Parole / Antifascismo

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di Jacopo Manna
Perugia, inverno 1990, aula magna della
facoltà occupata di Lettere. Il movimento
studentesco della “Pantera”,
che credeva molto nella democrazia diretta,
quando volle darsi uno statuto ne discusse in
assemblea plenaria tutti i singoli punti. Il più
contestato fu il primo: infine dopo un pomeriggio
intero di controversie logoranti si andò
al voto e, con una maggioranza che ricordo
piuttosto scarsa, venne approvato il preambolo:
“L’assemblea si riconosce democratica e antifascista”.
Gli studenti si erano divisi sulla parola
antifascista: in tanti l’avevano trovata superflua,
pretestuosa o addirittura retorica.
Non solo gli studenti. Quando il giorno dopo
incontrai il dottor M. e gli raccontai la cosa,
sorrise ironico e mi chiese con tono paziente
se per caso ci aspettassimo il ritorno delle camicie
nere con manganello e olio di ricino, o
le azioni di forza contro le Case del Popolo.
Rimasi spiazzato: il dottor M. era un sessantottino
assolutamente non pentito, medico di
base che esercitava il suo lavoro con generosità
e grande sapienza; da lui questo non me lo
aspettavo e sul momento non seppi che rispondergli.
Mi ci vollero parecchi anni per capire
cosa avrei allora dovuto dirgli.
Caro dottor M. – avrei dovuto dirgli – il fascismo
è una combinazione molto complessa e
variabile che presenta tuttavia alcune componenti
fisse.
Sono per esempio costitutive del fascismo:
l’idea che la diseguaglianza tra uomini sia legge
di natura; di conseguenza, l’idea che la democrazia
vada respinta come un inganno e sostituita
da un rapporto di sottomissione in cui il
capo decide e i sottoposti obbediscono; e, ancora
di conseguenza, l’idea che la società debba
assomigliare ad una caserma, e che quindi la
guerra come soluzione delle controversie internazionali
non solo sia ammissibile ma addirittura
utile. Oppure l’idea che la nostra
identità collettiva si fondi su una tradizione
che è fissa ed intoccabile; di conseguenza, l’idea
che chiunque in questa tradizione non rientri
(perché vive in modo differente dal nostro e
ha un aspetto diverso da noi) sia perciò stesso
pericoloso e perseguibile. Oppure l’idea che il
conflitto tra chi lavora e chi possiede i mezzi
di produzione sia superato: di conseguenza,
l’idea che entrambe le categorie vadano messe
sulla stessa barca, quella dei produttori, e spedite
magari a confliggere contro le nazioni ricche
invece di scontrarsi nei confini della nostra
nazione, che è povera, o peggio ancora di allargare
lo scontro tra capitale e lavoro a livello
internazionale. Oppure l’idea che la differenza
tra maschi e femmine sia una diseguaglianza;
di conseguenza, l’idea che le leggi servano a
confermare e ribadire anziché eliminare questa
disparità. Eccetera.
Caro dottor M. – avrei dovuto dirgli – il fascismo
è una particolare miscela di antidemocrazia,
militarismo, nazionalismo, xenofobia,
corporativismo, maschilismo e altro ancora.
Nessuna di queste cose basta da sé a trasformare
una persona (o un paese) in fascista; ma,
anche prese singolarmente, sia lei che io le
consideriamo forme di inciviltà e dunque da
respingere comunque e dovunque. Per giunta
ogni componente del fascismo attira irresistibilmente
le altre, e tende a ricostruire in tutto
o in parte l’apparato, magari con altro nome:
lei che ha più anni di me dovrebbe saperlo
bene. E in quanto medico dovrebbe sapere
pure che le malattie è meglio prevenirle che
curarle: l’insopportabile retorica che in tanti
anni si è costruita sull’antifascismo non c’entra
nulla coi suoi fondamenti o con la sua utilità.
Questo avrei dovuto dirgli.
Il dottor M. non è più di questo mondo ormai
da vari anni, purtroppo; a lui questo discorso
non serve più. Ma ai molti dottori M. che per
fortuna ancora vivono tra noi potrebbe servire:
questo 25 aprile dunque pensiamo anche a
loro.

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