Parole – Presepio

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di Jacopo Manna

Il presepio è cosa difficile da definire:
in senso stretto è una ricostruzione
della Natività eseguita seguendo le
scarsissime indicazioni del vangelo di Luca,
con l’aggiunta di alcuni particolari tradizionali.
L’origine a quanto sembra risale al teatro
medievale, anche se a farla diventare
un’usanza stabile fu la grande messa in scena
organizzata nel 1223 da san Francesco a
Greccio col contributo di tutta la popolazione
locale. Il presepio nasce insomma come
azione sacra collettiva a grandezza reale, per
trasformarsi ben presto in riproduzione con
figure a scala ridotta (il più antico esemplare
esistente è addirittura del 1280): a renderlo
popolare fra la gente fu inizialmente l’attività
dei compagni di Francesco, che ne promossero
la diffusione come forma di insegnamento
devozionale prima nelle chiese e poi
nelle famiglie. È un prodotto dell’artigianato,
un tableau vivant, una forma di culto,
una componente della vita domestica, una
tradizione antica, un segno identitario: in
altre parole, una istituzione culturale.
Il 25 dicembre 1931 a Napoli Eduardo De
Filippo mise in scena un atto unico dal titolo
“Natale in casa Cupiello”. Erano previste
nove repliche: restò in cartellone fino alla
fine di maggio. Gli spettatori che affollarono
per mesi il Teatro Kursaal dovettero provare
una strana sensazione, di pena e insieme di
grande divertimento; quel ménage scombinato
in cui il padre e il figliolo gareggiano a
chi è più caparbio, la figlia sposata sta mandando
in pezzi il matrimonio e la madre,
unica consapevole della situazione, è totalmente
abbandonata a sé stessa, sembra costruito
rovesciando minuziosamente tutte le
caratteristiche della famiglia ideale: non si
sa se sentirsi male o sghignazzare. Quanto
basta per spiegare il sorprendente successo
di pubblico della pièce (e la successiva rielaborazione
in tre atti). Come spesso avviene
nel grande teatro moderno, a concentrare
su di sé le contraddizioni della scena è un
oggetto, qualcosa di visibile e tangibile: il
presepio – anzi, “o’ presepe” – la cui costruzione
assorbe tutte le cure di Luca Cupiello.
C’è qualcosa di immensamente ridicolo e
insieme di tremendo nel prendere un oggetto
così caro ai bambini, così radicato nel costume
napoletano, così prossimo al culto
della Sacra Famiglia e metterlo al centro di
una vicenda in cui un uomo che ha lo stesso
nome dell’evangelista e un carattere ottusamente
infantile non si accorge che la sua, di
famiglia, ormai è andata a picco. Lui, ha da
badare al presepe.
Ogni anno, puntualmente, torna il Natale.
E altrettanto puntualmente, da un po’ di
tempo in qua, torna la stessa scenetta: in
qualche scuola italiana qualcuno decide che
il presepio o i canti tradizionali sono attività
discriminatoria; questa viene pertanto sospesa
o modificata; i leghisti e l’ultradestra
denunciano il pericoloso attentato alle sacre
tradizioni nazionali, recandosi talvolta sul
luogo del delitto muniti di presepe portatile
e di adeguato repertorio canoro; i media ne
discutono; la cosa si sgonfia; l’anno dopo si
ricomincia. L’Italia è ormai una enorme casa
Cupiello, in cui ci si sfida, come Luca e suo
figlio Tommasino, a colpi di “Dì che te piace
‘o presepe” e “Nun me piace ‘o presepe”. E
intanto tutto intorno frana, tracima ed
esonda. Forse, se cominciassimo ad ammettere
che il presepio è prima di tutto una rappresentazione
molto amata alla quale ognuno
che lo voglia può partecipare secondo la propria
sensibilità, la finiremmo con le dilettantesche
farse annuali e potremmo occuparci
tutti di cose più urgenti.

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