La solitudine dell’ulivista – La proposta di Prodi

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di Roberto Monicchia
Una situazione di crescente diseguaglianza
di redditi e opportunità che
sgretola il ceto medio e allarga la povertà,
una prospettiva di uscita lentissima dalla
crisi globale, con la permanenza di fenomeni
di disoccupazione e sottoccupazione di massa,
resa più difficile dall’evoluzione tecnologica.
L’incapacità della politica di opporre un argine
ai processi in atto. Sono queste tendenze di
fondo a indurre Romano Prodi a intitolare la
riflessione sulla situazione economica occidentale
e italiana, sviluppata come intervista a Giulio
Santagata e Luigi Scarola Il piano inclinato.
Crescita senza eguaglianza (Il Mulino, Bologna
2017). Il combinato disposto
di evoluzione strutturale
e crisi congiunturale rischia
di rinchiuderci a lungo
nella “trappola della diseguaglianza”,
in cui a una
modesta crescita economica
corrisponde l’aumento delle
difficoltà per le classi lavoratrici
e il ceto medio, facile
preda di avventure
populiste di vario genere.
La situazione è particolarmente
grave in Italia, e
un’inversione di tendenza
è possibile solo attraverso
una politica di sostegno al
welfare e rilancio degli investimenti
pubblici e privati.
Il punto di partenza è la natura
della diseguaglianza. In
generale nella storia solo
tragedie naturali o guerre
sembrerebbero ridurre i livelli
di diseguaglianza di
condizioni di vita. Alla vigilia
della prima guerra
mondiale, negli Usa l’1%
della popolazione deteneva
il 50% della ricchezza.
D’altra parte, anche fuori
dal ciclo guerra-rivoluzione,
nel XX secolo si sono
costruite – a partire dalle
democrazie del nord Europa
– società fortemente
egualitarie attraverso l’intervento
pubblico, la leva fiscale, il ruolo del
movimento sindacale: è a quel modello, generalizzatosi
nella seconda metà del secolo, che
occorre far riferimento nella situazione attuale,
segnata in tutto l’occidente da un ritorno della
diseguaglianza di redditi, patrimoni e opportunità,
che riduce i redditi e il peso politico del
lavoro, blocca la mobilità sociale, rende permanente
un alto livello di disoccupazione e/o sottoccupazione,
generando un crollo di fiducia
verso i partiti politici classici (di destra e di sinistra),
di cui Trump, la Brexit, Hofer in Austria
sono solo le ultime esplicite manifestazioni.
Vi sono forti responsabilità politiche per questa
tendenza: a partire da Thatcher e Reagan, tanto
negli Usa quanto in Europa, ha prevalso la tendenza
ad abbandonare le politiche redistributive:
la liberalizzazione dei movimenti di capitale e
lo spostamento del carico fiscale dalla rendita
al lavoro hanno portato al blocco dell’ascensore
sociale e alla precarizzazione del lavoro. L’idea
di fondo era che il sostegno al risparmio dei
ricchi avrebbe generato investimento e sviluppo,
la “marea che solleva tutte le barche”. Con la
crisi del 2008 un parte degli economisti ha riconosciuto
la fallacia di questa prospettiva: la
diseguaglianza dei redditi ingenera incertezza
nei ceti medi, deprimendo consumi e investimenti
privati, mentre le politiche di austerità
necessarie per reggere l’enorme peso assunto
dal capitale finanziario limitano l’uso della leva
degli investimenti pubblici. Ovunque ritorna
a crescere la diseguaglianza, che comporta stagnazione
economica e instabilità sociale.
Il meccanismo della crescita si è bloccato nei
paesi ricchi, dove alle scelte politiche si sommano
le trasformazioni organizzative e tecniche.
Secondo Prodi l’intreccio tra rivoluzione tecnologica,
globalizzazione e finanza, in sé in
grado di promuovere crescita, produce il suo
opposto perché non gestito politicamente. Le
prime vittime sono il lavoro e il welfare. Reso
insicuro e precario, svuotato di peso politico, il
lavoro subisce senza forza di reazione gli effetti
di trasformazioni tecniche che da un lato aboliscono
milioni di posti di lavoro in moltissimi
comparti della produzione e dei servizi (basti
l’esempio del settore bancario), dall’altro introducono
una frattura sempre più ampia tra lavori
ad alta qualificazione e massa di lavoro precario,
dequalificato e senza diritti.
Per quello che riguarda il welfare, la riduzione
della qualità e dell’universalità delle prestazioni
viene giustificata con l’impossibilità di resistere
alla concorrenza dei paesi emergenti, del tutto
indifferenti alle tutele del lavoro e alla redistribuzione:
il welfare sarebbe diventato un lusso
che non ci si può permettere. La realtà è ben
diversa. In primo luogo il cosiddetto dumping
sociale è controbilanciato da un aumento del
potere d’acquisto dei paesi ricchi, in secondo
luogo sono la delocalizzazione delle produzioni
e la liberalizzazione dei mercati finanziari a togliere
risorse per il sostegno al welfare. Più in
generale quest’ultimo è stato il vero motore
della lunga crescita europea del dopoguerra, in
prospettiva non c’è alcuna possibilità di crescita
stabile senza un welfare diffuso e un più forte
peso politico dei lavoratori, a occidente come
nei paesi emergenti.
Se keynesiano è l’impianto analitico, con la
presa d’atto di una crescita senza piena occupazione,
anche la soluzione è affidata ad una riedizione
della “felice stagione” del compromesso
sociale.
Su questa base si sviluppano le proposte concrete,
centrate sull’Italia, più o meno in continuità
con le esperienze di governo di Prodi, e
divise nei macrocapitoli “lavoro” e “redistribuzione”.
Il problema di fondo del sistema economico
italiano è la scarsa produttività, determinata
dalla quasi scomparsa delle grandi imprese, dalla
fragilità delle piccole aziende, dall’insufficienza
dei servizi avanzati. Alla base di una nuova politica
di intervento strutturale vi dovrebbe essere
la riforma delle banche, che forniscono l’85%
del credito industriale. Un’altra priorità è l’aumento
delle dimensioni delle imprese, il che
comporta anche una ridefinizione di struttura
e funzione dei distretti, all’interno dei quali non
possono mancare aziende leader. L’altro tallone
d’Achille su cui intervenire è il nodo ricercaformazione-
sviluppo: è in questa direzione che
vanno orientati gli investimenti pubblici. Prodi
propone di utilizzare a questo scopo una rinnovata
tassa di successione. Nell’immediato occorre
promuovere tutti quelle attività che mentre
producono occupazione, garantiscono la
valorizzazione dei beni comuni, a cominciare
dalla cura del territorio. In questo senso è importante
il ruolo del volontariato, sia dal punto
di vista economico che della coesione sociale.
Per ridare importanza al lavoro è necessario il
rilancio di politiche redistributive in grado di
arginare la divaricazione tra lavori garantiti e
massa di non tutelati o working poor. In questo
ambito pesa negativamente la marginalizzazione
dei sindacati, accentuata in Italia dall’insensata
continuazione della divisione fra le confederazioni,
che per pura logica d’apparato è sopravvissuta
alla fine delle differenziazioni ideologiche.
Le proposte specifiche in quest’ambito riguardano
le pensioni, la casa, il
fisco e sono tutte orientate
a ridurre il peso sul lavoro
e colpire più duramente la
rendita, creando una base
per un welfare sostenibile
che mantenga il carattere
di universalità. Sistema sanitario
nazionale e scuola
pubblica di massa sono tra
le conquiste maggiori della
Repubblica e non devono
andare disperse.
Prodi conclude riassumendo
le priorità per una
strada di “crescita inclusiva”:
rilancio della domanda
interna attraverso
politiche redistributive a favore
delle classi medie e
contro la povertà; sviluppo
della produttività mediante
il sostegno alla formazione
e il rilancio degli investimenti;
coesione sociale
supportata da un welfare
accessibile ed efficace.
Federico Caffè intitolò un
famoso intervento sul “manifesto”
La solitudine del riformista,
in cui denunciava
l’isolamento di chi proponeva
soluzioni graduali alla
crisi, visto con diffidenza
tanto dall’impazienza e velleità
dei rivoluzionari,
quanto dall’interessato immobilismo
dei conservatori.
Prodi rischia un’analoga solitudine, dovuta
però ad attori un po’ diversi. I guardiani dell’ortodossia
dei bilanci e della rendita finanziaria
sono solo un corno del problema: ad opporsi al
“riformismo ragionevole” di Prodi (la definizione
l’ha data lui stesso stesso in televisione)
non c’è alcuna ipotesi rivoluzionaria, bensì il
“riformismo reale” proposto dal centrosinistra
di governo negli ultimi anni, di cui Renzi rappresenta
la versione radicale. E’ chiaro che Jobs
act, abolizione Imu, incentivi a pioggia e buona
scuola vanno nella direzione opposta a quanto
propone l’ex presidente del consiglio. Ma né la
riforma Fornero né la costituzionalizzazione del
pareggio di bilancio, tanto per fare solo due
esempi, avevano segno diverso.
Alla proposta di Prodi in altri termini, manca
una premessa politica: il fallimento dell’ipotesi
del “partito democratico”, nelle sue varie versioni
europee e americane, di orientare in senso
egualitario la globalizzazione. In assenza di questa
presa d’atto anche il riformismo ragionevole
di Prodi rischia di scivolare sul piano inclinato
delle utopie irrealizzabili.

Romano Prodi, Italian Prime Minister, was received by José Manuel Barroso, president of the EC

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