Noi, “micropolis”

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Con questo numero “micropolis” inizia
il suo ventunesimo anno di vita. Non
siamo molto propensi a celebrare gli
anniversari, ci pare inutile. Non abbiamo neppure
fatto gli auguri ai nostri lettori per le feste.
Vedendo come vanno le cose ci pareva francamente
ipocrita. Siamo, tuttavia, soddisfatti di
aver battuto un piccolo record: siamo la testata
di sinistra più longeva nella storia regionale.
Non era un dato scontato. Molti dei nostri detrattori
a sinistra hanno ridicolizzato il nostro
impegno nella convinzione che saremmo durati
poco, avremmo seguito il destino di altri periodici.
Si sono liquefatti partiti, interi gruppi dirigenti,
altri hanno cambiato radicalmente la
loro natura ed i loro assetti. Noi continuiamo
ad essere qui, con qualche perdita dolorosa,
come la scomparsa di Maurizio Mori, con un
progressivo invecchiamento dei redattori, a cui
è corrisposto un relativo rinnovamento dei ranghi,
ma con la convinzione di essere ancora utili
alla comunità regionale e a quello che abbiamo
sempre ritenuto il nostro principale interlocutore:
chi non ha diritto di parola, chi inascoltato
protesta, chi ha sempre meno diritti.
La nostra durata ha più di una spiegazione. La
prima è quella che da sempre abbiamo pensato
a un giornale regionale che non cadesse nel localismo.
Abbiamo da sempre ritenuto che l’Umbria
e i territori che la compongono siano un
paradigma della vicenda nazionale, un momento
di verifica della storia del paese così come
si va svolgendo. La seconda spiegazione è la lettura
della crisi del regionalismo come aspetto
della crisi politico istituzionale che investe da
almeno mezzo secolo l’Italia. La terza è la convinzione
che il decadimento della sinistra sia il
frutto di processi strutturali che hanno le loro
radici nei cambiamenti sociali ed economici intervenuti
negli ultimi trenta anni e nell’incapacità
di comprenderli dei vari comparti del movimento
progressista: dai partiti riformisti a
quelli radicali, ai sindacati, all’associazionismo
popolare. Abbiamo verificato nel tempo che
l’ipotesi politica su cui eravamo nati e su cui ci
eravamo spesi all’inizio – ossia che a sinistra esistesse
uno spazio di dibattito, che ci fossero gli
anticorpi che avrebbero potuto segnare un
nuovo inizio – era solo un’illusione. La sinistra
in Umbria e in Italia si è progressivamente trasformata
da possibile soluzione della crisi in
una delle cause della crisi stessa.
L’esplosione delle economie capitalistiche, avvenuta
negli ultimi otto anni, ha accentuato
tale processo, di cui Renzi, il Pd e il suo governo
non sono altro che l’ultima e più pericolosa
versione.
A questa realtà abbiamo reagito come può farlo
un giornale: con la denuncia e l’inchiesta, scavando
per quanto ci è stato possibile dietro le
notizie, dando voce ai cassintegrati, alle situazioni
di crisi industriale, ai precari, documentando
come i fenomeni di corruzione, di clientelismo,
di pura amministrazione dell’esistente
non siano accidente, ma sostanza. Siamo stati
tra i primi a sostenere che l’Umbria non era
più – ammesso lo sia mai stata – un’isola felice,
un luogo dove imperava il buon governo, ma
un pezzo di un’Italia martoriata dove sempre
di più l’arbitrio si è fatto sistema. Ci siamo caratterizzati
come un piccolo argine al conformismo
beota, all’ottimismo inconsistente, nella
convinzione che la crisi economica non fosse
semplicemente l’esito di una bolla finanziaria,
ma il frutto delle difficoltà di funzionamento
del capitalismo, a cui quest’ultimo ha reagito
aumentando le disuguaglianze, incentivando i
venti di guerra, stimolando razzismo e xenofobia,
diminuendo le garanzie ed il tasso di democrazia
dell’Europa e del paese.
Questo è stato “micropolis”, un giornale fuori
dal coro, che non ha paura di definirsi di sinistra
e, al tempo stesso, aperto a chiunque abbia
qualcosa da dire, non settario, laico, disponibile
a confrontarsi con ispirazioni politiche ed ideali
diverse da quelle dei suoi redattori.
I lettori l’hanno capito. La sottoscrizione che
abbiamo lanciato un anno fa ha quasi raggiunto
l’obiettivo, spesso in modo spontaneo, utilizzando
il conto corrente. Non è un fatto da
poco, è un attestato di stima che ci spinge a
continuare sulla strada che abbiamo intrapreso,
che ci rafforza nella convinzione di fare un giornale
utile, di essere una voce per molti aspetti
insostituibile, perché anomala, nel panorama
dell’editoria umbra.
Guardando al passato ci stupisce l’entità del lavoro
fatto, le oltre 3500 pagine scritte, la varietà
dei temi affrontati e dei collaboratori che via
via si sono avvicendati sulle nostre pagine. Non
basta. Nel nuovo anno ci doteremo di un sito
internet, cercheremo di aumentare i giorni della
nostra presenza in edicola, allargheremo – come
stiamo facendo – la rete dei collaboratori.
L’obiettivo è descrivere i cambiamenti delle
città e dei territori della regione, misurare le
contraddizioni maturate negli ultimi decenni,
valutare la dimensione e la qualità delle forme
di opposizione allo stato di cose esistente. Continueremo
a fare battaglia politica e culturale, a
scavare come la vecchia talpa di marxiana memoria.
Vale per noi l’aforisma di Bertold Brecht
“Quando siamo arrivati erano già tutti seduti,
ci sedemmo dalla parte del torto e lì siamo rimasti”,
aggiungiamo noi, ben contenti di restarci
finché non si affermeranno le nostre ragioni.

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