Parole / Algoritmo

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di Jacopo Mannaalgoritmo
“Stimavasi di avere in Firenze da novantamila
bocche tra uomini e
femmine e fanciulli. […] Troviamo
ch’ e’ fanciulli e fanciulle che stanno a
leggere, da otto a dieci mila. I fanciulli che
stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei
scuole, da mille in milledugento.” Agli inizi
del Trecento il banchiere e cronista Giovanni
Villani, con legittimo orgoglio, ci descrive una
Firenze in cui non solo moltissimi bambini
erano alfabetizzati ma un decimo di loro veniva
avviato al commercio e alla finanza: a questo
doveva servire la pratica dei due sistemi di calcolo
in uso all’epoca, quello con l’abaco (una
tavoletta scanalata su cui far scorrere gettoni o
palline rappresentanti le unità numeriche) e
quello con l’algoritmo, che invece richiedeva
solo carta e penna.
Col tempo il secondo sistema soppiantò completamente
il primo, pur essendo giunto in
Occidente con forte ritardo sul rivale: infatti
già i Romani praticavano il conteggio per file
ordinate di sassolini (in latino detti calculi, il
che spiega la strana omonimia fra le malattie
biliari e i procedimenti matematici), mentre
le operazioni dell’algoritmo richiedevano due
innovazioni, cioè i numeri decimali e lo zero,
messe a punto solo intorno al VI secolo dagli
indiani, perfezionate dai matematici arabi e
rese accessibili in Europa nel Duecento dal pisano
Fibonacci che le aveva apprese viaggiando
in Oriente.
Questa tecnica di conteggio era già stata definita
da tempo, ma si diffuse e sviluppò prodigiosamente
solo quando se ne scoprirono i vantaggi
pratici: è un fenomeno ricorrente nella
storia dell’ingegno umano, ma in questo caso
il successo fu tale che il termine “algoritmo”
finì per occupare tutto il campo indicando
qualunque procedimento di calcolo. Non c’è
da sorprendersi: rapidità e standardizzazione
del conteggio erano quanto la civiltà mercantile
richiedeva per i suoi affari, e un metodo capace
di imporre lo stesso ordine procedurale alle attività
più diverse rappresentava la soluzione
per eccellenza.
Da alcuni mesi la scuola italiana è alle prese
con i limiti del calcolo procedurale applicato
al movimento dei docenti: gli algoritmi con
cui operano i computer ministeriali hanno stabilito
per gli insegnanti di scuole primarie e
secondarie una serie di trasferimenti che, a
quanto denunciano i sindacati, si fondano su
continui errori di valutazione del punteggio e
hanno provocato proteste e ricorsi. Chi ha a
che fare con l’educazione, da insegnante, da
studente, da genitore, ne ha toccato con mano
le conseguenze: organico docenti sospeso per
settimane e settimane, orario definitivo varato
tardissimo, incertezze e smarrimenti. Si potrebbe
dedurne che la legge cosiddetta della
“buona scuola” è stata varata con molti roboanti
proclami ma ben poca attenzione alle
strutture; oppure che la pubblica istruzione in
Italia è una realtà troppo complessa per pretendere
di contenerla all’improvviso entro qualche
schema di calcolo.
La parola “algoritmo”, come fu appurato
nell’Ottocento, è semplicemente la deformazione
medievale del nome del grande matematico
persiano Al-Huwarizmi; ma l’esito caotico
di questa sua applicazione, l’intento evidente
di trasformare i rapporti tra lavoratori della
scuola e ministero in una procedura standardizzata
e inappellabile, il rischio che tutto questo
venga esteso all’intero mondo del lavoro,
suggeriscono un’altra etimologia del tutto falsa
ma cupamente suggestiva: se in greco algos vale
“dolore” e arithmos “numero”, allora l’algoritmo
è “il conto della sofferenza”.

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