Parole – Turismo

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di Jacopo Manna
Nell’inverno del 1833, ottenuta dal re di
Danimarca una modesta borsa di studio,
Hans Christian Andersen poté finalmente
viaggiare per l’Italia in diligenza (il mezzo più economico)
e conobbe l’Umbria. Il confine tra il Granducato
di Toscana e lo Stato della Chiesa passava
per le colline sopra Tuoro: oggi lì, sul muro dell’antico
edificio della dogana, c’è una piccola lapide
posta a cura del governo danese dov’è riportato un
brano da Il bazar del poeta in cui Andersen riferisce
le sue primissime impressioni sul luogo. “La dogana
sembrava una stalla abbandonata, ma si trovava in
una bella posizione tra le colline e nel mezzo d’un
bosco di olivi”; seguono altri piacevoli dettagli sul
paesaggio del Trasimeno. Il governo danese ha avuto
la gentilezza di fermarsi alle prime righe del capitolo;
chi ne proseguisse la lettura scoprirebbe che lungo
il percorso da Tuoro a Passignano i viaggiatori a
turno dovettero seguire a piedi la diligenza per sorvegliare
i bagagli (i ladri del luogo tagliavano le
cinghie dei bauli facendo man bassa del carico) e la
locanda in cui scesero viene definita “una spelonca
di briganti”. Non c’è da sorprendersi: al contrario
di altre regioni italiane l’Umbria non aveva motivi
per organizzare un’accoglienza migliore. Terra ormai
più attraversata che visitata, da secoli conosceva soprattutto
l’andirivieni di mercanti, pastori, pellegrini,
gente per lo più diretta da Roma a Firenze o
a Loreto e viceversa, che fra Perugia e Terni si fermava
il meno possibile; neppure gli artisti in cerca
di ispirazione trovavano di particolare interesse il
territorio umbro: attratti dal miraggio della Galleria
Palatina o dei Musei Vaticani davano appena un’occhiata
alle città in cui erano obbligati a sostare. Se
si pensa alle schiere di viaggiatori che più tardi verranno
dall’estero per ammirare i monumenti gotici
o inginocchiarsi nei santuari tutto ciò pare strano,
ma all’epoca il gusto per il medioevo era ancora
poco diffuso e l’idea dell’Umbria come terra di
santi è un’acquisizione assai più tarda. Ci volle del
tempo perché anche i dilettanti d’arte capissero il
fascino dei cosiddetti “primitivi” e, invece di attraversarla,
cominciassero a girare per la regione.
Turista viene dall’inglese tourist, a sua volta dal francese
tour che significa appunto “giro”. Per un viaggiatore
il percorso dev’essere il più breve fino alla
meta e ha perciò la forma d’un segmento. Per un
turista il percorso deve tornare al punto di partenza
toccando quanti più luoghi possibile e ha inevitabilmente
una forma circolare. Di touristes l’Umbria
ne conobbe sempre di più; nel 1869 ad Assisi aprì
l’Hotel Subasio, il primo della regione conformato
agli standard internazionali, e l’artigianato molto
avventuroso delle stazioni di posta e delle locande
si avviò a diventare un’industria: l’industria del turismo.
Andersen di quel viaggio in Umbria comunque si
ricordò ancora; una delle sue favole più bizzarre,
Le galosce della felicità, narra di due calzature fatate
che conducono istantaneamente chi le indossa
ovunque voglia. Finiscono ai piedi d’un giovanotto,
convinto che un viaggio in Italia sarebbe per lui la
felicità massima: ed eccolo di colpo in diligenza,
immerso nello stupendo paesaggio del Trasimeno
ma divorato dalle zanzare e sfinito dalle cattive
strade. Quando esprime il desiderio di viaggiare ridotto
a puro spirito e libero dalle scomodità del
corpo, le soprascarpe lo esaudiscono facendolo morire
sul colpo. Se il viaggiatore segue una linea fra
due punti e il turista un cerchio, qui il tragitto ha
decisamente la forma d’una semiretta orientata.

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