Non vi lasceremo soli – Tende, container, casette, l’odissea dei terremotati.

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di Paolo Lupattelli

Dopo il sisma del 24 agosto scorso, questo giornale aveva messo a fuoco lo stato dell’arte: siamo sconvolti periodicamente da disastrosi eventi sismici o idrogeologici; occorre superare la fase emotiva dell’approccio all’emergenza e avviare una cultura della sicurezza per i grandi problemi che gravano sul nostro Paese, tanto bello quanto fragile. Anche perché dare risposte estemporanee costa molto di più. Per mettere in sicurezza gli edifici pubblici occorre una cifra che si aggira sui 40 miliardi di euro, per quelli privati ne servono circa 90. Dal terremoto del Belice del 1968 a quello dell’Emilia del 2012 ne abbiamo spesi molti di più, senza ottenere sicurezza alcuna e senza contare la corruzione, le infiltrazioni mafiose e gli stravolgimenti del paesaggio urbano. Siamo un Paese senza memoria che preferisce riparare ed inaugurare che prevenire. Avanti così fino alla prossima emergenza e chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Stavolta ci ha pensato il terremoto a darci una svegliata. Dopo la scossa di fine agosto ha finito la sua opera devastante distruggendo la maggior parte dei borghi della Valnerina e dintorni e ricordandoci che con la natura non sono ammesse furbate. Se puoi imbrogliare, circuire o corrompere commissioni e tecnici vari con il terremoto non si può. A fine agosto ha dimostrato che è folle costruire con sassi e rena in una zona a forte rischio sismico, che è delinquenziale far passare come messo in sicurezza antisismica un semplice miglioramento. Dopo aver visto le consuete manfrine  e furbate italiche il sisma ha deciso di portare a termine l’opera a fine ottobre. Un collaudo tragico: 108 i comuni che hanno subito crolli, 25.500 sfollati nelle Marche; 23 comuni colpiti e 2.730 persone sfollate in Umbria; 16 comuni in Abruzzo con 2.700 sfollati; 10 comuni nel Lazio con 1.100 sfollati. Uno dei territori più genuini e più belli dove era possibile respirare il tempo passato, godere delle eccellenze storiche, gastronomiche e culturali è gravemente ferito, la spina dorsale d’Italia è spezzata e messa in ginocchio. La paura è che lo sia per sempre.

A settembre avevamo scritto della scuola “Caprarica” di Amatrice, al cui ingresso un cartello diceva “una massiccia opera di ristrutturazione  consistente  soprattutto nell’adeguamento della vulnerabilità sismica”. C’è rima- sto in piedi solo il cartello. Caso isolato? No, anzi. Visso, il paese di origine della famiglia Sensi:  scuola  “Capuzzi”,  per  gli  atti  del  comune, “migliorata dopo un evento sismico” nella realtà crollata da un lato sotto il peso del tetto di cemento. In Italia una scuola su tre è in zona sismica ma di queste solo l’8% è stato progettato secondo criteri antisismici; solo il 3% ha il certificato di conformità e solo il 6% un certificato di relazione geologica. Il 15% delle scuole italiane presenta lesioni strutturali; nel centro Italia solo il 35% ha il certificato di agibilità statica e il 32% quello di agibilità igienico-sanitaria ma solo il 10% degli edifici ha il certificato di prevenzione incendi.  Dati  forniti  dall’Osservatorio  per l’edilizia  scolastica  del  Miur.  Nel  terremoto del 31 ottobre del 2002 a San Giuliano di Puglia persero la vita 27 bambini e una maestra. Ma la “buona scuola” non sembra aver intenzione di affrontare il problema. E si potrebbe continuare con gli esempi. Per restare ai due casi citati e ad altri del recente sisma bisogna ringraziare una legge del 1998 e una ordinanza  dell’allora  ministro  degli  Interni Giorgio Napolitano che consentiva – e consente – ai tecnici di intervenire sugli edifici con semplici miglioramenti. E la sicurezza antisismica  va  a  farsi  benedire,  l’importante  è prendere i contributi pubblici. Quella legge fu emanata dopo il terremoto del 1997 ed è palese che sia una legge sciagurata. Non risulta però che ci siano in atto iniziative per la sua abrogazione. Come non ci sono notizie di interventi dello stato per obbligare i 1.795 comuni ad adottare i piani di evacuazione in caso di emergenza di cui sono, ancora oggi, privi. Né sono diventate vincolanti le proposte sulla sicurezza sismica e su quella idrogeologica di geologi, ingegneri. Ognuno fa come gli pare, ognuno costruisce dove gli pare. O quasi.

A Faizzone, frazione di Amatrice, i primi giorni di settembre arriva una casetta in legno. E’ il regalo solidale che i compagni di lavoro hanno portato ad un amico rimasto senza casa insieme agli anziani genitori: viene posata a pochi metri dalle macerie in un terreno di proprietà della famiglia. Arrivano i vigili urbani che notificano un’ordinanza di sgombro per la casetta in legno per abuso edilizio. Non aveva le concessioni necessarie dell’ufficio tecnico. E anche il Dicomac, la Direzione comando e controllo della Protezione civile ostacola  in  tutti  i  modi  l’iniziativa  privata.  Ha dell’inverosimile la storia delle casette per gli sfollati ma la dice lunga sulla cultura dell’emergenza nel bel Paese. Semplicemente non c’è, non siamo attrezzati. Dopo il 24 agosto è iniziato il balletto sulle tende, poi quello sui container. Intanto sono arrivate la pioggia e   la neve. Al freddo e al gelo oppure al lago Trasimeno o a San Benedetto del Tronto. Il commissario Errani e i suoi colonnelli affermano e si smentiscono da soli. L’unica certezza che bisogna aspettare le casette dell’appalto governativo del Cns, Consorzio nazionale servizi, le ormai famose Sae, Soluzioni abitative in emergenza. A L’Aquila Berlusconi aveva realizzato il progetto C.a.s.e. e le villette Map, moduli abitativi provvisori che avevano dato luogo a due città satellite, orribili ma realizzate entro i termini annunciati. Renzi punta tutto sulle casette della Lega Coop. Belle ma ancora da costruire e piuttosto care, al prezzo di 1.350 euro al mq opere di urbanizzazione e costi di esproprio esclusi per un totale di circa 90 mila euro. Errani le promette per aprile, a primavera inoltrata dimostrando una bella faccia tosta. Altri costruttori del ramo affermano che in 3/4 settimane possono fornire le casette. E le 700 casette in legno utilizzate nel 1997 sparse per l’Umbria? Impossibili da usare. Non si sa perché affittate o vendute o regalate ai comuni. Secondo la Marini non sono rimovibili, poi ci sono difficoltà per le procedure di abitabilità. Meglio gli alberghi del Trasimeno. Prima di piazzare le ca- sette del consorzio della Lega Coop spiegateci se saranno rimovibili e riutilizzabili o se ogni dieci anni ricomincia la storia.

Annifo dista una decina di km dall’inizio delle zone terremotate, 25 km da Camerino, 35 da Ussita. Ci sono 22 casette a schiera vuote di proprietà pubblica abbandonate da una decina di anni. Se vi serve un sanitario o una caldaia servitevi pure nessuno vi dirà niente. All’indomani del terremoto l’Anas ha offerto alla Protezione civile 18 casette in ottimo stato che aveva utilizzato per ospitare i suoi dipendenti  impegnati  nel  terremoto  de  L’Aquila. Nessuno ha risposto all’offerta. Le casette del Cns sono lontane da venire e allora si ricorre ai container ma per piazzarli, 6 campi a Norcia e frazioni e tre a Cascia, ci vogliono procedure di esproprio e opere di urbanizzazione. Davanti ad un caffè un militare ci dice che ogni giorno cambia l’ordine di servizio: se ci fossero state le idee chiare a 64 giorni dal primo sisma e 28 dal secondo loro avrebbero finito il lavoro per i container e avrebbero potuto occuparsi dell’alveo  del  torrente Torbidone  riaffiorato dopo il sisma e del ripristino della viabilità. La macchina dei soccorsi ha funzionato meglio nel 1997. Le storie da raccontare sono tante, poche quelle a lieto fine. Ci torneremo sopra. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è già stato due volte nel cratere del terremoto con paparazzi e telecamere al seguito: “Non vi lasceremo soli” ma non ha detto né come né dove. Più di uno tra gli sfollati comincia a pensare che visto il periodo natalizio intendesse al freddo e al gelo tra il bue e l’asi- nello. Ma nessuno lo ha invitato.

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