La scomparsa di Valentino Parlato – Un rivoluzionario colto, paziente e ironico

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di Francesco Mandarini
I l nostro mensile, “micropolis”, ha molti
padri. Uno di questi è stato Valentino
Parlato. Essere stati in edicola, mensilmente,
per 22 anni, in allegato a “il manifesto”
non è stato facile nel pieno della crisi della sinistra.
Anni complessi in cui la crisi della “Cosa”
che succedeva al Pci era certificata anche dalla
scomparsa di ogni periodico prodotto dalla sinistra
della nostra regione. Quando proponemmo
alla direzione de “il manifesto” l’idea
di un periodico umbro come allegato le perplessità
furono molte. Ci volle l’intervento di
Valentino per attivare una scommessa politica
ed economica che era già fallita in
altre parti del Paese. Decisivi furono
i rapporti che un gruppo di compagni,
di diversa collocazione, aveva
costruito da anni con il collettivo
del manifesto.
E fu questo gruppo – la “redazione
ombra” di più di venti anni fa – a
convincere Valentino della fattibilità
dell’iniziativa, non solo sulla base di
uno scontato giudizio politico, ma
anche per un’autonoma scelta di autofinanziamento,
un “precetto” non
scontato: chi vuole un giornale deve
trovare il modo di pagarlo! Naturalmente
non tutto fu semplice e Valentino
intervenne più volte come
giornalista per rimproverare, tempo
dopo, “quelli di micropolis” di non
avere ancora formato una redazione
stabile; e ancora, quando tutto fu
più chiaro, a consigliare di “non fare
un giornale di semplice denuncia,
ma guardarsi intorno, fare inchiesta,
vedere quanto c’è anche da valorizzare”.
Luigi Pintor, Luciana Castellina, Lucio
Magri, Valentino Parlato e tanti
altri compagni de “il manifesto”
hanno più volte contribuito ai dibattiti organizzati
a Perugia dal collettivo Segno Critico o
dai “cani sciolti” che ruotavano attorno alla sinistra
alternativa. Quante campagne di sottoscrizione
per far vivere il quotidiano sono state
organizzate nella nostra terra? L’ultima che ricordi
vide protagonista Valentino e un perplesso
Gabriele Polo. La perplessità del direttore nasceva
dallo scarto tra le esigenze finanziarie del
giornale e le possibilità di raccogliere fondi significativi.
Perplessità che si attenuarono quando in una
serata raccogliemmo ottomila euro. E a livello
nazionale, alla fine, oltre un milione.
Chi ha conosciuto Valentino Parlato ne ha apprezzato
l’intelligente gentilezza mista ad una
radicale ironia. Sono sempre stato colpito dalla
facilità con cui sapeva definire una persona, un
evento politico, un articolo di giornale; scherzando,
lo definivo un cinico buono. Valentino
non amava i lunghi editoriali. Apprezzava invece,
la capacità di sintesi, il dubbio come metodo
di analisi e di discussione. La cultura, non
solo politica, era sempre il motore del suo ragionare
e ne apprezzavi lo spessore in ogni circostanza.
A differenza di Rossana Rossanda, Castellina,
Pintor e Magri, Valentino non fu protagonista
dell’aspro confronto all’undicesimo congresso
del Pci (1966), quello in cui Pietro Ingrao
espresse dubbi e perplessità rispetto alle tesi deliberate
dal comitato centrale. La risposta fu
violenta e tutti coloro che, in qualche forma, si
schierarono con Ingrao dovettero cambiare lavoro.
Pintor a dirigere il partito in Sardegna,
Rossanda non più responsabile della sezione
cultura e via, via emarginando.
Alcuni passaggi del dibattito di un congresso
per molti aspetti decisivo. Vittorio Vidali (un
vecchio leader stalinista) intervenne affermando:
“In passato ricordo che di tanto in tanto capitava
nel nostro partito che con le pressioni e il
richiamo alla disciplina si costringeva un compagno
che aveva sbagliato a fare l’autocritica.
Io stesso ho partecipato ad operazioni del genere.
Poi alcuni dirigenti mi hanno spiegato
che nel Pci il clima era cambiato e che certe
cose non dovevano più avvenire. Mi meraviglio
che proprio alcuni di coloro che mi hanno dato
questa lezione applichino tali metodi nei confronti
di un valoroso compagno”.
Giorgio Amendola, vero leader della maggioranza,
nel suo intervento accusa Ingrao di slealtà
o astrattezza. Poi gli dice direttamente: “Anch’io,
in passato ho potuto commettere degli errori,
so per esperienza personale quanto sia duro e
amaro sentirseli rinfacciare e vedersi, per questo,
isolato dai compagni. Ma in simili circostanze
l’unica cosa da fare è avere la modestia di riconoscere
le proprie posizioni sbagliate e ritrovare
il contatto con il partito”.
Valentino amava definirsi un allievo di Giorgio
Amendola, ma alla luce dell’asprezza del dopo
congresso scelse di diventare uno dei fondatori
della comunità del manifesto. Radiato dal partito
assieme agli “ingraiani”, fu uno degli artefici
prima della rivista e poi del quotidiano. Un intellettuale
libero dai pregiudizi che riusciva a
parlare con tutti e in tutti gli ambienti era apprezzato
per la sua intelligenza e sagacia. Nei
miei anni di lavoro a Roma, nei cda della cooperativa
e della manifesto spa, supportavo Valentino
in alcuni degli incontri alla ricerca di
pubblicità e di finanziamenti. Ricordo i molti
incontri con il mondo della cooperazione, con
D’Alema, con l’ambasciatore della Libia, amico
di Valentino che, come è noto, in quella terra
era nato ed aveva vissuto per venti anni. Gheddafi
lo affascinava per l’impegno di rendere la
Libia una società laica e protagonista dell’emancipazione
dell’Africa. Valentino ritenne un disastro
l’intervento occidentale e una tragedia la
uccisione del rais. L’incontro con l’ambasciatore
avvenne prima della defenestrazione di Gheddafi
ma non produsse risultati di nessun tipo.
La ricerca di risorse per il giornale doveva comunque
continuare. Non dovendo render conto
a nessun interesse economico o di partito, l’assillo
era come far crescere e salvaguardare un
progetto editoriale e politico. Nonostante le
pessime condizioni contrattuali dei giornalisti
e dell’apparato amministrativo, il giornale è
sempre stato in difficoltà finanziarie e Valentino
si doveva far carico quotidianamente del problema.
La crisi era permanente e la continuità
dell’uscita in edicola era l’obbiettivo da mantenere
ad ogni costo, pena la scomparsa del finanziamento
pubblico. Un finanziamento che,
pur ridimensionato per legge più volte, consentiva
al giornale l’accesso al credito senza il
quale sarebbe stato impossibile andare in
stampa. Ma la fragilità finanziaria incideva anche
sul lavoro della redazione. La
tensione tra i compagni e le compagne
del collettivo produceva il formarsi
di gruppi contrapposti, di veti,
di emarginazioni che nascevano da
personalismi, più che da visioni politiche
diverse. Valentino doveva gestire
tutto questo evitando che le
tensioni personali abbassassero la
qualità politica del giornale. La caduta
delle vendite, degli abbonamenti
e della pubblicità portarono
al fallimento economico della cooperativa
che aveva gestito “il manifesto”
per molto tempo. La formalizzazione
del fallimento fu un
trauma per Valentino, una ferita che
non superò se non dopo due anni
dalla nascita della nuova cooperativa
che gestisce oggi il quotidiano. Ricominciò
a scrivere per il giornale
avendo la consapevolezza che una
storia si era conclusa. Bisognava
prenderne atto.
Le attestazioni di apprezzamento di
tanta parte del Paese in occasione
della sua scomparsa dimostrano che
Valentino Parlato ha avuto una vita
intensa e il suo essere comunista gli
ha consentito di stabilire profondi contatti con
gli “ultimi” innanzi tutto, ma anche con i poteri
del Paese e questo senza mai perdere la sua capacità
critica per un mondo che non gli sembrava
giusto. Come altri leader della sinistra
anche Valentino (la moglie Delfina, per precisione)
aveva una casa in Umbria. Un vecchio
casolare ad Amelia. Ovviamente si interessava
alle nostre vicissitudini politiche. Anche lui ha
potuto percepire nel tempo il degrado politico
ed economico della nostra regione. Guardarne
laicamente la situazione ci consente di capire il
disastro degli ultimi quindici anni: siamo tornati
ad essere la regione meridionale più a nord. La
sinistra è un coacervo di sigle e il Pd un raggruppamento
di centro senza alcuna idea capace
di attrarre intelligenze. Il governo locale annichilito
dal centralismo, privo di risorse, galleggia
sopra una palude producendo soltanto un amministrare
senza prospettive. La crisi del centrosinistra
mette ormai a rischio governi locali
di ogni dimensione. Niente più garantisce la
conferma del governo regionale. La lunga stagione
del centralismo di ritorno si va sviluppando
nell’indifferenza del Pd e della diaspora
della sinistra politica e sindacale. Un eterno presente
è la guida delle nostre classi dirigenti.
Che fare? Bisogna attrezzarci per una lunga marcia
a partire dalla qualità delle singole comunità?
Si tratta di un percorso che richiede conoscenza,
studio e pazienza. Doti che Valentino Parlato
ha utilizzato in tutta la sua straordinaria esperienza
umana. Pazienza e ironia non sono le
principali doti di un rivoluzionario?

Valentino Parlato fotografato al Manifesto dopo la diffusione del video di Giuliana Sgrena nel 2005 PERI/ANSA

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