Il popolo negato

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di Maurizio Giacobbe*
Il 26 aprile, all’interno della mini rassegna
Primavera, mosaico cinematografico
sulla Resistenza, come Associazione Itinerari
abbiamo presentato il film 3000 Nights,
di Mai Masri, regista libanese con una carriera
di documentarista alle spalle, ma che in questo
caso, e per la prima volta, si è cimentata con
il cinema di fiction per portare sugli schermi
una storia realmente vissuta da una giovane
palestinese, ingiustamente condannata per terrorismo
a otto anni di reclusione in un carcere
israeliano, dove scopre di essere incinta e dove
porta a termine la sua gravidanza, nonostante
le pressioni della direzione penitenziaria. La
protagonista alleva per tre anni il figlio tra le
sbarre, finché non glielo levano, affidandolo
ai nonni, quando aderisce con le altre compagne
palestinesi ad uno sciopero della fame
contro i maltrattamenti e le discriminazioni.
Il film, mostrando le difficoltà di rapporto tra
detenute palestinesi ed israeliane, si fa metafora
della condizione di occupazione dei territori,
ma lo sguardo di Mai, nonostante la
durezza delle scene, non è disperato: la più
accesa detenuta antipalestinese, cui la protagonista
presta cure in un momento difficile,
capirà l’insensatezza dei suoi pregiudizi e sarà
per quanto possibile al fianco delle scioperanti.
Forse è questa la ragione che ha motivato le
pressioni politiche in virtù delle quali la prima
italiana del film, prevista per il 15 marzo al
teatro Palladium, è stata bloccata e 3000
Nights è stato invece presentato, per iniziativa
politica della Fondazione archivio audiovisivo
del movimento operaio, in una sua sala. La
proiezione di Perugia resta comunque una
delle pochissime in Italia, eppure il film, che
al termine è stato salutato dal pubblico con
un lungo applauso, merita davvero di esser
visto.
Nel suo messaggio di apertura, la regista, che
non ha potuto intervenire alla proiezione ma
ha mandato un suo scritto, ha dedicato il film
“a tutti i prigionieri politici palestinesi che in
questo momento stanno facendo lo sciopero
della fame nella speranza che loro possano essere
presto liberati e che la Palestina sia libera”.
Questo sentimento di solidarietà e di vicinanza
politica ad un popolo cui è negata una normale
esistenza e che vede quotidianamente
erosa da nuovi insediamenti di coloni israeliani
quella terra cui è profondamente legato per
lunghissima storia e per tradizione, sentimento
da noi condiviso, ci spinge a proseguire il percorso
avviato ed a proporre una rassegna più
ampia sul cinema palestinese dei nostri giorni.
Per la rassegna, che verrà realizzata nel mese
di luglio in collaborazione con il cinema Postmodernissimo,
non c’è ancora un calendario
preciso e neppure una rosa di film già definita,
ma molti stimoli da raccogliere e ordinare.
Nel panorama produttivo degli ultimi venti
anni, il dramma palestinese ha trovato interpreti
diversi (donne di differente estrazione
accomunate dalle condizioni materiali dell’occupazione,
padri e figli in conflitto generazionale
e ideologico, giovani cresciuti nei
campi profughi condividendo esperienze
drammatiche, famiglie o coppie divise dalle
barriere militari imposte dagli occupanti, combattenti,
detenuti politici, ecc.), ma soprattutto
ha incontrato chiavi di lettura molteplici,
che hanno rappresentato la comune fosca realtà
con occhio ora militante, ora freddo e
pessimista, ora ironico, surreale, irridente,
aperto alla speranza. Fra i titoli che potrebbero
far parte della rassegna: Frontiers of Dreams
and Fears, di Mai Masri; Women Beyond Borders,
di Jean Chamoun; Fragments d’une Palestine
perdue, di Norma Marcos; Il tempo che ci
rimane o Divino intervento di Elia Suleiman.
*presidente Associazione Itinerari

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