Mutamenti di forma – Un libro sullo sviluppo urbanistico di Terni

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di Marco Venanzi

Aldo Tarquini, già dirigente del settore
urbanistica del Comune di Terni e a
fine carriera direttore generale della
stessa amministrazione, ha dato alle stampe per
l’editore De Luca un corposo volume dal titolo
La forma della città industriale. Terni. Il progetto
delle parti. Il libro è utile soprattutto per le informazioni
che offre sull’ultimo trentennio e per
l’individuazione dei percorsi attraverso i quali è
avvenuta la crescita della città. Esso ha anche
l’ambizione di coniugare la vicenda urbanistica
con il tema della qualità architettonica, nella
convinzione che il dialogo tra le due discipline
sia essenziale per avere una città migliore.
Tarquini individua una periodizzazione della vicenda
di Terni contemporanea.
La prima fase è quella dello sviluppo industriale,
quando la città cresce in modo spontaneo sotto
la spinta dell’immigrazione e l’industria occupa
il territorio sia dal punto di vista della presenza
di stabilimenti che tramite l’occupazione delle
aree.
La seconda fase è quella dell’intervento diretto
della Terni polisettoriale nelle politiche urbane e
dei servizi in seguito alla convenzione con l’amministrazione
comunale per la cessione dei diritti
sul bacino Nera-Velino.
La terza fase comincia nel dopoguerra con il
piano di ricostruzione di Mario Ridolfi che, grazie
agli ampi vuoti causati dai bombardamenti, ridisegna
parti di città. Ridolfi punta a renderla
più efficiente grazie a demolizioni e ricostruzioni
che fortunatamente non riesce pienamente a realizzare,
ma ha la capacità di coniugare piano urbanistico
e sapienza tipologica, attenzione al dettaglio
costruttivo, così da dare senso e fisionomia
alla nuova Terni. Solo con il quarto tempo l’attenzione
al costruito e alla sua conservazione diviene
un elemento delle politiche urbanistiche.
Ci si concentra sul centro storico, sulle aree dismesse,
sulla trasformazione dei borghi in quartieri
forniti di servizi. E’ la città per parti, in cui
trionfa la pratica del project financing.
Per Tarquini la prossima fase dovrebbe essere
quella della riconnessione delle parti in un aggregato
urbano unico da ottenere attraverso le
reti da quella di mobilità ai servizi.
Alla quarta fase sono dedicati tre quarti del libro.
Essi coincidono in gran parte con le attività di
Tarquini e, quindi, riflessione ed autobiografia
professionale si sovrappongono con tutti i rischi
del caso.
Poche le riflessioni su aspetti che esulano il rapporto
tra progettazione urbana e dettaglio architettonico,
affrontato approfonditamente. Per fare
alcuni esempi si colgono solo di striscio le questioni
relative alla rendita, fondiaria, di posizione
urbana e immobiliare. Il nodo è la progressiva
demolizione della legge sui suoli del 1962, che
costò il posto da ministro a Fiorentino Sullo,
che prevedeva un ruolo centrale dei comuni nella
costruzione delle residenze e nella definizione
delle aree produttive, dato questo che incideva
direttamente sulla proprietà dei suoli. L’alimentazione
del ciclo edilizio ha provocato una sostanziale
diminuzione del ruolo del pubblico, a
cominciare dall’edilizia popolare. Peraltro il circuito
messo in moto dall’urbanistica contrattata
tra municipio e costruttori e il ruolo della Bucalossi
sui diritti di edificazione, che hanno costituito
un cespite non irrilevante per le finanze
comunali, è pietosamente messo in ombra.
Manca, inoltre, una riflessione sul recupero del
costruito. Per un verso il recupero di edifici storici
era finalizzato alla localizzazione di servizi di qualità
(dalla biblioteca, agli uffici municipali, all’archivio
di Stato, a centri espositivi e sale convegni)
dall’altro il recupero delle aree dismesse
veniva direttamente correlato alle nuove direttrici
di sviluppo economico programmate a partire
dagli anni ottanta. Così, se il “Palazzone” fu recuperato
come residenza per fasce marginali di
popolazioni (giovani coppie, anziani, ecc.), i contenitori
industriali furono recuperati per essere
messi a disposizione di imprese “creative”: l’ex
Bosco per il multimediale, Papigno per il cinema,
la ex Siri per i servizi culturali. Il centro multimediale
non è mai decollato, il cinema a Papigno
non c’è più, resta il Caos alla ex Siri che vive di
trasferimenti pubblici. Sarebbe stato interessante
capire perché queste esperienze sono fallite, non
fosse altro per evitare di fare errori già commessi.
Altra omissione è come la crisi abbia inciso sul
ciclo edilizio a Terni. A inizi anni sessanta si calcolava
che la popolazione sarebbe cresciuta da
100.000 a 160.000 residenti. Oggi Terni non
supera 110.000 abitanti, in compenso l’edificato
è cresciuto a dismisura. Risultato: anche a Terni
le case invendute o sfitte raggiungono livelli impensabili
solo qualche anno fa. Cosa si intenda
fare in proposito, come si voglia riattivare il ciclo
edilizio, come si intenda sviluppare una politica
di riuso e di risparmio di suolo resta francamente
un mistero.
A parte le omissioni, tuttavia, il libro – lo ripetiamo
– è utile, servirà un domani per chi vorrà
fare una storia urbana di Terni e darne una lettura
meno irenica, sarà usato come una cassetta di
strumenti, materiale di base per una interpretazione
critica. Insomma siamo di fronte, come
spesso avviene, ad un esempio di eterogenesi dei
fini o di astuzia della storia. Scegliete voi.

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