Piatto ricco mi ci ficco

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Calamità naturali. Speculazioni e incoscienza

Piatto ricco mi ci ficco

Paolo Lupattelli

La sera del 9 ottobre del 1963 mentre mezza Italia guardava la partita tra il Real Madrid  e  il  Glasgow  Ranger 300mila metri cubi di roccia si staccarono dalla montagna precipitando  sulla diga del Vajont. L’onda  travolse  la  valle del Piave provocando più di 2mila morti. Erano in molti ad avere dei  dubbi sul progetto ma furono pochi a denunciarlo. Al processo ci  fu un unico esperto che accettò di  firmare una consulenza  tecnica che individuasse le responsabilità. Si chiamava Floriano Calvino, partigiano, fratello dello scrittore Italo  e  docente  di  ingegneria  a Padova.  Sono passati 53 anni ma poco è cambiato. In quella tragedia come in altre, gli italiani si commuovono, solidarizzano, sottoscrivono, poi rimuovono  e  dimenticano.  Eppure  la memoria  e l’esperienza hanno sempre un ruolo fondamentale nelle vicende umane, soprattutto se si tratta di  eventi  catastrofici. Nel  dibattito  al  Senato l’archi-star  e  senatore  a  vita Renzo  Piano  ha detto “C’è una responsabilità collettiva […] In Italia  siamo  assuefatti  alla  bellezza  del  nostro Paese, la bellezza dei mille borghi, in particolare dell’Appennino. Questa bellezza è stata ereditata e dobbiamo portarla ai nostri figli e nipoti, se non siamo attenti rischiamo di essere gli eredi indegni,  per  questo  ci  vuole  un  progetto  di lunga durata perché l’Italia è un Paese bellissimo ma fragilissimo”. Dopo il terremoto del 1783 che provoca 30mila morti  in Calabria, Ferdinando IV di Borbone emana poche severe regole: case non più alte di due piani, incatenamento delle travi e dei solai, utilizzo di una rete di legno all’interno delle pareti murarie.  I Borbone  233  anni  fa  avevano capito la prevenzione. Il 26 settembre scorso, a un mese dal sisma, il presidente del Consiglio parla  ad  una  assemblea  di  imprenditori  edili. Come sua abitudine promette e punta in alto: la madre di tutte le grandi opere, il ponte sullo stretto,  si  farà e ci  saranno centomila posti di lavoro. Il 26 settembre è una data importante: segna  l’inizio  della  campagna  referendaria  da parte del governo  e  chiarisce  che  sarà guidata personalmente da Renzi.  L’unica grande opera utile, la sistemazione idrogeologica del  territorio e  la sua messa  in sicurezza, può aspettare. Chi se ne frega se “il mitico ponte” dovrà  essere  costruito  su una  zona  ad alto  rischio  sismico proprio  sopra  il punto di collisione della Placca Africana con quella Asiatica,  chi  se ne  frega  se  collegherà due niente, cioè  due  regioni  disastrate  dal  punto  di  vista delle infrastrutture. L’Italia è un paese che vive alla giornata. Nel giugno del 2012 il “Bulletin of the seismological society of America”, una specie di bibbia per gli esperti, pubblica uno  studio: “Dopo  il terremoto de  l’Aquila del 2009,  le probabilità di  un  evento  sismico  nel  reatino  e  nelle  aree adiacenti sono notevolmente  incrementate. In questa area si è assistito ad una elevata micro sismicità dopo il terremoto de l’Aquila”. Gli scienziati  autori  dello  studio  Eventi  sismici  a  dieci anni, un modello per l’Italia sono tutti italiani dell’Ingv,  l’Istituto nazionale geologia e vulcanologia. Tra i firmatari il geofisico Enzo Boschi. Nella sintesi del lavoro i ricercatori dichiarano che il loro obiettivo è quello di mitigare il rischio e favorire l’ammodernamento di strutture e edifici vulnerabili. Reazioni? Nessuna. Eppure poteva  essere  iniziata  la messa  in  sicurezza degli edifici. Nel 1960 in Cile c’è stata la più alta scossa sismica mai registrata dagli strumenti (9,5) con una  ricostruzione  avvenuta  rispettando  regole severe. Nel 2010  sempre  in Cile, un  sisma di magnitudo  8,8:  poche  vittime  e  pochi  danni tutti concentrati in casolari isolati nelle montagne  andine.  Insomma  il  governo  italiano  che fa? Mette le toppe, ripara i danni, ma senza avere una linea. Secondo la Protezione civile per mettere  in  sicurezza  le zone  sismiche  servirebbero 50 miliardi per gli edifici pubblici, 90 per quelli privati. Secondo  il Centro studi del Consiglio degli ingegneri per i terremoti che hanno devastato la penisola dal 1968 al 2014 si sono spesi 121 miliardi senza risolvere i problemi. Ancora oggi nel Belice, nonostante i tanti soldi spesi in 48 anni, i sindaci dei 14 paesi distrutti, chi più chi meno,  chiedono  soldi. Non parliamo poi del sisma de L’Aquila dove le manie di grandezza di Berlusconi,  fondatore  di  una  nuova  città, hanno determinato la creazione di nuclei abitativi con tanto di bottiglia di spumante e panettone in cucina, ma dopo sette anni ormai fatiscenti e sgretolati, mentre il centro città è ancora come dopo il sisma. Prima pagina venti notizie/ ventuno ingiustizie e lo stato che fa/ si costerna, si indigna, si impegna/poi getta la spugna con gran dignità. Perché? Perché ci guadagna. Secondo uno studio della Cgia di Mestre  il  terremoto del 1976 nel Friuli ha fatto incassare allo stato 15 volte più di quanto speso. Cambia il mondo ma l’aumento dei carburanti con le accise è il metodo classico della prima e della  seconda Repubblica. Dal Belice nel 1968  all’Emilia nel 2012 ogni governo  le ha  applicate.  Peccato  che  una  volta  incassato quanto speso per la ricostruzione ci si dimentica di toglierle. Così ancora paghiamo accise nate come temporanee: quelle per la guerra in Abissinia del 1935, per la crisi di Suez del 1956, per il  disastro  del Vajont  nel  1963. Nello  studio della Cgia di si legge che l’accisa più alta fu di 99 lire applicata da Aldo Moro nel 1976 per il sisma del Friuli. Secondo il Consiglio nazionale degli  ingegneri  i  costi  per  la  ricostruzione  in Friuli sono stati di 4,78 miliardi di euro mentre lo stato ha incassato 78,1 miliardi. Per il Belice spesi 18,5 miliardi e incassati 146; per l’Irpinia (1980)  spesi 23,5 e  incassati 86,4; L’Aquila e l’Emilia sono ancora tutto un cantiere. Si spende male o si sperpera o si ruba. E lo si fa senza memoria del passato tanto da mettere alla prova le capacità lavorative delle procure delle zone interessate. I 53 articoli del decreto legge sul terremoto dell’agosto scorso prevedono il risarcimento integrale per gli edifici colpiti dal sisma, uno stanziamento di 3,5 miliardi, l’anagrafe antimafia e la nomina di Vasco Errani a commissario. Alcune domande. Nel sito della Prociv si poteva leggere che per i 2.672 sfollati alloggiati in tenda c’erano in servizio 967 volontari che hanno allestito 7.467 posti  letto. Perché e per chi quei 3.828 posti in più? E servono tutti quei volontari che percepiscono una indennità di missione di 103 euro al giorno a testa? Nel 1997 dopo 45 giorni dal sisma ai 3.400 sfollati di Umbria e Marche fu assegnato un container o una casetta di legno. Il commissario Errani ha dichiarato  che un  tetto  agli  sfollati  sarà dato  a  fine aprile 2016 a primavera inoltrata: bisogna aspettare le casette Sae, (Soluzioni abitative in emergenza). Nel maggio scorso la Consip, la centrale acquisti del ministero dell’Economia, ha stipulato  un  contratto  per  la  fornitura,  trasporto, montaggio di queste casette che costano 1.075 euro al mq. Secondo l’Agenzia del territorio di Rieti i prezzi delle case nella provincia si aggirano da un minimo di 800 al mq ad un massimo di 1000 euro. Quindi il costo di una casetta  Sae  è  superiore  a  quello  di  una  villa. L’appalto  firmato  nel maggio  scorso  è  stato vinto da aziende riunite dal Cns, il Consorzio nazionale  servizi, della Lega Coop  con  sede  a Bologna. Un colosso salito alla ribalta per aver garantito appalti a Salvatore Buzzi ai tempi di “Mafia Capitale”.  Processo  in  corso,  quindi tutto regolare. Però un pizzico di pudore non guasterebbe. Ad Amatrice e dintorni ogni casetta verrà a costare 66mila euro più iva, più esproprio  terreni e piattaforme di cemento e opere di urbanizzazione. Visto che saranno consegnate a fine aprile dove passeranno autunno e inverno gli sfollati? Ognuno dove vuole ma con un contributo di 600 euro al mese, anche se secondo l’Agenzia  del  territorio  gli  affitti  in  provincia sono molto più economici. Nel 1997 il sisma in Umbria provoca 11 morti e  20mila  sfollati. Tutti  sistemati  in  tre mesi, non in sette come ora, grazie a moduli abitativi trasportabili, container che potevano essere accorpati e riutilizzati senza espropri o piattaforme o concessioni edilizie. Dove sono finiti? E dove sono le 700 casette in legno utilizzate in Umbria nel 1997? Alcuni erano stati dati alle Regioni, vedi il deposito di Foligno sud all’incrocio per Nocera; il grosso è finito a Capua ad arrugginire in un deposito dell’esercito. E quelli offerti dal sindaco di San Giuliano o dall’Expo milanese? Non appetibili. Gli esperti dicono che in Italia c’è un  sisma ogni dieci anni.  Il  futuro per gli addetti ai lavori è assicurato.

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