Piccole banche e grandi appetiti – Crisi istituti di credito

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Alessandro Petruzzi*

Ancora una volta si è consumato il rito del sacrificio degli innocenti e non siamo neanche a Pasqua. In questi giorni abbiamo letto le storie di alcuni di loro sui giornali o li abbiamo visti in tv; niente di nuovo per chi in questi anni è stato ai nostri sportelli e ha visto sfilare quelle storie, quelle situazioni sociali, quella rabbia, quell’umiliazione. Il fatto che stavolta le storie siano state riportate dai media è per noi già un successo, perché il tentativo è stato – da subito – quello di far passare tutto sotto silenzio, in modo che le vittime non si accorgessero neanche di essere tali. E anzi se qualche dubbio gli fosse venuto sarebbe bastato a zittirle il sospetto, disseminato ad arte, che fossero nella realtà non vittime ignare, ma squali dell’alta finanza. Il sistema dello “scarica barile” è diventato ormai metodo di gestione dei bilanci per gli istituti di credito; in questi ultimi dieci anni, metodo piuttosto redditizio, tanto da essere applicato di frequente. Abbiamo iniziato a notarlo con i primi scandali: obbligazioni Argentina, Cirio, Parmalat, Giacomelli, Lheman Brothers, Bank of Ireland, derivati e chi più ne ha più ne metta. Cosa succede quando una banca si trova ad avere nei propri depositi, titoli (azioni, obbligazioni) in perdita? Semplice: li rivende e se ne libera. Ma a chi può venderli? Agli altri intermediari professionali che hanno le stesse informazioni e che quindi mai si sognerebbero di acquistare immondizia? No ovviamente, i titoli possono essere venduti solo a chi non ha idea di quanto valgano o di quali rischi si corrano… e anzi perché questi soggetti acquistino in massa, meno sanno meglio è. Questo meccanismo consolidato negli anni, nell’ultimo mese è stato messo in atto con l’avvallo della politica, del resto sempre pronta, pena la sua stessa delegittimazione, a dire di sì agli interessi dei grandi gruppi. Detto fatto, con il decreto legge 22 novembre 2015 il Consiglio dei Ministri ha operato la “risoluzione” di quattro istituti di credito già in amministrazione controllata, cioè Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e CariChieti. Per ciascuna delle quattro banche la parte “buona” (asset positivi) è stata separata da quella “cattiva” (asset negativi); all’interno di quest’ultima sono stati concentrate le azioni e le obbligazioni subordinate, che non saranno pagate. A seguito dell’emanazione del decreto e della sua immediata operatività, dunque, tutti i possessori di azioni e obbligazioni subordinate, si sono ritrovati con un controvalore azzerato e hanno quindi perso il 100% del capitale investito. Il fatto ha creato un concreto allarme sociale, anche perché sia Banca dell’Etruria che Banca delle Marche, erano molto radicate in alcuni territori umbri come il Gualdese, il Nocerino e l’Eugubino, avendo nel tempo inglobato banche locali ancora più piccole e, di conseguenza, ai nostri sportelli si è verificato un enorme afflusso di soggetti, che lamentano perdite anche consistenti. Tutte le persone che si sono presentate hanno raccontato di modalità di acquisto dei titoli ai limiti del lecito e, soprattutto, tutti hanno asserito di essere stati tenuti all’oscuro delle reali caratteristiche dei titoli, sia al momento dell’acquisto, sia successivamente. Anzi, ai nostri sportelli si sono presentati in molti raccontando che l’acquisto dei titoli era stato posto come condizione, dalla banca stessa, per aver accesso, magari, ai finanziamenti richiesti. Nessuno aveva provveduto alle informative previste per legge, anche tenendo conto dei profili dei clienti, che non potevano certo qualificarsi come investitori esperti; al contrario i dipendenti della banca (in buona o cattiva fede) avevano sempre rappresentato al cliente stesso la sicurezza dell’investimento e lo avevano descritto come del tutto privo di rischi. Il tutto con buona pace degli obblighi comportamentali ed informativi previsti dal Tu della Finanza (in particolare artt. 21 e ss.) e della normativa regolamentare medio tempore applicabile. E’ quindi evidente che la carenza di informazioni, pur in un quadro normativo vincolante in tal senso, ha assunto nella attuale fattispecie i caratteri di un’omissione dolosa, preordinata a far entrare risorse liquide nelle casse di un istituto già in crisi. Di fatto amministratori e sindaci hanno preparato operazioni di aumento di capitale, mettendo in circolazione e facendo acquistare ai propri clienti titoli con valore gonfiato, utilizzando poi la liquidità così ottenuta in maniera quantomeno spigliata. Si apprende ad esempio che Banca dell’Etruria avrebbe accumulato crediti malati e in sofferenza per 600 milioni di euro che sarebbero stati inseriti artificiosamente in bilancio, ben sapendo che non sarebbero più rientrati. Si apprende altresì che 13 ex amministratori e 5 ex sindaci dello stesso istituto avrebbero preso dalla banca un totale di 185 milioni di euro di cui circa la metà sarebbe finita tra i prestiti non restituiti. Inoltre, e nonostante il periodo certo non florido, Banca dell’Etruria negli anni 2013- 2014, avrebbe speso – solo in consulenze – 15 milioni di euro e avrebbe rifiutato l’offerta di un altro operatore del settore bancario di acquisto delle proprie azioni ad 1 euro l’una, quando il valore di mercato era 0,75 centesimi. Gravi fatti, emergono anche relativamente alla Banca delle Marche, che ha posto in essere una gestione caotica, probabilmente a favore dei soliti amici degli amici, con alta concentrazione dei rischi e con sovraesposizione dell’istituto relativamente a determinati settori economici. Risultano centinaia di milioni di euro concessi a soggetti e gruppi, poi non in grado di rientrare. All’esito delle verifiche di Banca d’Italia era stata rilevata una situazione a “criticità crescente” che non è stata assolutamente indicata (colposamente o dolosamente) nel prospetto informativo dell’aumento di capitale di 180 milioni nel 2012, deliberato su richiesta di Consob. Che cosa facevano nel frattempo Banca d’Italia e Consob che per legge dovrebbero esercitare funzioni di controllo sull’operato delle banche? Qualche ispezione, qualche lettera, qualche multa e niente altro. D’altronde non è pensabile che si eserciti un effettivo controllo quando vi è assoluta coincidenza tra chi controlla e chi deve essere controllato. L’ultima novità – l’arbitrato – servirà solo ad allungare all’infinito i tempi visto che sono necessari decreti attuativi su decreti attuativi per l’applicazione pratica. Senza contare che quanto messo a disposizione non è assolutamente sufficiente a ristorare che una minima parte di quanto sparito. Una soluzione praticabile potrebbe essere quella di coinvolgere gli istituti che hanno versato l’attuale capitale delle “good bank”, affinché prima di procedere all’acquisizione delle stesse, risanino le perdite anche cambiando le azioni delle vecchie banche con quelle delle nuove.

*Presidente Federconsumatori provinciale di Perugia

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