Il rogo, la sentenza e il futuro

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vittime-thyssen-300x168di Roberto Monicchia
Lo scorso 13 maggio è stata emessa la sentenza defintiva sul
rogo dello stabilimento torinese della Thyssen Krupp che il
6 dicembre 2007 costò la vita a sette operai. La grande impressione
suscitata dall’avvenimento ha tenuto alta l’attenzione anche
durante l’iter processuale. Senza precedenti è stata la sentenza di
primo grado, che ha condannato i dirigenti della multinazionale tedesca
per omicidio volontario, anche se in appello il reato è stato derubricato
a omicidio colposo. L’ultimo colpo di scena è stata la richiesta
del Pg della Cassazione di un nuovo processo di appello per
ricalcolare le pene; la suprema corte ha invece confermato la precedente
sentenza. Così i condannati, tra cui i due manager ternani
Marco Pucci, già Ad di Thyssen attualmente in forza all’Ilva di
Taranto e Daniele Moroni, direttore dell’impiantistica alle Acciaierie,
sono entrati nel carcere di Montesabbione, per scontare rispettivamente
6 anni e tre mesi e 7 anni e sei mesi.
Il legame tra Torino e Terni va al di là della comune appartenenza societaria.
Alla base delle accuse rivolte all’azienda vi era il fatto che la
fabbrica torinese – erede della Fiat ferriere, passata per Teksid, Ilva e
Ast, per approdare con questa alla Thyssen – in procinto di essere dismessa,
aveva diminuito il livello di sicurezza degli impianti. Annunciata
nel giugno 2007, la chiusura prevedeva il trasferimento di produzione
e operai (265) a Terni. Alle prime reazioni di netto rifiuto
(con lo striscione “No a deportazioni di massa a Terni”), fanno
seguito alcune decine di trasferimenti, più o meno in prova a Terni.
Tra questi c’è anche una delle future vittime del rogo, Angelo Laurino,
che dopo tre giorni torna a Torino per una malattia della madre. I
trasferiti vivono una difficile integrazione in una realtà diversa come
fabbrica e come città. Lo testimoniano le voci raccolte da Alessandro
Portelli in Acciai speciali (Donzelli, Roma 2008): “In fabbrica siamo
un po’ messi con la coda nell’occhio diciamo, ci chiamano lo straniero.
Le paghe sono anche inferiori rispetto alle nostre. Ciavevano accennato
una perdita di 100-150 euro sul nostro salario. Io mi sono trovato
anche 400-500 euro in meno”. Anche il tragico incidente suscita
reazioni contrastanti tra gli operai ternani: al senso di solidarietà e di
identificazione, viste la similutudine delle linee produttive, si accompagna
la diffusa convinzione che una cosa simile “a Terni non potrebbe
accadere”; è da un lato una forma di esorcismo verso una tragedia
inaccettabile, dall’altro il segno di politiche aziendali che hanno diviso
le due realtà: poca eco aveva avuto nelle altre fabbriche del gruppo la
battaglia degli operai ternani per salvare le acciaierie nel 2004-2005;
poca eco e qualche sospiro di soddisfazione accolgono a Terni l’annuncio
della chiusura del sito torinese nel giugno 2007.
L’ansia per le possibili conseguenze “produttive” della sentenza
traspare nei tutt’altro che abbondanti resoconti dedicatigli dall’informazione
locale. Del resto la proprietà ha più volte ventilato l’ipotesi
di minore impegno produttivo in Italia in caso di condanne “dure”.
È su questo aspetto che s’insiste, al di là delle note di colore sulla situazione
“surreale” vissuta dai manager. La preoccupazione traspare
dal riferimento ai commenti della stampa tedesca (non citati direttamente),
che mettono in dubbio l’opportunità di continuare ad investire
in Italia. Più nello specifico si invita la comunità locale a riconoscere
la correttezza dell’azienda: “[poiché questa] ha incassato la pena
dei suoi uomini migliori, allora appare auspicabile che continui ad
operare su Terni anche con l’apprezzamento collettivo, alla stessa
stregua di colui che nella vita ha sbagliato, si è pentito, è ha diritto a
tornare nella vita civile con una nuova possibilità”. (Giuseppe Caforio,
La condanna e gli effetti sul sito di Terni, “Il Messaggero Umbria”,
15.05.2016).
Se le testimonianze degli operai raccolte da Portelli provano la sofferta
accettazione di uno stato di necessità, da commenti come questo
emerge un’adesione incondizionata alle ragioni dell’azienda, le cui
responsabilità vengono derubricate a “sbagli”, mentre il semplice rispetto
di una sentenza viene indicato come merito da riconoscere. In
entrambi i casi si evidenzia la debolezza, l’incapacità di incidere sulle
strategie e le scelte delle imprese da parte delle società e dei territori
che le ospitano. Nell’epoca delle multinazionali globali si rafforza la
capacità del capitale di adattare alle proprie esigenze di accumulazione
intere comunità. Nonostante la sentenza, rimane la realtà di una riduzione
del lavoro e dei lavoratori a variabili dipendenti.

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