La medianità perduta – Rapporto Aur: l’Umbria sempre più distante da Marche e Toscana

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Franco Calistri
Si torna a parlare di Italia di mezzo o mediana
o, per usare un’espressione di
nuovo conio, di Italia centrata, dal titolo
di un libro a più voci, uscito la scorsa primavera,
curato dal presidente della Regione Toscana e
leader degli scissionisti Pd Enrico Rossi; per la
verità questo termine è stato pubblicamente utilizzato
per la prima volta ad identificare il protocollo
sottoscritto a giugno del 2016 dai presidenti
di Marche, Umbria e Toscana per un
impegno a cooperare su tematiche come sanità,
welfare, internazionalizzazione, occupazione giovanile
e, come punto di partenza, per unificare
le tre sedi di rappresentanza di Bruxelles: tutte
buone intenzioni ma, a quanto pare, realizzazioni
ancora tutte da venire.
L’occasione per tornare a riflettere su questi
temi è stata la presentazione del Rapporto economico
e sociale (Res) 2016/2017 redatto dall’Agenzia
Umbria Ricerche, quest’anno specificamente
indirizzato ad un’analisi della situazione
umbra rispetto a quella toscana e marchigiana.
L’illustrazione del rapporto Aur, avvenuta sotto
le volte affrescate della sala Brugnoli del Consiglio
regionale, è stata preceduta dagli interventi
della presidente del Consiglio regionale, Donatella
Porzi, e dell’assessore Antonio Bartolini, il
quale si è lungamente soffermato “sulle similarità
tra le tre Regioni, sui molti tratti identitari sui
quali occorre lavorare per avviare un percorso
comune” di costruzione di un’Italia mediana
che, sempre secondo Bartolini, è una realtà economico
culturale fatta di scambi e relazioni che
vengono dal passato, basti pensare a “Gentile
da Fabriano, che dalle Marche va a lavorare a
Firenze ed in Umbria” (ma anche a Venezia e
Roma).
Al di là del vagabondaggio dei pittori del Quattrocento,
i dati presentati dal Rapporto Aur testimoniano,
oltre ogni ragionevole dubbio, che
la crisi ha profondamente trasformato le geografie
economiche di questo paese, spaccando
definitivamente questa cosiddetta Italia di mezzo
o centrata, con una Toscana assimilabile per
evoluzione e dinamiche alla parte più avanzata
del paese, le Marche, che pur perdendo terreno,
continuano ad avere un cuore manifatturiero
pulsante ed un’Umbria sospesa, trascinata verso
il basso da un processo di deindustrializzazione
senza precedenti, da cronici bassi livelli di produttività,
nonostante altrettanto bassi livelli reddituali.
Anche gli indicatori di “benessere” afferenti
sia alla sfera privata che sociale confermano
una Toscana che “si inserisce a pieno titolo tra
le regioni dal passo più veloce”, con un’Umbria
collocata in posizione mediana seguita dalle
Marche con valori che “non si discostano troppo
dall’Umbria”.
L’evoluzione dell’economia regionale
dal 1995 al 2015
Partiamo dai dati economici analizzando in
un’ottica di lungo periodo (1995-2015) l’evoluzione
della dinamica reale del Pil relativamente
alle tre regioni (Umbria, Marche e Toscana) e
l’Italia. Nel 1995-2001, periodo di espansione,
l’economia nazionale cresce ad un tasso medio
annuo del 2,0%, le Marche del 2,4%, la Toscana
dell’1,9% e l’Umbria, in coda, solo dell’1,7%.
Nel 2001-2007, in attesa che scoppi la tempesta,
l’economia nazionale vivacchia, con un Pil
che cresce dell’1,1% l’anno, ma che nelle Marche
si attesta all’1,7%, in Toscana registra un
1,1% ed in Umbria, con lo 0,7% annuo, continua
a posizionarsi al di sotto della stessa media
nazionale. Infine nel 2007-2015, gli anni segnati
dalla grande crisi, il Pil nazionale decresce ad
un tasso medio annuo dell’1,0%; per le Marche
l’arretramento è ancora più pesante (-1,5%
l’anno), regge un po’ di più la Toscana (-0,7%
l’anno), precipita l’Umbria (-2,1% l’anno). Il
rapporto Aur getta uno sguardo anche al quindicennio
1980-1995: in quel periodo la capacità
di creare ed accumulare ricchezza, calcolata in
termini di variazione cumulata, presenta in Umbria
un valore del 44,1%, superiore sia alla media
nazionale (36,1%), che al dato delle Marche
(41,5%) e della Toscana (35,2%).
Un altro indicatore dello stato dell’economia di
un territorio è il Pil pro capite, ovvero la misura
della capacità di produrre ricchezza di un dato
territorio rispetto alla popolazione che su quel
territorio insiste. Anche in questo caso in un’ottica
di lungo periodo (1995-2015) e facendo
uguale a 100 il dato medio nazionale si evidenziano,
nel caso della Toscana, valori stabilmente
superiori con una tendenza alla crescita (nel
1995 il Pil pro capite toscano era pari a 105,0
nel 2015 sale a 108,9). Nel caso delle Marche i
valori sono, invece, costantemente al di sotto
del dato medio nazionale: nel 1995 di poco sopra
95,0, per poi salire a a 98,8 nel 2007 e ridiscendere
a 96 nel 2015. Per l’Umbria l’evoluzione
è tutta in costante discesa: si parte nel
1995 da un valore pari al dato medio nazionale
(100,0) per scendere nel giro di 10 anni a quota
95 e precipitare nel decennio successivo a quota
87,8%.
Questa pessima evoluzione del Pil procapite si
accompagna ad una non certo esaltante dinamica
della produttività del lavoro che, sempre
fatto 100 il dato medio nazionale, vede nel periodo
1995-2015 la Toscana partire circa 3 punti
al disotto, per poi eguagliarlo e superarlo all’inizio
degli anni duemila, sino a mantenersi
in seguito attorno a valori tra il 98 ed il 99 e
chiudendo il 2015 a quota 100,3 (ovvero 0,3
punti al di sopra della media nazionale). Per
l’Umbria, come per il Pil procapite, l’evoluzione
della produttività è, al contrario, tutta in discesa.
Si parte nel 1995 da un valore di 101,8 per passare
nel 2007 a 92,3% e chiudere il 2015 ad
86,9%: un calo di quasi 15 punti. Questo pessimo
andamento della produttività generale del
sistema economico regionale umbro non dipende
certo dal costo del lavoro, considerato
che i redditi da lavoro dipendente unitari, fatto
100 il dato medio nazionale, si mantengono
costantemente al di sotto di tale soglia, scendendo
dal 94,6 del periodo 1995-2000, al 91,8
nel 2001-2007, per finire al 91,3 nel periodo
2008-2013. Limitatamente al comparto manifatturiero
i valori sono 87,3 nel periodo 1995-
2000, 85,0 tra il 2001-2007 e 84,8 tra il 2008-
2012. In altre parole i salari umbri nell’industria
manifatturiera si presentano, a fine periodo, ovvero
agli inizi della grande crisi, mediamente di
15,2 punti inferiori al dato medio nazionale (il
livello meridionale dei salari umbri è questione
arcinota).
I mutamenti della struttura
produttiva e gli investimenti
Questo dato ci porta ad esaminare un altro importante
aspetto dell’economia delle tre regioni,
quello della struttura produttiva, ovvero quali
sono i settori e le attività sui quali si fonda lo
sviluppo regionale. Partiamo dall’industria in
senso stretto (manifatturiero ed edilizia). Anche
in questo caso l’arco temporale preso in esame
va dal 1995 al 2015. Al 1995, mentre il tasso di
industrializzazione dell’economia nazionale, misurato come peso del valore aggiunto industriale
sul totale del valore aggiunto, era attorno al
23,9%, tutte e tre le regioni presentavano valori
superiori: in testa l’Umbria con il 28,8%, seguita
dalle Marche al 28,1% e dalla Toscana al 27,9%.
Venti anni dopo, nel 2015, il dato medio nazionale
è del 18,8%, con le Marche al 24,7%,
la Toscana al 20,9% e l’Umbria precipitata al
18,5%, con una perdita rispetto al 1995 di oltre
10 punti, indice di un processo di deindustrializzazione
senza precedenti.
A fronte di questo ridimensionamento del settore
industriale, la capacità di produrre ricchezza
è tutta affidata alle attività cosiddette del terziario
(dal commercio e pubblici esercizi, ai servizi
alla persona e alle imprese per finire con la pubblica
amministrazione) il cui peso sull’intera
economia regionale sale in Umbria dal 61,6%
al 72,9%, valore superiore sia a quello della Toscana
(72,5% che tuttavia partiva da un 65,3%
del 1995), sia a quello delle Marche (dal 61,45
al 68,1%).
In questo contesto di scomposizione e ricomposizione
delle strutture economiche regionali
è interessante focalizzare l’attenzione sugli andamenti,
sempre in termini di quota di valore
aggiunto sul totale, del manifatturiero e della
pubblica amministrazione (Pa). Al 1995 sia in
Umbria che in Toscana e nelle Marche la quota
di valore aggiunto del manifatturiero era nettamente
superiore a quella della Pa: in Umbria
era 21,4% a fronte del 15,5%, nelle Marche
25,05 contro 14,3%, in Toscana 24,7% contro
14,2%. Al 2014 (ultimo dato disponibile) in
Umbria non solo si registra un calo della quota
del manifatturiero che scende al 15,3% ma un
sorpasso da parte della Pa che sale a quota
18,6%, mentre nelle altre due regioni, che pur
conoscono una crescita del peso della Pa, la
quota del manifatturiero resta comunque elevata:
nelle Marche 22,3% a fronte del 15,8%
della Pa, in Toscana 17,8% a fronte del 15,3%.
Altra importante grandezza, di cui si compone
la domanda aggregata sono gli investimenti, che
negli anni della crisi registrano una pesante riduzione.
In termini di tasso di variazione medio
annuo nel periodo 1996-2013 in Umbria si
sono contratti dell’1,0%, a fronte dello 0,1%
della Toscana, dello 0,3 delle Marche; in particolare
negli anni della crisi (2007-2013) la variazione
media annua in Umbria è stata del –
6,3%, del -5,9% in Toscana, del -6,2% nelle
Marche e del -5,3% in Italia. “La contrazione
della spesa per investimenti – sottolineano i ricercatori
dell’Aur – ha interessato sia il settore
privato che quello pubblico ed è stata aggravata
dal deterioramento della loro qualità, con conseguenti
ricadute sul livello di efficienza del capitale,
in aggiunta alla insufficiente capacità di
riallocazione delle risorse alle imprese e ai settori
più produttivi. Lo scarso impatto degli investimenti
sulla crescita è un problema che affligge
la produzione italiana da lungo tempo: da oltre
vent’anni il modello di accumulazione italiano
non ha accelerato né la trasformazione tecnologica
né la crescita della produttività totale dei
fattori […] Ad essere bassa non è infatti la propensione
ad investire ma lo è l’efficienza di ciò
che viene investito ad aver determinato il rallentamento
della crescita della produttività dell’industria
italiana”. In questo contesto esemplare
è proprio il caso dell’Umbria che nel corso
degli anni tra il 1995 ed il 2013 presenta una
propensione ad investire (misurata dal rapporto
tra investimenti fissi lordi e Pil) superiore o pari
alla media italiana, mentre la Toscana si distingue
invece per i valori sistematicamente più
bassi della media nazionale e le Marche, dapprima
in linea con i valori di media nazionale,
a fine periodo si posizionano al di sotto. Ma attenzione,
avvertono sempre i ricercatori Aur: “I
livelli dell’indicatore in questione, soprattutto
quando elevati, vanno valutati con molta cautela;
di sicuro non sono sufficienti a spiegare gli
esiti delle performance di un sistema produttivo.
In generale, infatti, la propensione ad investire
non risulta molto correlata ai risultati economici
[…] Un’alta propensione ad investire non garantisce
automaticamente crescita economica se
non sussistono condizioni predisponenti in riferimento
sia al contesto produttivo (settori che
ne beneficiano e loro grado di relazionalità, intensità
e natura della dipendenza dall’esterno posizionamento nelle filiere, livello di sviluppo
raggiunto, etc.) sia al tipo di investimenti effettuati
(quelli in beni innovativi realizzano potenzialmente
margini di valore aggiunto più elevati
rispetto a quelli finalizzati a rafforzamenti
strutturali più tradizionali). Senza i giusti presupposti,
i potenziali effetti degli incrementi di
spesa per investimenti sull’irrobustimento della
capacità produttiva rischiano di essere considerevolmente,
attenuati”.
In altre parole in questi anni il sistema economico
produttivo regionale ha assorbito, grazie
anche e soprattutto all’intervento pubblico – risorse
comunitarie in primo luogo – un discreto
flusso di risorse destinate agli investimenti il cui impiego, è del tutto evidente, non ha corrisposto
ad obiettivi di miglioramento dell’efficienza e
della produttiva dello stesso che, come evidenziato
dagli altri indicatori presi in considerazione,
ha perso progressivamente terreno, registrando
negli anni della crisi un ulteriore
aggravamento. Nel periodo 2008-2014 il Pil
procapite in Italia è sceso del 10,4%, in Umbria
del 15,2%; nel panorama nazionale un risultato
peggiore dell’Umbria si registra solo in Campania
con il 15,7%.
I consumi delle famiglie ed il ruolo
della pubblica amministrazione
Assieme agli investimenti l’altra componente
della domanda interna è data dalla spesa per
consumi finali, nelle sue due articolazioni: spesa
delle famiglie e spesa della Pa. La spesa delle famiglie,
che mediamente rappresenta circa il 60%
della domanda interna, negli anni della crisi,
tra il 2007 e il 2014 subisce una perdita secca
del 10,8% (1,6% annuo). Nelle Marche il calo
è del 9,9%; in Toscana va invece decisamente
meglio: grazie al sostegno della domanda dei
turisti la diminuzione è dello 0,7% medio annuo.
Nel 2007 la spesa procapite delle famiglie
umbre era di 1,6 punti superiore alla media nazionale,
quella toscana di 8,5 punti, mentre
quella marchigiana era sostanzialmente in linea
(solo 0,3 punti al di sopra). Al 2015 la spesa
umbra si posiziona 4,6 punti al di sotto del dato
medio nazionale, quella delle Marche 1,5 punti
e quella Toscana 12,2 punti al di sopra.
Andamenti diversi presenta invece la componente
di spesa pubblica, i cui livelli procapite, sempre nel periodo 2007-2014, passano da 2,1
a 3,2 punti in più rispetto al dato nazionale,
mentre nelle Marche restano sostanzialmente
fermi attorno ai 2,2 punti al disotto della media
nazionale ed in Toscana passano dai 2,5 a 1,5
punti sempre al di sotto della media nazionale.
Nel complesso, a fine periodo, l’incidenza della
spesa pubblica in Umbria si colloca al 22,2%, a
fronte del 18,1% della Toscana, il 20,1% delle
Marche ed il 19,6% della media nazionale. Si
conferma anche in questi anni di crisi il ruolo
di sostegno della spesa pubblica alla domanda
interna regionale, anche se con flussi di risorse
sempre minori: se al 2014, come già evidenziato,
in Umbria la spesa finale procapite per consumi della Pa è di 3,2 punti superiore al dato medio
nazionale, venti anni fa (1995) i punti erano
12,3. L’Umbria continua a recuperare con la
spesa pubblica parte dello svantaggio che tradizionalmente
la caratterizza sul fronte della spesa
privata, ma i margini si fanno sempre più ristretti.
Umbria vaso di coccio
tra vasi di ferro
“Don Abbondio non era nato con un cuor di
leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto
comprendere che la peggior condizione, a que’
tempi, era quella d’un animale senza artigli e
senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione
d’esser divorato […] s’era dunque accorto
[…] d’essere, in quella società, come un vaso di
terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia
di molti vasi di ferro”, così il Manzoni tratteggia
il carattere di Don Abbondio dopo l’incontro
con i bravi di Don Rodrigo: un vaso di coccio
in mezzo vasi di ferro. E questa è anche l’impressione
che si ha guardando ai dati strutturali
e alla dinamica dell’economia umbra rispetto a
quella di Toscana e Marche. Innanzitutto le
Marche e, in modo ancor più accentuato, la Toscana
entrano nel tunnel della crisi avendo alle
spalle strutture economiche più solide, un generale
maggior dinamismo (vedasi ad esempio
il livello di internazionalizzazione del sistema
imprenditoriale) accompagnato da una più alta
capacità di fare sistema (l’economie distrettuali).
La crisi fa il resto per cui dalle analisi “emerge
un’Italia di mezzo che ha perso da tempo la sua
omogeneità, con una Toscana che si sta allontanando
da Marche ed Umbria, per una divaricazione
che si stima sia destinata ad accentuarsi
nei prossimi anni”.
Se la Toscana è ormai proiettata verso performance
tipiche dell’area settentrionale e le Marche,
nonostante la crisi continuano a conservare
un potenziale manifatturiero di straordinaria
importanza (sono la regione, assieme al Veneto
con il più alto tasso di industrializzazione), che
rappresenta una base non indifferente per ridar
fiato a nuove dinamiche di sviluppo, al contrario
l’Umbria ha conosciuto un processo di deindustrializzazione
senza precedenti (è l’ultima regione
del centro nord per tasso di industrializzazione,
posizionata dietro l’Abruzzo), sostituito
da un terziario in molti casi di non eccessiva
qualità, per cui più incerte ed esigue appaiono
le basi sulle quali fondare una ripresa dello sviluppo.
Ma non si vive di solo pane, ovvero di sola industria,
c’è anche tutto quel patrimonio culturale
ed ambientale, tratto caratteristico delle tre
regioni, da tempo individuato quale possibile
volano di un nuovo sviluppo. Sicuramente vero,
anche se va tenuto presente che oltre ad un patrimonio
culturale diffuso nel territorio, Toscana
e Marche rispetto all’Umbria dispongono di
un’attrattiva non secondaria: il mare. E poi, per
rimanere alla questione dei beni culturali gli
Uffizi di Firenze nel 2015 (fonte Mibac) hanno
registrato 1.971.596 visitatori contro i 68.713
della Galleria Nazionale dell’Umbria: certo si
tratta di due realtà incomparabili, ma questo
dato permette di introdurre un ulteriore elemento
di riflessione, ben sottolineato nel rapporto
Aur, dove si legge: “Paradossalmente, a
frenare la crescita di Umbria e Marche potrebbe
contribuire quello spiccato policentrismo che
un tempo aveva assicurato la diffusività dello
sviluppo. Oggi, al contrario, si trasformerebbe
in fattore penalizzante, se è vero che la sfida
dell’innovazione si giocherà soprattutto in presenza
di grandi sistemi urbani, dinamici collettori
di idee, veicoli di creatività, potenti erogatori
di servizi superiori”.
Il rapporto Aur affronta poi molti altri aspetti
della realtà economica e sociale delle tre regioni
che meriterebbero altro spazio. Fermandoci a
questa prima parte macroeconomica è del tutto
evidente che con la crisi stanno progressivamente
saltando tutta una serie di schemi interpretativi,
a partire da quello delle Tre Italie da cui, di conseguenza,
l’idea di un’area mediana (l’Italia di
mezzo) con caratteristiche omogenee. I dati ci
mostrano, al contrario, strutture economiche
sempre più divaricate, che seguono traiettorie
diverse ed un’Umbria in deciso affanno. Dagli
anni ottanta ad oggi si sono perse molte occasioni
(e le responsabilità dei gruppi dirigenti regionali
sono molteplici e pesanti) al punto di
essere ora di fronte al dilemma della conservazione
dell’identità regionale. In questi frangenti
l’idea dell’Italia centrata, nella quale l’Umbria
entrerebbe come ultima provincia, dopo quelle
rivierasche dell’Adriatico, del Granducato di Toscana
viene presentata come possibile via
d’uscita. Sarà così o non converrebbe volgere lo
sguardo a sud?

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