Mettiamo in sicurezza l’Italia. Ritardi e promesse della ricostruzione

0
237

di Paolo Lupattelli

 

Raccontano le cronache che il 13 febbraio scorso è stato firmato a Roma un protocollo di intesa per il recupero e il ripristino della basilica di S. Benedetto a Norcia. Il protocollo è stato firmato dalla commissaria Paola De Micheli, che ha trovato il tempo necessario tra un comizio a Piacenza, una riunione al ministero, un partita di pallavolo e una visita in Valnerina, dalla segretaria generale del Ministero dei beni culturali Carla Di Francesco, dalla Governatrice Catiuscia Marini, dal benedicente Renato Boccardo arcivescovo di Spoleto e dal sindaco di Norcia, Nicola Alemanno. Un bel quadretto prefigurante futuri assetti governativi. Sarà un concorso internazionale di progettazione a decretare il modo migliore per ricostruire la basilica e i progetti presentati saranno valutati da una commissione presieduta da Antonio Paolucci già ministro dei Beni culturali. Tutto bene quindi? Sì anche se sono passati diciotto mesi dal sisma e la ricostruzione è un disastro. Questo è un protocollo che rende l’idea delle pastoie burocratiche della ricostruzione e dei tempi infiniti ai quali andrà incontro. Il 26 settembre del 1997 Umbria e Marche sono sconvolte da un forte terremoto. Il governo Prodi nomina Antonio Paolucci Commissario per i beni culturali di Assisi alle 8 di mattina; tre ore dopo la nomina, Paolucci è ad Assisi. Nel pomeriggio si assume una responsabilità enorme: senza rispettare le procedure incarica alcune ditte di mettere in sicurezza la basilica di S. Francesco. Queste – in tempi da record – finiscono il lavoro il 29 settembre. Il 4 ottobre nuova scossa ma la basilica è in sicurezza. Il “Cantiere utopia” messo insieme da Paolucci ha salvato i capolavori di Giotto, sconfitto il terremoto e i burocrati che starnazzavano contro lo stravolgimento delle procedure. Forse i tuttologi in circolazione potevano replicare prima la soluzione Paolucci. Passano 19 anni e il 24 agosto 2016, implacabile, il terremoto torna a farsi vivo in Valnerina e dintorni, sconvolgendo il territorio e mettendo a nudo le magagne, le furbizie, le inadempienze, le avidità e la stupidità umane. Il 27 agosto la segretaria generale del Mibact, nonché docente alla Sapienza di Roma, Antonia Pasqua Recchia visita ufficialmente Norcia e il cratere. Niente, non prende alcuna decisione, non sollecita ufficialmente alcun provvedimento urgente. Il 30 agosto una nuova scossa spiana S. Benedetto con una precisione chirurgica. Non solo. A Campi di Norcia, dove si ergeva isolata e splendente, la chiesa di San Salvatore, con la sua facciata a capanna, uno scrigno contenente due secoli di arte del territorio, un esempio raro di allestimento medievale, ora è un cumulo di macerie. Per le sue dimensioni ridotte metterla in sicurezza sarebbe costato poche centinaia di euro. All’abbazia di Sant’Eutizio a Preci i soldi sono arrivati e anche tanti – 3,2 miliardi di vecchie lire per il Giubileo – ma sono stati spesi per strutture ricettive non per l’Abbazia che ormai è un rudere. Alla curia hanno le bocche cucite, vescovi e cardinali sono impegnati nella passerella quotidiana dei vip. Nel 1998 Sant’Eutizio ha beneficiato di altri 530 mila euro per interventi sulla chiesa ma non sul muro esterno perché non era un bene culturale. Nell’ultimo sisma il muro è crollato sulla facciata e la chiesa è venuta giù. Complimenti alla Curia e alla Sovrintendenza. Professoressa, segretaria generale, Recchia, ma che ci è andata a fare nelle zone terremotate? Eccellentissimi e questuanti vescovi, cardinali e priori protagonisti dei giubilei e di continue richieste di soldi pubblici, siete sicuri di averli spesi nel migliore dei modi, di essere senza peccato? Se siete sicuri cominciate a tirare pietre, perché in Valnerina non mancano. Ce ne sono tante da fare, un monumento all’ottusità della burocrazia e alla de-meritocrazia di tanti, troppi protagonisti. A cominciare dagli spacciatori del bollettino delle casette Sae. Tutti sparano numeri, tutti fanno promesse, poi disattese. Ci sarebbe da ridere se non fossero coinvolte persone esposte ai freddi invernali dopo 18 mesi dalle prime scosse. Questo lo stato dell’arte delle casette Sae fornito il 14 febbraio scorso dalla Protezione civile: nei 37 comuni delle 4 regioni ne sono state consegnate 2.537 delle 3662 richieste dai sindaci. Marche 1.085 casette consegnate, Lazio 727, Abruzzo 144, Umbria 581. A parte le imbarazzanti promesse disattese in continuazione i ritardi sono dovuti al maltempo, alla mancata programmazione, alla mancata rimozione delle macerie. La Governatrice Marini, dopo numerosi annunci, ha dichiarato che le consegne in Umbria saranno terminate entro febbraio. Dopo domani inizia marzo, verificheremo. Fra una settimana gli italiani (chi sì e chi no) si recheranno ai seggi per eleggere il futuro Parlamento. Sfogliando i programmi elettorali non sembra che la sicurezza sismica sia tra le priorità delle forze politiche. Ancora c’è chi parla di Ponte sullo Stretto da realizzare a cavallo di due placche in collisione e ancora c’è chi crede a queste costose panzane. Eppure è evidente. L ’unica grande opera da fare in Italia è la sistemazione idrogeologica del territorio e la messa in sicurezza degli edifici. Secondo la Protezione civile servirebbero 50 miliardi di euro per gli edifici pubblici e 90 miliardi per quelli privati. Il centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri ha calcolato che dal 1968 al 2014 si sono spesi 121 miliardi senza mettere in sicurezza niente, solo per tamponare. Nelle emergenze vengono fuori l’italiano eroe e quello furbetto che specula, che vive di contributi. Ancora oggi ci sono sindaci del Belice che chiedono soldi per il terremoto del 1968. A L ’Aquila è difficile stabilire se sia peggiore lo stato della vecchia o della nuova città del 2009. Con il terremoto lo Stato guadagna. Arriva un sisma, si piange, ci si commuove, si mettono accise che da temporanee diventano fisse. Ancora oggi paghiamo per la guerra di Abissinia (1935), per la guerra di Suez, per il disastro del Vajont (1963). L’accisa più alta fu quella applicata da Giovanni Moro per il sisma del Friuli nel 1976. Secondo il Consiglio degli ingegneri lo Stato in Friuli ha speso 4,78 miliardi per ricostruire ma ne ha incassati 78,1 fino ad un anno fa. La ricostruzione in Friuli è terminata ma l’accisa è in vigore. Per il Belice spesi 18,5 miliardi e incassati 146 e così via. C’è una marea di addetti ai lavori che campa con le emergenze ma senza memoria del passato. Uno dei problemi del bel Paese è nella classe dirigente ma anche nei cittadini che la esprimono. Se vengono chiesti favori e privilegi, invece di competenza e verità, alla fine si otterranno disastri. Nel 1859 un terremoto rade al suolo Norcia e provoca centinaia di morti. Giovanni Maria Mastai Ferretti, Pio IX, papa più reazionario che conservatore, impone una legge antisismica severa per la ricostruzione che pesa sui costi delle case. Il papa sarà stato reazionario ma la normativa è illuminata. Nel 1861 l’Unità di Italia annette anche Norcia al regno dei Savoia e la normativa papalina decade per la gioia dei nursini che continueranno a costruire senza aggravi ma anche senza sicurezza. A Genova, come in altre città, si costruisce sui letti dei torrenti e si tombano i fossi. Poi negli ultimi trent’anni allaga. L ’80% dei comuni italiani registra frane. Si arriva anche a scansare con raccomandazioni politiche le norme di sicurezza per risparmiare. Nel 1963 la supponenza degli ingegneri e l’avidità e l’arroganza dei padroni del vapore ignorano la memoria dei montanari e provocano la frana del monte Toc, l’esondazione e duemila morti. Solo chi ricorda sa il pericolo che corre e si sottopone a regole anche economicamente costose ma che salvano vite. Non è la natura una matrigna che maltratta e uccide i suoi figli ma siamo noi uomini ad essere figliastri incoscienti e smemorati.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO