L’ex sindaco di Perugia si racconta e certifica l’inconsistenza del Pd Amaro Boccali

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di Stefano De Cboccalienzo
Il Pd è “una confederazione di persone,
di gruppi di potere, un problema sia
umbro che nazionale […] un partito
dove la solidarietà del gruppo dirigente è stata
sostituita dalla solidarietà tra bande.
[Q]uando tu trasformi i circoli in comitati
elettorali di questo o di quello, in ditte individuali,
raggiungi una pericolosa deriva politica,
che è l’anticamera di una deriva etica”.
Non si tratta di un’autocitazione, anche se ai
nostri lettori potrebbe sembrarlo, ma sono
solo alcune delle affermazioni dell’ex sindaco
di Perugia Wladimiro Boccali contenute nell’intervista-
confessione rilasciata a Daniele
Bovi (Umbria24), pubblicata lo scorso novembre
(Tutta colpa di Boccali?, Futura, Perugia
2016).
Diciamo subito che il libro, dato alle stampe,
con buona probabilità,
in tutta fretta per essere
presentato nell’ultima
edizione di Umbria libri,
risulta per lunghi
tratti ripetitivo.
Insomma un più accurato
lavoro editoriale
avrebbe portato ad una
sintesi, riducendo sensibilmente
il numero di
pagine a tutto vantaggio
dei lettori.
Ad ogni modo veniamo
al contenuto. La vicenda
personale e politica
dell’ex sindaco di
Perugia viene ricostruita
all’interno di un quadro
più ampio ovvero quello
della crisi del Pd e, in
particolare, del cosiddetto
“socialismo appenninico”
– espressione
coniata dall’editorialista
del “Corriere della Sera”
Dario Di Vico ormai
quattro anni fa – crisi
che sarebbe risultata determinante
nello spianare
la strada al renzismo
in un’area del paese che si credeva ormai
cristallizzata attorno ad equilibri politici immutabili.
Da qui la scelta di integrare l’interminabile
intervista con gli interventi di Goffredo
Bettini, a lungo deus ex machina dell’ex
Pci romano e oggi in “esilio” al Parlamento
europeo, Claudio Martini, già presidente dal
2000 al 2010 della Regione Toscana, attualmente
senatore Pd, e Marco Damilano, vice
direttore de “L’Espresso”, noto al pubblico
televisivo di Raitre come commentatore fisso
di Gazebo. E in effetti è lo stesso Boccali a far
propria l’analisi di Di Vico insistendo – quasi
ossessivamente – sul fatto che ad un certo
punto la classe dirigente del Pd maggioritaria,
quella per intenderci ex comunista, abbia
completamente perso la capacità di innovare,
di capire che un’epoca, quella della “divisione
dei poteri”, della “concertazione delle politiche”,
della “spartizione delle risorse”, dell’”
espansione del debito”, si era chiusa e che
c’era bisogno di un cambio di passo per continuare
a tenere vivo il legame con il proprio
elettorato, con il proprio popolo.
L’immagine spietata che Boccali fornisce del
proprio partito è quella – per l’appunto più
volte presentata da queste colonne – di un agglomerato
informe attraversato da continue
lotte intestine, dove operano “campioni di
preferenze” e “leaderini” che si accordano, o
si scontrano, al telefono, al tavolo di un ristorante
o al tavolino di un bar, al massimo
lungo corso Vannucci; dove non esiste uno
spazio pubblico e condiviso di dibattito. Dipingendo
questo quadro, l’ex sindaco non fa
sconti a nessuno, neppure a se stesso, definendosi
incapace, per lealtà alla propria storia
politica, di “rovesciare il tavolo”.
Naturalmente Boccali non tratta tutti allo
stesso modo e se è indulgente con i “padri”,
in primis Renato Locchi, e con quelli della
sua generazione, a partire da Catiuscia Marini
– pur riconoscendo, col senno di poi, proprio
nella mancata “uccisione dei padri” (il virgolettato
è nostro, ndr) l’errore più grande – distribuisce
dosi di veleno a compagni di partito
come Marco Vinicio Guasticchi e ironizza pesantemente
sull’attuale segretario regionale
del Pd Giacomo Leonelli, definendolo un
“teorico del pensiero contemporaneo”. Insomma
a tratti riesce a strappare anche una
risata al lettore.
E’ soprattutto nei capitoli finali, quando la
narrazione ricostruisce i mesi che hanno preceduto
la sconfitta elettorale del giugno 2014,
che a nostro avviso l’analisi si fa meno lucida,
lasciando spazio al risentimento, in primo
luogo verso il proprio partito, reo di averlo
abbandonato e messo sulla graticola, ma anche
verso quella sinistra “di anime belle” ammaliata
dalle sirene di candidati (leggi Barelli e
Wague), che al secondo turno avrebbero scelto
di appoggiare Romizi e che oggi sono presenti
nella sua giunta. Resta il fatto che anche in
merito al ruolo giocato in questa fase cruciale
il protagonista non si autoassolve ma, anzi,
riconosce di avere peccato quantomeno di
“presunzione”.
Al temine di questa faticosa lettura, che pure
conferma tante delle nostre analisi fatte in
questo ventennio, rimane tuttavia forte la sensazione
che manchi qualcosa. In primo luogo
la volontà, o se preferite la capacità, di vedere
che certi processi degenerativi che esplodono
con la nascita del Pd sono databili ben prima
della cosiddetta “stagione dei professori” e affondano
le loro radici in un passato assai più
remoto ovvero erano già in atto quando l’ex
sindaco inziava il suo percorso politico; ma
Boccali non aspira certo a fare lo storico, si
limita a ricostruire da testimone quanto ha
vissuto e, in quanto tale, non può non salvare
la purezza degli inizi.
Pesa, ad ogni modo, l’assenza di una riflessione
eplicita sui guasti, che pure emergono
dal racconto, introdotti da quel meccanismo,
che si credeva salvifico, della elezione diretta
dei sindaci di cui lo stesso Boccali è, poi, rimasto
vittima.
Non convince per niente, inoltre, la difesa
che l’ex assessore ed ex sindaco fa, pressoché
senza eccezioni, delle scelte concrete compiute
dalle giunte che hanno coperto il quindicennio
1999-2014: Piano regolatore, Gesenu,
minimetrò, Mercato coperto, solo per citare i
casi più noti e controversi. In estrema sintesi
la linea, sinceramente deludente, di Boccali è
la seguente: alcune scelte erano già state fatte
in precedenza ed è stato
gioco forza renderle
operative e, comunque,
si è trattato di scelte positive,
tutte tese alla riqualificazione
della città,
anche se – ed è
questo il punto – la cittadinanza
non le ha
percepite come tali. Insomma,
al solito, il difetto
sarebbe stato nella
comunicazione, rispetto
alla quale si fa il mea
culpa, ma non nel merito.
Valga come esempio
questo passaggio:
“Lì dentro [al Piano regolatore,
ndr] c’era la
fine del consumo del
territorio, riqualificazioni
e ristrutturazioni
all’interno della città
compatta, fine delle
piccole aree industriali
per puntare tutto su
quelle grandi […] Era
un piano innovativo
mentre nell’immaginario
collettivo c’era il Renato
cementificatore,
l’amico dei costruttori”. E ancora: “Prendiamo
il minimetrò: non tanto e non solo un’opera
di trasporto pubblico ma una grande trasformazione
urbanistica, la più grande nell’area
densa della città […] Gli esperti sapevano che
il minimetrò non avrebbe risolto il problema
della mobilità cittadina, ma solo di un segmento
di essa e che assorbiva risorse. Noi dal
canto nostro non abbiamo fatto capire che
proiettava Perugia a livello internazionale, che
ridava centralità al centro, che smentiva chi
criticava l’amministrazione accusata di eccessivo
policentrismo e di espulsione delle funzioni
dal centro. Tutto ciò non lo abbiamo
affrontato”.
Ecco, noi, al contrario, eravamo e siamo ancora
tra quelli che considerano tali scelte sbagliate
e siamo fermamente convinti che abbiano
contribuito in maniera decisa alla
rottura di quel legame con la cittadinanza di
cui tanto Boccali, oggi, si rammarica.
Un’ultima nota prima di finire. Chiudendo
la prefazione al volume, Daniele Bovi rende
esplicita l’intenzione di Boccali che sarebbe
all’origine dell’intervista e della scelta del titolo:
non certo quella di discolparsi quanto,
piuttosto, quella di “aprire una discussione”.
Dubitiamo fortemente che questa possa avvenire
all’interno di un partito che non esiste.
Per parte nostra siamo disponibili, come lo
siamo stati in tutti questi anni.

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