe
la pena rflettere in quanto chiara testimonianza
del progressivo esaurirsi di quell’effetto rinnovamento,
di cui si era fatto portatore Renzi.
“Nonostante la sua leadership innovativa e il
suo programma di rinnovamento, – commentano
gli analisti del Cattaneo – la base sociale ed
elettorale del partito continua a rimanere legata
al bacino tradizionale dei voti raccolti nel corso
del tempo dai principali partiti di centrosinistra”.
Detto in altre parole il fallimento del Pd renziano
che, dopo una prima fase di interesse ed
“innamoramento”, finisce oggi per essere percepito
alla stregua di uno dei tanti partiti del
panorama politico italiano, mentre la bandiera
dell’innovazione, del rinnovamento continua a
rimanere saldamente nelle mani dei 5 Stelle di
Grillo.
Venendo ai risultati, nel rispetto di tutti i pronostici
della vigilia, la vittoria è andata a Matteo
Renzi che ha raccolto 1.257.091 voti, pari al
69,2%, migliorando sia il 66,7% ottenuto nelle
votazioni dei circoli, sia il 67,7% del 2013 (ma
allora i voti raccolti da Renzi furono 1.887.396).
Nettamente staccati gli altri due sfidanti: Andrea
Orlando al 20,0% con 362.691 voti, che arretra
rispetto al 25,3% dei circoli, e Michele Emiliano
al 10,8% con 197.630, che migliora leggermente
rispetto all’8,0% dei circoli. Ad esclusione della
Puglia, dove Emiliano ottiene il 54,4%, Renzi
si posiziona al primo posto in tutte le regioni,
conquistando le percentuali più alte in Umbria
(80,9%), Toscana (79,1%), Marche (78,6%),
Lombardia (76,6%), Trentino Alto Adige
(75,6%), Emilia Romagna (74,0). In forza di
questo risultato dei 1.000 seggi elettivi dell’Assemblea
nazionale 700 vanno a candidati della
mozione Renzi, 212 di quella di Orlando e 88
di Emiliano (a questi 1.000 si aggiungono 21
segretari regionali, 100 parlamentari e 70 membri
di diritto). Di fatto Renzi torna (e con più
forza, nel 2013 poteva contare su 657 componenti)
ad essere il dominus del Partito democratico
In questo panorama l’Umbria, come già sottolineato,
si caratterizza come la regione più “renziana
d’Italia”. Secondo i dati ufficiali pubblicati
sul sito web del Pd nazionale, in Umbria nei
259 seggi (197 in provincia di Perugia e 62 in
quella di Terni) sono andati a votare in 40.339,
31.118 in meno del 2013 (-43,5%) ed i voti
validi espressi sono stati 40.124, pari al 17,7%
dell’elettorato Pd delle Europee 2014 (percentuale
leggermente superiore a quella media nazionale).
Matteo Renzi con 32.458 voti ha raggiunto
l’80,9% dei consensi, andando ben oltre il
75,9% assegnatogli dal voto dei circoli ed il
74,5% delle primarie 2013, quando però i voti
a suo favore erano stati 53.014. Andrea Orlando
con 5.974 voti si deve accontentare del 14,9%,
arretrando notevolmente rispetto al 22,2% dei
circoli, mentre ancora più staccato si posiziona
Michele Emiliano con 1.692 voti ed una percentuale
del 4,2%, comunque più del doppio
di quanto ottenuto nel voto dei circoli (1,9%).
In base a questi risultati i 16 delegati all’Assemblea
nazionale sono così ripartiti: 13 alla mozione
Renzi (Marco Vinicio Guasticchi, Lavinia
Pannacci, Andrea Smacchi, Patrizia Cesaroni,
Domenico Caprini, Eleonora Maghini, Luca
Barberini, Stefania Moccoli, Matteo Cardini,
Roberta Isidori, Fabio Paparelli, Simona Berretta,
ai quali si aggiunge, di diritto, la Presidente
della giunta regionale Catiuscia Marini, oggi
con Renzi ieri, primarie 2013, con Cuperlo), 2
alla mozione Orlando (Leopoldo Di Girolamo
e Nando Mismetti) ed 1 per quella Emiliano
(Domenico De Marinis).
Fin qui i dati aggregati, perché a distanza di settimane,
sui siti ufficiali del Pd umbro e delle
sue articolazioni territoriali non vi è alcuna traccia
delle primarie, Quindi per avere dei dati disaggregati
bisogna far ricorso a quanto apparso
sulla stampa, accettandone la provvisorietà. Si
scopre così che Renzi è andato meglio in provincia
di Perugia, dove ha raggiunto l’82,0%,
rispetto a quella di Terni, dove si è dovuto “accontentare”
del 77,1%. Ancor più bassa la percentuale
a Terni città (75,7%), dove evidentemente
si è fatto sentire (prima dell’arresto, ndr)
il peso del sindaco Di Girolamo schierato con
Orlando (20,4%). A Perugia Renzi si è attestato
all’80,5%, con Orlando al 14,6% ed Emiliano
al 4,9%. Negli altri centri più importanti Renzi
è sceso sotto l’80% solo a Foligno (76,4%) e ad
Orvieto (72,0%): Umbertide 84,4%, Spoleto
84,1%, Città di Castello 87,3%, Corciano
83,1%, Gubbio 85,6%, Todi 80,5%, Assisi
82,4%, Bastia 83,0%, Gualdo Tadino 82,7%,
Marsciano 80,6%. Anche nei comuni del Trasimeno,
che nel voto dei circoli avevano visto Orlando
su percentuali di tutto rispetto, la vittoria
di Renzi è schiacciante: a Magione passa con
l’80,0%, ribaltando la precedente vittoria di Orlando.
Stessa situazione a Piegaro, riconquistata,
anche se di stretta misura, da Renzi (60,8%)
che si rafforza in tutti gli altri comuni dell’area:
81,7% a Castiglione del Lago, 81,8% a Passignano,
84,4% a Tuoro.
Di fronte al dilagare di Renzi lo spazio per gli
altri candidati si riduce ai minimi termini, con
Orlando che, oltre al discreto risultato di Terni,
coglie un 20,8% a Foligno grazie all’appoggio
del sindaco Mismetti mentre a Perugia sposta
assai poco la scesa in campo al suo fianco della
deputata Cardinali. Emiliano prende qualche
voto in più in provincia di Terni (5,7%), con la
punta massima nel seggio di Orvieto centro
(28,4%).
A fronte di questi risultati entusiastiche le dichiarazioni
dello stato maggiore di piazza della
Repubblica, anche se un calo di affluenza del
43,5% (quasi la metà) dovrebbe sollevare qualche
interrogativo circa la presa di un partito che
conta 14.000 iscritti, tenendo presente che il
Pd in Umbria non è una forza politica tra le
tante: è al governo nazionale e, direttamente o
indirettamente, controlla ed indirizza gli apparati
periferici dello Stato, governa la Regione, le Province,
o il simulacro al quale sono state ridotte,
la maggioranza delle amministrazioni comunali,
l’intero sistema sanitario regionale (aziende ospedaliere
ed Usl), la complessa galassia di enti intermedi
ed aziende di servizi, è presente nel sindacato
e nella cooperazione, nell’associazionismo
di vario genere, insomma gestisce un vero e proprio
sistema di potere. Forse questo sistema di
potere non riesce più a mobilitare come una
volta, forse gli umbri si sono stancati di questo
sistema. Un’indicazione potrà venire dalle prossime
elezioni comunali del 6 giugno: ci sono in
ballo, la sempre in bilico Todi e Narni. Dopo la
perdita di Perugia e con Terni inquisita dalla
magistratura, il rischio per il Pd di trovarsi all’opposizione
anche a Todi e Narni non è un’ipotesi
fantascientifica.

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