Il viottolo accidentato della sinistra

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Re. Co.
La legge elettorale è passata. C’è poco da dire: è una porcheria nel merito e nel metodo. Lo ha capito perfino Giorgio Napolitano, mentre il presidente del senato, Pietro Grasso, ha colto l’occasione per sbattere la porta del Pd e andarsene via. Non è chiaro chi favorirà e chi no. I commentatori sostengono che alla fine è il cavallo di Troia di un rinnovato patto Pd- Forza Italia- centristi, fermo restando che i 5 stelle e la coalizione di centro destra non prendano più voti di quelli che si prevedono. Fatto sta che Renzi ha rotto ogni ancoraggio a sinistra e a parte la tattica (offerte di accordo, propaganda per il voto utile, chiassate a “favore” di risparmiatori e pensionati) non ci sono spazi per un ampio accordo di centro sinistra. Peraltro anche se ce ne fossero il rischio sarebbe la distruzione della sinistra che oggi trova motivo di esistere dalla contrapposizione con il governo e le politiche del Pd. Comunque sia l’offerta di dialogo di Roberto Speranza si è rivelata per quello che era: un inutile “ballon d’essai”, Mdp è uscito dalla maggioranza, Pisapia medita il passo indietro o di lato. L’unica ipotesi in campo a sinistra è la lista unitaria o unica, che forse verrà rafforzata dai risultati del voto siciliano. Ipotesi, però, che come il comunismo di Brecht è, per molte ragioni, “la semplicità difficile a farsi”. La prima difficoltà è l’ossessione del leader che sembra ci debba essere per forza anche se è inutile per non dire pleonastico (non è previsto né dalla legge elettorale né dalla Costituzione): non comprendiamo che senso abbia dividersi su una cosa che non è né accidente né sostanza. Forse non indicare leader sarebbe persino utile per marcare la differenza con gli schieramenti concorrenti. La seconda è l’equivoco se l’assemblea della sinistra, che dovrebbe tenersi a dicembre, debba essere il momento fondativo di un partito o di un rassemblement elettorale. Un partito è una cosa seria, ci vogliono idee, teoria e organizzazione, non ci pare che si sia ancora a questo punto. La terza sono le permanenti frizioni fra le forze in campo. Un elemento conciliatore potrebbero essere coloro che ci sono raggruppati intorno a Tomaso Montanari e ad Anna Falcone (se smettono d fare l’analisi del sangue ai loro interlocutori), ma se l’Assemblea del Brancaccio utilizza come lancia di resta e tessuto organizzativo quanto resta di Rifondazione comunista non ci pare che riuscirà a svolgere questo ruolo. Non vorremmo che alla fine anche i promotori del Brancaccio fossero anch’essi costretti, come Pisapia, a fare un passo indietro o di lato. E’ significativo il fatto che le diverse assemblee che fanno appello al popolo della sinistra siano affollate, ma che alla fine non attivizzino coloro che rispondono alla chiamata. Il fatto è che le fregature prese ad ogni scadenza elettorale (Arcobaleno, Rivoluzione civile, l’Altra Europa con Tsipras, le regionali del 2015) sono state tali e tante che prima di mettersi in campo le persone e i compagni ci pensino più di una volta. La risposta implicita è: “Vi votiamo, ma non chiedeteci di più”. Si è parlato di “giovani senza sinistra”, giusto, ma il pericolo è quello di dover parlare di “sinistra senza popolo di sinistra”, ossia di voti, pochi o tanti che siano, che non diventano, neanche in prospettiva, azione politica e sociale, tessuto connettivo. Sarebbe un’altra occasione mancata.

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