Nodi irrisolti

0
200

Anche in Umbria Renzi ha vinto le primarie
con percentuali bulgare, oltre
l’80%. Poco importa che abbiano votato
circa 40.400 elettori contro i 71.000 di 4
anni fa, che percentualmente sia andato alle urne
solo il 57% rispetto alle precedenti primarie. I
giovanotti di marca renziana che gestiscono il
Pd non hanno lesinato toni trionfalistici, parlando
di giornata splendida, di festa della democrazia,
di risultato epocale, ecc. ecc. La cosa
ricorda l’adagio del vecchio leader cinese, succeduto
a Mao, Den Xiaoping, che recitava “non
importa se il gatto sia rosso o nero, basta che
mangi i topi”; in questo caso “non importa
quanti votano basta che vinca Renzi”, e così è
stato. I giovanotti in questione si sono fregati le
mani: più posti in lista, sia alle amministrative
che alle politiche, la rottamazione di sindaci (Mismetti
e Di Girolamo) e di senatori (Rossi e Cardinali)
orlandiani, più spazio in agenzie, enti di
secondo livello, ecc. Peccato che le rottamazoni,
più che per via politica, avvengano per via giudiziaria
e coinvolgano non solo e non tanto le
singole persone, ma l’intero partito, un sistema
di potere di cui sia i vecchi che i nuovi non possono
fare a meno.
Prendiamo il caso di Terni. Passa meno di una
settimana dalle primarie e vengono arrestati e
ristretti ai domiciliari il sindaco e l’assessore ai
lavori pubblici, sospesi dalle loro funzioni i presidenti
di cooperative cui erano stati affidati importanti
servizi sia in campo sociale che culturale.
In sintesi l’accusa è di aver spacchettato gli appalti
e di averli affidati in maniera pressocché diretta
alle cooperative in questione. Sarebbe solo la
punta dell’iceberg, di un modus operandi valido
per l’insieme dei servizi pubblici esternalizzati:
dalla gestione dei cimiteri, alle mense ai musei
civici. Per correttezza va detto che per l’assessore
ai lavori pubblici e per i presidenti delle due
cooperative i provvedimenti sono stati sospesi,
resta ai domiciliari, al momento in cui scriviamo,
solo il sindaco, in attesa delle decisioni del Tribunale
del riesame.
Lasciamo da parte i risvolti giudiziari della vicenda,
non è il nostro mestiere e non ci sembra
il caso di fare il tifo né per gli imputati né per i
procuratori. I primi si difenderanno in giudizio,
i secondi porteranno al processo, se si celebrerà,
le prove che avranno raccolto. Ma al di là delle
indagini e delle inchieste resta il nodo politico
che riguarda non solo il Comune di Terni, ma
l’insieme delle amministrazioni pubbliche della
regione. Terni, infatti, rappresenta solo il punto
di maggior sofferenza, per le emergenze ambientali
(acqua, polveri, inceneritore), per i 58 milioni
di debiti fuori bilancio oltre che per i fatti specifici
che vengono attribuiti dalla magistratura all’amministrazione,
ma non è certamente l’unico.
Le parole chiave che spiegano la situazione sono
sostanzialmente tre: liberalizzazione, esternalizzazione
e sussidiarietà.
A cavallo tra i due secoli, sotto la spinta dell’ideologia
della concorrenza si è diffusa la pratica
di liberalizzare buona parte dei servizi pubblici.
Ciò ha comportato cambiamenti non secondari
delle strutture di gestione. Si sono trasformati i
servizi municipali, provinciali, regionali in società
di capitali (spa o srl) in alcuni casi interamente
pubblici, in altri con l’intervento di privati. Ciò
è avvenuto per i trasporti, per la gestione dell’acqua
e dell’energia, per i rifiuti. Il processo è
stato incentivato da quanto avveniva a livello
nazionale e nell’Unione Europea con gare che
venivano fatte con l’intenzione di garantire la
concorrenza, con l’idea che questo avrebbe fatto
abbassare i costi dei servizi. Gli esiti sono sotto
gli occhi di tutti e hanno generato dissesti a catena
e interventi costanti della magistratura.
Oggi i trasporti dell’Umbria sono ormai in mano
a Busitalia (una società delle Ferrovie dello Stato),
dopo decenni di rivendicazioni da parte della
Regione per quanto riguardava la gestione delle
ferrovie locali; la raccolta e la trasformazione dei
rifiuti è passata ad aziende esterne all’Umbria,
con costi maggiori per gli utenti e ulteriori interventi
dei procuratori; la stessa vicenda coinvolge
le imprese che producono energia e gestiscono
le reti idriche. Peraltro tale processo non
sembra interrompersi. L’ideologia della liberalizzazione
e della privatizzazione sembra tutt’altro
che superata, resta tuttora dominante. Quanto
sta avvenendo alla Valle umbra servizi (l’ultima
azienda ancora interamente a capitale pubblico)
è emblematico: anche qui dovrebbero entrare i
privati. Nonostante gli esiti, tutt’altro che brillanti,
si continua lungo un crinale che appare,
da più punti di vista, pericoloso.
Le altre due parole – esternalizzazione e sussidiarietà
– appartengono allo stesso grappolo di questioni.
L’esternalizzazione riguarda servizi sociali
e culturali che vengono, grazie anche al forzoso
dimagrimento degli organici degli enti locali, affidati
ad aziende esterne o a strutture del privato
sociale (le cooperative o il “volontariato”). La
sussidiarietà è quella tra pubblico e privato, nel
senso che il pubblico fissa regole e dà soldi, il
privato garantisce il servizio. Le cooperative che
inizialmente dovevano fare attività innovative
che comuni, province e regioni non potevano o
non sapevano fare, oggi coprono l’ordinario, sostituendo
le strutture pubbliche. Naturalmente
questo passaggio dovrebbe prevedere gare di appalto
che perlopiù vengono fatte, con esiti che
spesso vedono vincenti grandi cooperative esterne
all’Umbria, da ciò una revanche che tenta di assicurare
appalti a cooperative presenti nel territorio,
cercando di proteggerne il management e
chi ci lavora, che sono parte integrante del blocco
elettorale del Pd. I metodi sono noti (spacchettamento
degli appalti, affidamenti diretti, ecc.)
ed entrano in contraddizione con i criteri di liberalizzazione
e di esternalizzazione.
Delle due una: o si sceglie di gestire con strutture
pubbliche i servizi o si assumono fino in fondo
i criteri di liberalizzazione con il rischio di smobilitare
le cooperative locali. Ciò crea una contraddizione
nelle scelte del Pd che riguarda non
solo gli attuali amministratori, ma anche quelli
futuri. Significa che o si salvaguardano gli equilibri
costruiti nel corso del tempo o si smobilita
una rete che comunque dà occupazione, sia pure
a salari spesso da fame, e che rappresenta una
fonte di consenso sociale. In ogni caso la difficoltà
è evidente e non ci pare che il partito di
maggioranza nella regione, tanto nella variante
renziana quanto in quella non renziana, sia in
grado di affrontarla.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO