Lavoratori dei call center in lotta Sfruttati e maltrattati

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Più volte il cinema italiano, quello11
buono, ha saputo cogliere in anticipo
le contraddizioni del Paese, in particolare
quelle che emergevano dal mondo del lavoro.
E’ il caso di Tutta la vita davanti, riuscita
commedia del 2008 di Paolo Virzì (liberamente
ispirata a Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico
di una telefonista precaria di Michela
Murgia, 2006) centrata sull’ambiente dei call
center. A distanza di sette anni, anche in Umbria,
sembra essersi finalmente scoperchiato,
come afferma Marta Melelli della Cgil, “il vaso
di Pandora del lavoro out-bound e in-bound
sottopagato e a garanzie zero”.
Tante le vertenze emerse, o riemerse, nel corso
dell’anno: da quella K4Up-Overing a Terni, al
customer care di Aria a Torgiano, passando per
la Cesd-Cepu e la Maran di Spoleto. Storie tra
loro diverse ma accomunate dal tratto della prevaricazione
aziendale nei confronti di lavoratrici,
in prevalenza, e lavoratori privi di tutele.
Vicende che, tuttavia, mostrano anche tutte le
difficoltà che le organizzazioni sindacali, che a
questo mondo sono arrivate con colpevole ritardo,
incontrano nel rapportarsi con certe realtà
per loro stessa natura sfuggenti.
A Terni, in quello che prima della vertenza era
considerato per produttività il terzo call center
d’Italia, committenti Telecom ed Eni, la rabbia
delle lavoratrici è esplosa, si ricorderà, nel febbraio
scorso davanti alla decisione aziendale di
decurtare per metà lo stipendio di gennaio e licenziare
20 operatori. La mobilitazione ha permesso
di portare alla luce anche il contenzioso
che l’azienda aveva nei confronti dell’Inps per
mancato versamento dei contributi dell’ordine
di milioni di euro. Sono state giornate di forte
tensione, la cui eco è rimbalzata ben oltre i confini
regionali: alla fine, dei 140 dipendenti del
sito, circa una settantina, in aperta e dura polemica
con i rappresentanti sindacali colpevoli di
avere ottenuto un pessimo accordo, hanno deciso
di non rientrare al lavoro e di proseguire la
battaglia per vie legali.
Altra vicenda calda è quella che riguarda Aria
spa, con sedi a Vimodrone (Mi) e Torgiano.
Nata nel 2005 nella frazione perugina di San
Martino in Campo come piccolo operatore specializzato
nel fornire connettività in banda larga
mediante rete HyperLan ai clienti locali, impossibilitati
ad accedere a servizi di internet veloce
attraverso la rete degli operatori tradizionali,
l’azienda è cresciuta con grandissima rapidità.
Nel febbraio 2008 si è aggiudicata – unico provider
italiano – la licenza per offrire servizi di telecomunicazione
(internet e telefonia) in
modalità WiMAX sull’intero territorio nazionale,
arrivando a contare circa 30mila clienti e
coprire il territorio di 300 comuni in 8 regioni.
Da Novembre 2010 ha anche aggiunto alla propria
offerta il servizio di telefonia su tecnologia
VoIP. Il 22 luglio scorso l’azienda, una settimana
dopo l’annuncio ufficiale della fusione
con Tiscali, accampando necessità riorganizzative
comunica agli 11 dipendenti a tempo indeterminato
del call center di Torgiano, che
svolge servizio di customer care, che dovranno
trasferirsi a Milano. Le lavoratrici, giovani
donne con figli, due delle quali anche disabili,
non ci stanno e si rivolgono ai sindacati. Si chiedono,
giustamente, che c’entri la necessità di introdurre
maggiore flessibilità nella turnazione
con un trasferimento. Trasferire un call center
poi che senso ha? Vuoi vedere che si tratta di
una pressione per spingerle alle dimissioni
spontanee? Forse Aria ha bisogno di arrivare alla
fusione alleggerita nel personale. E pensare che
si tratta di lavoratrici che si sentivano abbastanza
sicure, magari costrette a turni di lavoro
pesanti, ma assunte a tempo indeterminato. E
invece hanno dovuto rendersi conto, a loro
spese, che la precarietà non dipende solo dal
tipo di contratto. Adesso, per conoscere il loro
futuro, devono attendere la presentazione del
nuovo piano industriale [dovrebbe esserci stata
a Milano il 25 scorso ndr].
Sempre a luglio sono entrati in agitazione i dipendenti
del call center Maran di Spoleto, località
Santo Chiodo, che opera nel settore del
recupero crediti. A preoccupare i 400 lavoratori
è il destino dell’azienda dopo l’improvvisa
scomparsa di Nazzareno D’Atanasio, patron del
gruppo, che da tempo aveva avviato con le organizzazioni
sindacali un percorso di stabilizzazione
dei dipendenti per trasformare i contratti
di collaborazione in contratti a tempo indeterminato.
I lavoratori temono che i nuovi vertici aziendali,
peraltro ancora da definire, non intendano proseguire
sulla stessa strada. Sullo sfondo la possibile
cessione, peraltro avviata dallo stesso
D’Atanasio, ad un non meglio identificato
gruppo svedese.
Chiudiamo questa breve rassegna con un’azienda
simbolo a tutti gli effetti dello sfruttamento
del lavoro precario, la Cesd-Cepu di Francesco
Polidori di cui ci siamo già occupati in passato.
Dai docenti, ai tutor, agli operatori del telemarketing,
non c’è categoria di lavoratori che, almeno
dal 2008, non abbia denunciato le
inaccettabili condizioni di lavoro imposte dall’azienda,
il cui discutibile operato è stato più
volte sotto i riflettori.
Racconta Laura, ex dipendente e membro del
comitato dei lavoratori in lotta che si è costituito
negli anni. “Ho sempre lavorato, dal gennaio
1998 al giugno scorso, con contratti di
collaborazione la cui remunerazione era legata
esclusivamente al fatturato, ovvero scattava solo
dopo che il cliente contattato telefonicamente
aveva pagato effettivamente per il contratto stipulato.
Dopo la cessazione del rapporto di lavoro ho
scoperto che il versamento dei contributi è stato
praticamente inesistente, appena 600 euro contro
i 13mila dovuti”. Una storia, quella di
Laura, come tante. Troppe.
Il 16 luglio scorso il Garante della privacy (decisione
n. 428 prot. 23169/2015) ha accertato
l’esistenza di pubblicità aggressiva condotta per
via telefonica da Cesd Srl per attività promozionali
legate ai marchi Cepu ed eCampus.
Cesd avrebbe cessato i contatti e cancellato i
dati solo a seguito dei solleciti del Garante, violando
così il Codice in materia di protezione dei
dati personali che invece prevede la cancellazione
dei dati entro 15 giorni dalla notifica di
ricezione della richiesta dell’utente.
Beffardo il destino degli operatori dei call center,
sfruttati dai padroni e malsopportati dagli
utenti.

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