Kafka in Umbria. E altrove – “Oh Gregor”. Un gioco scenico di Danilo Cremonte

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di Roberto Lazzerini
Non sono ancora definite allocazione e date, ma fra gli appassionati di teatro c’è attesa per un nuovo lavoro di Danilo Cremonte ispirato all’opera di Kafka, che – dopo due prove aperte in aprile – sarà presentato al pubblico perugino e umbro sul finire dell’estate.
Intanto il gioco scenico dell’attore perugino parteciperà ad alcune manifestazioni e festival in Germania e in Cina. Vale pertanto come anticipazione la recensione qui pubblicata, di Roberto Lazzerini.
Non era nemmeno la fine del passato marzo, periodo in cui Gregor Samsa muore, ma la metà di aprile, una serata ancora fredda, il venerdì santo di Pasqua, a Perugia, nella Sala della cannoniera della Rocca paolina che io, a sera inoltrata, ho visto, in prova generale, con poche persone perciò, questo nuovo ed inatteso gioco scenico di Danilo Cremonte, che fa una deviazione momentanea rispetto al consueto laboratorio estivo di Human Beings. Ne scrivo oggi a distanza di quasi due mesi. Quindi se ricorro a espressioni che insistono sulla mia esperienza è per via del tempo, non per richiami narcisistici, anzi per quella valorizzazione dell’esperienza dello spettatore, che trova in questo teatro di ricerca (sì, insisto a chiamarlo così) il suo punto di forza e nel ricordo individuale il suo punto di debolezza. L’altro, che sono stato ed ho impersonato, avvolto per il freddo serale in un soprabito non mio, odoroso di profumi muliebri, ha assistito all’epifania fulgida delle pagine 159-160-161 ed oltre – nella mia edizione milanese di una storica traduzione italiana del 1976, curata da Ervino Pocar, in Tutti i racconti – del racconto La metamorfosi (1912) di Franz Kafka. A cominciare dal titolo, che è
un elemento paratestuale necessario.
Un ricordo: più di dieci anni fa, in un omaggio scritto del teatro di Danilo Cremonte, richiamai
un’osservazione fondamentale di un regista teatrale e cinematografico, il rumeno Lucian
Pintilie, che, all’ennesima richiesta della differenza delle due arti, aveva sinteticamente
risposto essere il cinema il teatro più perfetto poiché ciò che si fissa definitivamente nell’inquadratura è il gesto più riuscito e non sarà soggetto ai capricci delle ripetizioni e delle variazioni nel tempo. Mentre scorreva l’evento teatrale di questo nuovo lavoro, ad ogni scena, già mi rammaricavo che la sua fisionomia non fosse già scolpita per sempre. Il foglio liscio del luogo teatrale ogni sera successiva non riceverà gli stessi gesti con la stessa durata, ma il nucleo gregoriano, cui ha guardato Danilo Cremonte nell’allestirlo con l’essenzialità del
suo teatro povero, rimane impresso come in una pellicola, che ogni spettatore svilupperà
nella sua camera oscura. Il titolo del gioco scenico richiama il grido della sorella di Gregor, col pugno alzato e lo sguardo penetrante, nei riguardi di quella gigantesca macchia bruna sopra la carta fiorata della tappezzeria, anzi sopra il quadro della dama con l’ermellino sulla parete vuota su cui si è installato Gregor, ormai scarafaggio, mentre la madre alla stessa vista già sviene sul canapè, con le braccia spalancate. Ma qui non siamo nel 1988, a Parigi, al Thèatre du Gymnase, nel riadattamento teatrale del racconto kafkiano di Steven Berkoff, con l’interpretazione di Roman Polanski come Gregor. Se là dominava il gigantesco della performance teatrale, la centralità della figura del commesso viaggiatore, qui, in tutta potenza visionaria, domina il dispositivo e l’annientamento che vi accade, con il corteggio drammatico e umoristico delle sue inezie. Non a caso il racconto non è l’unico testo di riferimento dell’ideazione teatrale ma ad esso si affianca La tana (1923-24), in cui il protagonista è un animale che s’affanna nella sua architettonica, complicata,
labirintica tana in lavori di continua sistemazione e in cui è inquieto ascoltatore dell’acùsma
che lo perseguita, un sibilo insistente, il rumore del mondo che non ha fonti certe
di provenienza. Al centro della scena perciò abbiamo la stanza di Gregor e la tana dell’animale
che diviene, rifugio e ricovero. All’inizio, stanza della metamorfosi e alla fine tana della
sepoltura. L’abbiamo visto questo commesso viaggiatore tornare da uno dei suoi ripetuti itinerari, con la valigia del migrante, dell’ebreo errante, del piccolo borghese dell’Europa orientale e già abbiamo osservato la sua rabbrividente metamorfosi: la perdita della postura eretta in continue cadute e il movimento sulla schiena a quattro zampe. Se il protagonista è ripartito in quattro (Stefan Godonoga, Axel Lepper, Waqas Ali Majeed, Jhans Serna Rayme) non è soltanto per una spinta laboratoriale ma è lo stesso, come in una sovrimpressione cinematografica, nelle quattro volte in cui cambia direzione per salvare ciò che è possibile dall’invadenza della madre e della sorella (Rita Marinelli, Anna Poppiti), che tolgono alla
stanza la sua fisionomia familiare per lasciare rintanarvelo, i quattro attori sono i suoi movimenti,risoluti e forsennati in ogni direzione, quando affronta il padre, che come il dio assente e sempre presente, cui si rivolge lo scrittore nella famosa lettera, invia una pioggia di
mele, di cui una sola trafiggerà la schiena del povero Gregor e di cui morirà. Così ferito,
nel racconto, in piena confusione di sensi, con un ultimo sguardo ha una visione obliqua,
nello strappo della porta: dinanzi alla sorella discinta e urlante si precipita fuori la madre
in camicia, discinta anch’essa per alleviare il respiro, e compie un movimento inconsulto
per impedire che la tragedia si compia e nel precipitarsi ad impedirla nel moto scomposto
ecco che, sorella che trattiene e madre che accorre, le vesti si sciolgono e si separano dai
corpi e la vista di Gregor viene meno. A questa scena primaria noi assistiamo alla
fine, onnipotenti spettatori, straziati dalla mancanza di Gregor: sapevamo già, da una
scena secondaria, nel baccanale domestico con i pensionanti della grande casa, quanto fosse
prevedibile e desiderato in fondo l’assenza del sacrificato, ma lo sforzo che compie l’ultima
donna, discinta e sul precipizio dei suoi tacchi, per salire e scendere dall’intrigo labirintico
della tana, al centro della scena, è sublime e dobbiamo ricorrere al finale del racconto di
Kafka per non amarla. Vorrei rivedere al più presto questo gioco scenico, in qualche luogo
della nostra regione: nella prossima versione potrei scrivere altro. Tutti bravi, come si dice,
ma davvero.

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