Il futuro secondo Attali – Barbarie globale o democrazia universale?

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di Roberto Monicchia
Abbiamo avuto modo in passato di parlare
di , economista e giornalista
francese, già consigliere di Mitterand, recensendo
la sua spregiudicata interpretazione di
Marx, riconosciuto come geniale profeta della vocazione
globalizzante del capitalismo, il cui lascito
sarebbe stato disperso e tradito dal marxismo politico
novecentesco (cfr. Marx e i suoi assassini, “micropolis”,
gennaio 2007).
La ricerca nel presente dei germi dell’evoluzione
futura si dispiega all’estremo in questa Breve storia
del futuro (Fazi, Roma 2016), nella quale Attali
mette insieme, in poco più di duecento pagine, un
compendio di storia universale e una dettagliata
previsione dell’evoluzione mondiale del prossimo
cinquantennio. Passato e futuro sono legati da
un’identica legge di evoluzione: nonostante le innumerevoli,
imprevedibili varianti, opera in permanenza
nelle società umane la dinamica dell’affermazione
della libertà individuale.
Come per Croce dunque, la storia è storia di libertà,
ma piuttosto che alle istituzioni politiche occorre
guardare alle forze del mercato: è il mercato che incarna
per primo la libertà dell’individuo e che produce
come propria conseguenza la democrazia.
Le società umane si organizzano fin dalle origini
attorno a tre “poteri”: l’ordine religioso, l’ordine
militare, l’ordine mercantile. Subalterno e interstiziale
rispetto agli altri due, il sistema mercantile
conquista gradatamente terreno, incarnandosi per
la prima volta in un sistema compiuto con l’ideale
greco-giudaico, universalizzato dal cristianesimo e
dall’impero romano. Quando nel XII secolo gli
imperi cinese e islamico divengono, da propulsori,
ostacoli alla crescita commerciale, la “fiaccola” dell’ordine
mercantile viene conquistata dall’Europa
cristiana. Finisce la preistoria dell’ordine mercantile
e comincia la storia del sistema capitalistico, che
dal medioevo ad oggi si incarna attraverso una dinamica
di sviluppo, crisi e allargamento, incardinandosi
attorno a nove successive città-guida, che
Attali definisce i “cuori” del sistema, capaci di contenere
la pressione dei regni e degli imperi in cui
sono inserite. Per esercitare questa funzione i vari
“cuori” hanno avuto bisogno di un retroterra agricolo,
di un porto vicino, della possibilità di attirare
e supportare una vivace classe “creativa” di mercanti,
imprenditori ma anche artisti e filosofi. Fulcro di
ogni stadio di sviluppo è la capacità di impiegare
una o più tecnologie innovative per trasformare
servizi e attività in merci, impiegando quote crescenti
di forza-lavoro. Il primo “cuore” dell’ordine
mercantile, Bruges prevale grazie all’impiego del timone
di poppa; seguono Venezia con le galee, Anversa
grazie al predominio nell’industria della
stampa, Genova per le avanzate tecniche di scrittura
contabile. Con il vascello a flauto e gli immensi
cantieri navali Amsterdam inaugura l’era della prevalenza
atlantica e delle democrazie liberali; il successivo
impero britannico che fa perno su Londra
guida la rivoluzione industriale grazie alla decisiva
innovazione del vapore. L’ordine mercantile è già
lanciato alla conquista del mondo, e nel XX secolo
ne assumono la guida gli Usa. Il primo cuore è Boston,
terminale dell’industria automobilistica e della
produzione di massa; segue New York, alla testa
della rivoluzione elettrica che industrializza i servizi
domestici; sullo scorcio del ‘900 è Los Angeles a
prendere la testa di uno sviluppo caratterizzato dalla
rivoluzione informatica, i cui “oggetti nomadi”
moltiplicano le possibilità di soddisfacimento dei
bisogni individuali. Ciascuna delle nove fasi di sviluppo
muove dalla crisi di quella precedente. L’esaurimento
della fase attuale è testimoniato dalla crisi
economica iniziata nel 2008, da cui emergono, specie
negli Usa, declino produttivo e moltiplicazione
delle diseguaglianze.
Applicando queste “leggi di sviluppo” al presente
Attali costruisce l’evoluzione del prossimo mezzo
secolo, scandito da quattro fasi.
La prima sarà la fine dell’impero americano. Pur
restando all’avanguardia del progresso tecnologico,
gli Usa saranno costretti a impiegare risorse crescenti
per reggere alla delocalizzazione delle produzioni,
all’aumento dell’indebitamento, ai costi crescenti
di mantenimento dell’ordine internazionale. Ad un
certo punto chiusura isolazionista e rifiuto da parte
degli altri stati convergeranno nel declino degli Usa
come centro del sistema.
E’ improbabile che a quel punto, più o meno nel
2025, un altro “cuore” riesca ad affermarsi: la seconda
fase sarà piuttosto fondata su un assetto
mondiale policentrico fondato su dodici potenze
principali: Unione europea, Giappone, Cina, India,
Russia, Indonesia, Corea, Australia, Canada, Sudafrica,
Brasile, Messico. In una situazione di precario
equilibrio, segnata dai rischi ambientali e dalla
penuria di materie prima e fonti di energia, proseguirà
la crescita delle classi medie e l’estensione
della “democrazia di mercato”.
Il conflitto tra dimensioni sempre più pervasive
dell’economia di mercato e l’ambito ristretto di
azione degli stati aprirà la strada alla terza fase del
futuro, l’”iperimpero”, tra il 2030 e il 2050. La
base tecnologica saranno nanotecnologie e miniaturizzazione
degli “oggetti nomadi”, che consentiranno
di risparmiare energia e materie prime e di
gestire e individualizzare ogni funzione. I mercati
daranno l’assalto ai servizi ancora riservati agli stati:
istruzione, sanità, ambiente, la stessa sovranità vedranno
la concorrenza e poi la prevalenza di agenzie
private. Ogni momento della vita dovrà essere dedicato
al consumo, e i settori economici dominanti
diventeranno l’intrattenimento e le assicurazioni.
La possibilità di controllo dei movimenti e dei dati
degli individui porterà ad una società dell’ipersorveglianza,
che evolverà poi in autosorveglianza. In
questo parossistico dominio delle imprese e degli
individui non solo deperiranno gli stati – privati di
funzioni fondamentali e relative risorse fiscali – ma
cambieranno natura le aziende e le stesse relazioni
familiari si allenteranno. Il conflitto sociale vedrà
contrapporsi il privilegio degli “ipernomadi”, in
grado di dominare i flussi principali dei mercati, e
la massa di esclusi (gli “infranomadi”), privati di
ogni protezione pubblica. Il dominio pervasivo del
mercato arriverà così a minacciare la stessa democrazia:
l’inedita situazione di un mercato senza stato
vedrà l’esercizio della governance affidato ad agenzie
private non elettive, ad eserciti mercenari e a bande
criminali. Nelle pieghe dello sviluppo dell’iperimpero,
capace di realizzare il sogno di universalizzazione
del mercato fino a distruggere le libertà, si
andranno però agitando le forze che ne segneranno
la fine: le estreme diseguaglianze, la fine del monopolio
della forza da parte degli stati, lo stesso fatale
rallentamento della crescita tecnologica, produrrà
un periodo di scontri di ogni genere: nell’”iperconflitto”,
quarta fase del futuro, confluiranno
guerre tra stati, agenzie private, poteri criminali, e
movimenti popolari contro il dominio pervasivo
dell’ordine mercantile, caratterizzati tanto dalla “collera
dei laici” (con caratteristiche simile ai movimenti
no-global) quanto da quella dei “credenti”
(cristiani e islamici soprattutto).
Tanto l’iperimpero, con il suo narcisismo esasperato,
che l’iperconflitto, con la sua violenza generalizzata,
faranno correre il serio rischio di distruzione della
razza umana. Non è da escludere, però, una diversa
via d’uscita. Le avanguardie di questa possibile
quinta fase, l’”iperdemocrazia”, sono quei settori
delle classi creative che già oggi operano in una direzione
diversa dal predominio dei mercati: imprese,
associazioni e singoli che si orientano verso l’altruismo,
la creazione artistica, la condivisione sociale.
Oggi le “imprese positive” rappresentano il 15%
del Pil mondiale. Gli effetti distruttivi dell’iperimpero
e dell’iperconflitto daranno loro sempre più
forza, rivitalizzando istituzioni di governo mondiale
come l’assemblea dell’Onu e costituendone di
nuove. Il compito fondamentale di questa nuova
fase sarà il riequilibrio tra mercato e democrazia,
che potrà condurre al prevalere del bene comune,
tra cui spiccherà l’”intelligenza universale”, ovvero
la planetaria condivisione del sapere.
Attali rivendica il tono fortemente utopistico delle
sue conclusioni, richiamandosi a Thomas More e
al Marx della Critica del programma di Gotha, e sostenendo
la necessità di un “atto di fede” nell’umanità,
non necessariamente destinata ad autodistruggersi:
“Come ogni predizione questo saggio è anche
un libro politico […] perché non avvenga il peggio.
Perché il meglio è possibile”.
Il libro pone in maniera intelligente questioni reali,
nonché l’esigenza di ridare uno sguardo prospettico
al dibattito politico. Resta però la sensazione che
l’ardito incrocio di storia universale, filosofia della
storia e utopia compiuto da Attali non superi la soglie
di un colto divertissement. Tra i richiami a Marx
che vi sono contenuti, manca quello forse più necessario:
il rifiuto di seguire i socialisti utopisti

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