L’utopia necessaria di un’altra Europa – La crisi dell’Unione e le possibile prospettive

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di Claudio Monicchia

Roma occupazione dei studenti davanti al ministero dell_istruzione con il lancio di uova – Roma – manifestazione di studenti contro la legge Gelmini davanti al Ministero dell’Istruzione – Fotografo: arcieri

Se c’era ancora bisogno di conferme
circa lo stato di impasse in cui si trovano
le istituzioni e il progetto politico
dell’Unione europea, queste sono arrivate dalle
celebrazioni per i sessanta anni dei Trattati di
Roma che istituirono il Mec: la solennità istituzionale
e la mobilitazione mediatica non
hanno coperto la bolsa ritualità dei discorsi e
degli impegni e l’accoglienza indifferente del
“pubblico” dei cittadini europei; un distacco
evidente anche nella scarsa partecipazione alle
contestazioni promosse dai movimenti “altermondisti”
e dalle frange nazionaliste o “sovraniste”.
Ma discutere lo stato e le prospettive dell’Unione
europea non è un dilemma accademico,
piuttosto una sfida politica che ha per
posta la democrazia e i diritti di cittadinanza
dei cittadini europei e il ruolo geopolitico del
vecchio continente. La centralità della questione
europea è da tempo il fulcro degli interessi di
Étienne Balibar, che in Crisi e fine dell’Europa?
(Bollati Boringhieri, Torino 2016) raccoglie
saggi e interventi presentati in luoghi e occasioni
diversi (dai quotidiani alle riviste, da convegni
di studio a meeting politici) tra il 2010 e il
2015. Partendo da un’analisi minuziosa dell’attualità,
l’antico allievo di Althusser ne deduce
il carattere strutturale della crisi della costruzione
europea, che si trova di fronte al bivio
storico tra dissoluzione e rifondazione su nuove
basi. Per descrivere la situazione attuale Balibar
ricorre alla nozione gramsciana di “interregno”,
quando il vecchio non vuole morire e il nuovo
non riesce a nascere, una situazione piena di
incognite e pericoli, difficile da interpretare e
prevedere.
Bisogna andare in Grecia per vedere come la
crisi per certi aspetti irreversibile della costruzione
europea sia entrata in una crisi, con due
avvenimenti contemporanei nell’estate del
2015. Da un lato il governo Tsipras è costretto
a firmare un accordo con la Commissione che
impone misure economiche durissime e istituisce
un protettorato di fatto su uno stato membro,
reo di aver provato a contestare (anche con
il referendum della settimana precedente) le politiche
di austerità dell’Unione.
Dall’altro esplode la questione dei profughi mediorientali,
di fronte alla quale l’Ue dimostrerà
la propria incapacità e le proprie divisioni, con
l’emergere di forme di razzismo e xenofobia di
massa. Questione economica, questione sociale
e questione democratica si intrecciano in un
corto circuito paralizzante. Non si tratta di fulmini
a ciel sereno, di emergenze improvvise che
rompono un equilibrio stabile: con il diktat alla
Grecia e l’ondata dei profughi vengono al pettine
nodi che mettono in discussione le modalità
di sviluppo della costruzione europea almeno
degli ultimi venticinque anni, a partire dall’allargamento
dell’Unione a est seguito al crollo
dell’Urss.
In quella congiuntura si attua una prima svolta
da parte dei ceti dirigenti dell’Unione e degli
stati più forti: per agganciarsi al treno in partenza
della globalizzazione era possibile fare a
meno del “fardello” dei diritti sociali, faticosamente
conquistati dal movimento operaio nei
diversi paesi. Il trattato di Maastricht e le modalità
con cui si realizza l’unione monetaria recano
questa impronta, che significa più poteri
per il global financial market, meno garanzie e
diritti per lavoratori e cittadini, maggiori squilibri
tra le nazioni. La crisi del 2007-2008 rende
più acute tali contraddizioni, ulteriormente aggravate
dalla conferma di politiche di austerità
imposte ai paesi più deboli o recalcitranti attraverso
procedure sempre meno democratiche:
nel 2011, per esempio, il governo italiano e
quello greco vengono “sostituiti” per diretto intervento
della Commissione, a sua volta evidentemente
guidata dalla Germania. In altri
termini, argomenta Balibar, la strada scelta da
chi guida l’Ue per adeguare il continente alla
globalizzazione neoliberista è quella di una “rivoluzione
dall’alto” che affida le decisioni ad
agenzie sempre più sganciate dal controllo democratico,
mentre i sistemi politici europei sono
“bloccati” sulla convergenza di conservatori e
socialdemocratici attorno al feticcio della stabilità.
E’ un disegno poco lungimirante, che, vista la
subordinazione ad un capitalismo finanziario
che prospera proprio sullo stato permanente di
instabilità dei bilanci degli stati, alimenta divisioni
e sfiducia. E che genera una sfiducia crescente
nei cittadini europei, privati allo steso
tempo di protezioni sociali ed effettiva possibilità
di scelta. Si alimentano in tal modo le chiusure
nazionaliste, le rivendicazioni localistiche,
le fiammate razziste e xenofobe.
Si giunge alla situazione attuale (confermata
dagli avvenimenti successivi alla pubblicazione
del libro, basti pensare alla Brexit) e si contrappongono
un “federalismo tecnocratico” e il ritorno
alla “sovranità nazionale”. La prima
strada, che rappresenterebbe l’istituzionalizzazione
dell’Unione “ordoliberista” a guida tedesca,
non solo accentuerebbe i processi di de-democratizzazione
e spossessamento dei diritti di
cittadinanza, ma ha mostrato già di non avere
respiro strategico. La seconda, oltre che velleitaria,
è foriera di razzismo e intolleranza.
Entrambe le strade sembrano indicare la concreta
possibilità della fine del progetto di Unione
europea. Balibar non condivide l’idea di alcune
componenti della sinistra europea, secondo cui
questo passaggio è non solo possibile ma auspicabile.
Non si può “distruggere” questa Europa
per rifarne un’altra: la fine dell’Unione nella
sua conformazione attuale non segnerebbe un
ritorno allo status quo ante, ma un arretramento
complessivo da ogni punto di vista. L’unica alternativa
alla degenerazione della crisi in catastrofe
risiede nella costruzione di un’Europa alternativa
“dal basso”: una possibilità remota ma
che vale la pena di esplorare e definire, il compito
storico di un “europeismo di sinistra”
anch’esso tutto da inventare.
Balibar muove da un assunto paradossale: per
rovesciare le attuali tendenze distruttive, che
contrappongono falso federalismo e nazionalismo,
ci vuole un “partito europeo”, a sua volta
fondato su un demos europeo. Né l’uno né l’altro
esistono al momento e anzi vi è stata una
neutralizzazione delle possibilità di incidere della
politica (con la convergenza al centro delle forze
principali, solidali nelle politiche di austerità) e
una deprivazione dei diritti sociali che erano
parte integrante della definizione di popolo (e
che quindi getta masse consistenti nella chiusura
“etnica” e xenofoba). Ma il paradosso rivela anche
le contraddizioni in cui è possibile inserirsi:
il punto di partenza è la rivendicazione di una
nuova cittadinanza europea, che recuperi i diritti
sociali perduti a livello nazionale. In questa direzione
è necessario un cambio di segno delle
politiche economiche e delle regole di equiparazione
fiscale e sociale. Sul piano dei diritti
politici Balibar considera favorevolmente la proposta
di Habermas per la costituzionalizzazione
di una “doppia cittadinanza”, per cui i cittadini
possano contare tanto come singoli, quanto
come parte delle diverse identità nazionali e
culturali, anche se vi vede un’eccessiva fiducia
nella “democrazia procedurale”.
Al cuore dell’argomentazione di Balibar c’è infatti
la natura conflittuale e partecipativa dei
processi democratici: la degenerazione dell’Europa
è direttamente proporzionale al depotenziamento
di questa carica conflittuale, di cui il
movimento operaio è stato per decenni il più
forte rappresentante.
Parte integrante di una nuova definizione di
cittadinanza e di democrazia è la ridefinizione
delle frontiere e del rapporto interno-esterno:
la epocale questione dei migranti non ha alcuna
possibilità di essere risolta con la chiusure e gli
egoismi nazionali, che moltiplicano limitazioni
e diritti di tutti.
Su un altro versante, solo uscendo dall’adesione
subalterna alla globalizzazione neoliberista, l’Europa
può rendersi in grado di giocare un autonomo
ruolo geopolitico.
Da dove e come dovrebbe innescarsi questo
processo? La equiparazione dei regimi fiscali, il
rilancio dei diritti del lavoro, l’accoglienza dei
migranti, dovrebbero essere alcuni dei punti di
convergenza dei movimenti già attivi a livello
dei singoli paesi, ma ancora incapaci di raggiungere
una dimensione transnazionale. Del
resto un popolo (non solo quello europeo) non
è un dato di natura, ma il prodotto storico di
conflitti sociali e politici di lungo periodo. Si
tratta di incamminarsi su questa strada.

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