Perugina Ast

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di R.C.

Accidente o sostanza? la lenta agonia della Perugina
Continua la saga ormai pluriennale della Perugina. I dati sono noti. L’azienda ha 850 lavoratori fissi e raggiunge i 1.000 addetti nei periodi di maggiore attività. Ha fortemente standardizzato le produzioni, mentre gli investimenti in nuovi prodotti ed in marketing sono radicalmente diminuiti. Il management vuole nuovi dimagrimenti occupazionali (si parla di circa 350 addetti), dice che altrimenti l’impianto non sarebbe redditizio, la controproposta dei sindacati è aggiungere produzioni nuove e diverse dal cioccolato. Intanto sono state dismesse le linee di pasticceria fine e le caramelle.

Il punto vero è che la Nestlè è sempre meno interessata alla produzione di cioccolata (le basta quella che produce in altri siti) e sempre più orientata verso prodotti dietetici. In questo caso è evidente che o ridimensiona fortemente l’impianto (che ormai è esclusivamente uno stabilimento di produzione) oppure trova, come per la Buitoni, un compratore. I lavoratori sanno che le aziende cioccolatiere italiane (tranne Ferrero che però è un’impresa dolciaria a tutto tondo), soffrono di difficoltà dovute alla restrizione dei consumi e che hanno una occupazione di qualche centinaio di operai, troppo piccole per acquisire la Perugina, e quindi sostengono che occorre rimanere all’interno della multinazionale. E’ la storia di una “passione” non corrisposta dove non si riesce a trovare una soluzione che garantisca prospettive. Non parliamo poi della politica, della Regione e del Comune. L’unica soluzione che sono riusciti ad individuare è l’apertura di un tavolo al Ministero dello sviluppo economico, cosa che significa affermare che non vogliono o non possono fare nulla. Quello che è ormai certo è che la Perugina non è più la fabbrica di Perugia, la città non si sente coinvolta dalle sue vicende derubricate ad una crisi aziendale come ce ne sono tante. Che emerge da questa vicenda? Intanto che consentire alle multinazionali di fare shopping in Italia, anzi esaltare il loro intervento, non significa affatto garantire il futuro di aziende e di produzioni. In secondo luogo che per salvare la Perugina e farla tornare ad essere un polo di eccellenza nel settore dolciario occorrerebbe un grande progetto che veda coinvolti i maggiori produttori di cioccolato italiani, con precise garanzie della parte pubblica. Cosa che allo stato dei fatti sembra fantascientifica. Meglio allora tracheggiare, sperando in una riduzione del danno e che la multinazionale riesca a definire un equilibrio interno in cui trovi spazio anche Perugina, naturalmente ridimensionata il meno possibile. Il seguito alla prossima puntata.

covino@micropolis.umbria.it

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