In Umbria il lavoro continua a mancare – C’è poco da stare allegri

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Franco Calistri
Deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, compressione e cancellazione dei diritti dei lavoratori non fanno bene allo sviluppo né tanto meno
all’occupazione: queste le conclusioni di una ricerca Ocse degli anni Novanta, che analizzando dati di crescita e livelli di tutele del lavoro relativi al gruppo dei paesi industrializzati giungeva alla conclusione che l’evidenza empirica dei dati non evidenziava alcuna correlazione (positiva o negativa) tra i due fattori. Buon ultimo,
un paio di anni fa, alle stesse conclusioni è arrivato il Fondo monetario internazionale
(Fmi-World economic outlook, aprile 2015), laddove sostiene che non vi è alcun riscontro circa un effetto positivo della flessibilità sul potenziale produttivo: un’ammissione piuttosto sbalorditiva, se si pensa che la deregolamentazione del mercato del lavoro è sempre stata tra le condizioni poste dallo stesso Fmi per l’assistenza finanziaria, compresa quella erogata ai paesi in crisi dell’Unione europea, Grecia in primis. In quel rapporto dell’ormai lontano 2015 il Fmi affermava che gli effetti delle riforme strutturali sulla produttività sono importanti se si parla di deregolamentazione del mercato dei beni e dei servizi, di utilizzo di nuove tecnologie e di forza lavoro più qualificata, di maggiore spesa per le attività di ricerca e sviluppo. Al contrario la deregolamentazione del mercato del lavoro non sembra avere effetti statisticamente significativi sulla produttività. Per questo il Fmi suggeriva alle economie avanzate un costante sostegno alla domanda, per incoraggiare investimenti e crescita del capitale, e l’adozione di politiche e di riforme in grado di far crescere
in modo permanente il livello del prodotto potenziale. L’esatto contrario delle politiche portate avanti dall’Unione Europea e dall’Italia, dapprima con la fallimentare austerità espansiva, poi con le riforme strutturali, a partire dalla deregolamentazione del mercato del lavoro, invocata un giorno sì e l’altro pure dal Presidente della Bce Mario Draghi.
A sbugiardare queste tesi, se ce ne fosse ancora necessità, arrivano anche i dati: una interessante serie storica dell’andamento dell’occupazione nei 611 sistemi locali del lavoro nazionali, di recente pubblicata dall’Istat, che va dal 2006 al 2016. “Per Sistemi locali del lavoro (Sll) si intendono dei luoghi, precisamente identificati e simultaneamente delimitati su tutto il territorio nazionale, dove la popolazione risiede e lavora e dove quindi tende ad esercitare la maggior parte delle relazioni sociali ed economiche. Dal punto di vista tecnico
e metodologico i Sll sono costruiti come aggregazione di due o più comuni contigui sulla base dell’auto-contenimento dei flussi di pendolarismo giornaliero tra luogo di residenza e luogo di lavoro rilevati dall’Istat in occasione dei censimenti della popolazione”. E’ da tener presente che per quanto riguarda i dati occupazionali si è in presenza di stime e non di rilevazioni dirette, quindi i dati, talvolta riportati all’unità, vanno considerati con molta cautela. Per quanto riguarda l’Umbria, sulla base dei criteri prima riportati, sono stati individuati dall’Istat 14 Sll (Assisi, Cascia, Castiglione del Lago, Città di Castello, Foligno, Gualdo Tadino, Gubbio, Norcia, Perugia, Spoleto, Todi, Umbertide, Orvieto e Terni).
I risultati di questo lavoro sono stati presentati il 3 ottobre scorso dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nel corso di un’audizione presso Camera e Senato in merito alla Nota di aggiornamento al Def 2017 (Documento di economia e finanza). I 611 Sll sono stati suddivisi in quattro categorie in base alla variazione congiunta dell’occupazione nell’intero periodo considerato (2008-2016) e nell’ultimo triennio (2013- 2016), ottimisticamente definito “della ripresa”. Abbiamo così: 1) sistemi “vincenti”, ovvero sistemi che presentano un saldo positivo dell’occupazione sia nell’intero periodo 2008-2016 che nel 2013-2016); 2) sistemi “resistenti”, ovvero che hanno retto durante la crisi, quindi saldo positivo nel periodo 2008-2013, ma presentano un lieve calo di occupazione negli ultimi anni (2013-2016); 3) sistemi “in ripresa”, ovvero con dinamica occupazionale positiva nel periodo 2013-2016 ma che non hanno ancora recuperato i livelli occupazionali pre-crisi, quindi con saldo negativo nell’intero periodo 2008-2016; 4) sistemi “perdenti”, ovvero caratterizzati
da un calo dell’occupazione in entrambi i periodi. A livello nazionale secondo questa classificazione “Il 21,6% dei Sll rientra nel gruppo dei ‘vincenti’; sommando a questi i 25 Sll ‘resistenti’, circa un quarto del Sll ha mantenuto a oggi livelli occupazionali superiori a quelli del 2008. Oltre la metà dei Sll (56,1%) sono ‘in ripresa’ (il 52,6% della popolazione),
mentre circa un quinto risulta ancora intrappolato nella fase recessiva (111 pari al 18,2%
del totale; vi risiede il 14,6% della popolazione)”. Rispetto a questo quadro nazionale la situazione dei 14 Sll umbri (analizzata anche da Mario Bravi e Lorenzo Testa nell’ultimo bollettino Ires Cgil) appare a dir poco preoccupante. Solo 2 Sll si salvano dalla definizione di “perdente”, ma nessuno dei due è comunque classificato “vincente”. Si tratta di Cascia, considerato “resistente” in quanto realizza un saldo occupazionale positivo (+84 unità) nel periodo 2008-2016, a fronte di una contrazione (-2 unità) nel periodo 2013-2016, e Terni, (in ripresa) che pur registrando un saldo pesantemente negativo per l’intero periodo (-2.550 occupati) registra una ripresa occupazionale tra il 2013 ed il 2016 (+229 unità). Tutti gli altri 12 Sll umbri si presentano con risultati occupazionali in rosso, sia nell’intero periodo che nel triennio finale 2013-2016. In particolare le situazioni più gravi, che vedono calare l’occupazione in maniera superiore al 6% nell’intero periodo e al 2% negli ultimi 3 anni, sono quelle di Castiglione del Lago (-6,6% e -3,1%), Città di Castello (-6,6% e -2,1%) e Orvieto (-6,9% e -2,4%). Questa ridimensionamento dell’occupazione si accompagna sempre ed ovunque ad una crescita marcata della disoccupazione, il cui tasso tra il 2008 ed il 2016 raddoppia in quasi tutti e 14 gli Sll umbri (Assisi dal 4,8% all’8,2%, Cascia dal 5,2% all’8,7%, Castiglione del Lago dal 4,4% al 9,8%, Città di Castello dal 4,1% al 9,6%, Foligno dal 4,5% al 9,2%, Gualdo Tadino dal 5,0% al 10,3%, Gubbio dal 5,6% al 10,5%, Norcia dal 4,7% al 9,4%, Perugia dal 4,7% al 9,4%, Spoleto dal 5,4% al al 9,6%, Todi dal 4,5% al 9,5%, Umbertide dal 5,2% al 10,2%, Orvieto dal 3,8% all’8,4%, Terni dal 5,3% al 10,1%).
Se a questi dati occupazionali si affiancano quelli dell’andamento della produzione e della ricchezza regionale, che vedono un’economia nel suo complesso in forte affanno e perdere costantemente terreno nei confronti di quell’Italia mediana della quale fino a qualche anno fa a buon diritto poteva annoverarsi (vedi dati ed analisi ultimo Rapporto Aur), usare l’aggettivo drammatico non è poi così fuori luogo. Non si tratta di fare del catastrofismo, come raccomanda di evitare in un suo articolo apparso a inizio mese su “il Messaggero” (3 ottobre) il direttore di Sviluppumbria, Mauro Agostini. Sicuramente, da sempre convinti che la crisi non è come la notte hegeliana dove tutte le vacche sono bigie, anche in Umbria – scrive Agostini – ci sono imprese “resilienti che hanno accettato positivamente la sfida dell’innovazione e che stanno ben posizionate sui mercati”, a dire il vero non così numerose, visti i dati prima esaminati. Si tratta di prendere atto della realtà. E prendere atto della realtà, ovvero “definire e condividere una visione comune della situazione odierna dell’Umbria”, come scrive lo stesso Agostini, è il primo passo per tentare di far qualcosa.
E a proposito del “Che fare?”, Agostini, non certo sospetto di collusioni con il Gosplan di
sovietica memoria, rilancia il tema della programmazione, della necessità che “a partire dal
programma di governo di questa legislatura regionale e al fine anche di un suo aggiornamento di medio termine, si possa predisporre un lavoro che abbia l’ambizione di un vero e proprio piano di sviluppo”. E l’articolo continua, per non restare nel vago, indicando alcune scelte strategiche, alcune priorità rispetto alle quali far convergere ed articolare l’azione (e le risorse) di parti sociali ed istituzioni, all’interno della costruzione di un processo programmatorio che, a differenza del passato, non finisca nella palude di pratiche consociative e veti incrociati, ma veda le istituzioni, a partire dalla Regione (e di conseguenza la politica), prendersi le proprie responsabilità decisionali e svolgere il ruolo che le compete di governo dei processi economici regionali. Magari tutto ciò avvenisse, sarebbe la strada per salvare l’Umbria in tutti sensi, rilanciando per questa via un suo profilo unitario ed identitario, cosa di non poco conto in un’epoca di macroregioni e progetti di smembramento.

CRO CORTEO NO GLOBAL DEL 1° MAGGIO (FOTO SUD FOTO)

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