Il “butto” o la modernità di Bonifacio VIII – Tensioni attorno alla discarica di Orvieto

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discarica_5di Girolamo Ferrante

La politica deve riappropriarsi delle decisioni
e non lasciare le scelte alle società
di gestione. Per molti anni i comuni
hanno abdicato al loro ruolo decisionale.
Bisogna svoltare”. Alla fine è apparsa lei, Catiuscia
Marini, scesa in terra col Corriere dell’Umbria
del 18 gennaio per recidere il nodo
gordiano dei rifiuti. Il verbo: “entro il 2020 le
discariche in Umbria dovranno essere solo un
ricordo”. L’occasione: la querelle che oppone
Fernanda Cecchini – assessore (anche) all’Ambiente
– all’intera compagine amministrativa
del Comune di Orvieto (dal Sindaco fino consiglieri
di opposizione) in merito all’ampliamento
della discarica “Le Crete”, meglio nota,
in vernacolo, come “il Butto”.
La storia dei “butti” a Orvieto è lunga e incidentata.
Si potrebbe cominciare dalla bolla di
Bonifacio VIII (dall’Alighieri messo all’inferno,
tra i simoniaci) con la quale si vietava agli orvietani
di “gettare le immondizie fuori delle
case sulla strada, obbligandoli a scavare nell’interno
delle case stesse o nell’orto un buco profondo
dentro il quale ben coperto e chiuso perché
non ne venissero esalazioni avrebbero
gettato i resti delle vivande e tutte le altre immondizie”
(P. Perali). Era il 1299. Secoli dopo,
in occasione dei lavori della rupe, alcuni di
questi pozzi furono svuotati e il loro interno
restituì i resti di splendide ceramiche di fattura
medievale e rinascimentale, spesso infrante, ma
a volte quasi integre. Fu così che i pozzi privati
diventarono luoghi di scavi forsennati: qualcuno
intuì che là sotto potessero nascondersi
preziosi cocci da rivendere a collezionisti e appassionati.
Il rifiuto, previa lunga sepoltura,
poteva quindi riacquisire valore. Poi venne la
discarica e in diversi s’ingegnarono a ripetere,
su scala industriale e senza passare per l’incerto
mercato dei collezionisti, la trasmutazione del
rifiuto del “butto” in oro.
Per almeno 15 anni il “grande butto” ha mantenuto
le promesse: ad una rapida sepoltura
della mondezza seguivano ondate crescenti di
denaro. Per il privato e per il pubblico. Al
tempo dell’“emergenza rifiuti” campana (2001-
2003) il conferimento nella discarica valeva,
per il comune di Orvieto, due milioni di euro
l’anno. Nel 2004 la magistratura mette sotto
sequestro la discarica e da quella data l’incantesimo
si rompe, complice il venir meno dei rilevanti
introiti conseguenti agli ingressi di rifiuti
extrabacino.
Torniamo alla Marini. La sua parola si rende
necessaria dopo l’endorsement della Cecchini a
favore del progetto di Sao-Acea di ampliamento
del corpo di discarica del secondo calanco, sul
quale la Soprintendenza ha espresso, a novembre
di quest’anno in sede di Via, un pesante
parere negativo. Poco prima ci si era messo un
avverso ordine del giorno approvato all’unanimità
dal Consiglio comunale di Orvieto.
La Cecchini difende il progetto di sopraelevazione
del secondo calanco perché una nuova
disponibilità volumetrica (800mila mc in più),
a suo dire, mette in sicurezza il Piano regionale
di gestione dei rifiuti (Prgr) dai ritardi che si
stanno accumulando. Però pecca di arroganza
annunciando la presentazione, presso il Consiglio
dei Ministri, dell’istanza di remissione del
parere della Soprintendenza (iniziativa forse da
demandare alla società titolare del progetto) e
la convocazione della Commissione per la valutazione
ambientale “per entrare nel merito e
valutare in che modo superare la contrarietà
che la popolazione ha espresso attraverso il voto
del consiglio comunale di Orvieto”. Nella città
del tufo queste parole irritano tutti: sindaco,
presidente del consiglio, consiglieri di maggioranza
e opposizione. “Orvieto non può diventare
la pattumiera dell’Umbria. Abbiamo già
dato”.
Una dichiarazione congiunta del segretario del
Pd e del capogruppo definisce la cornice politica
dell’affaire discarica: “se oggi il tema dei
rifiuti e  nuovamente oggetto di forti discussioni
e  dovuto alla coerenza e agli atti portati avanti
nell’ultimo anno dal Pd di Orvieto e dalla
giunta Germani. Quest’ultima ha espresso parere
contrario all’ulteriore ampliamento del secondo
calanco, bloccandolo in sede di Via regionale,
grazie anche al vincolo posto dalla
Soprintendenza”.
Il “frame” mondezza tira e ci si butta anche la
Lega nord che organizza iniziative, incontra il
sindaco Germani, lancia l’allarme mercurio e
rinfocola sul terzo calanco, facendo uscire dai
gangheri l’assessore Cecchini. Già, perché sul
tavolo non c’è solo l’ampliamento del secondo
calanco, ma anche la realizzazione di un nuovo
corpo di discarica sfruttando il calanco contiguo
(il terzo, per 1 milione e mezzo di mc). Progetto
avversato dal Comune di Orvieto, sin dal 2011,
su cui pende un ricorso al Consiglio di Stato.
Alla fine, l’assessore sbotta: rivendica alla Regione
il merito di aver detto “no”, proprio nel
2011, all’apertura del terzo calanco e accusa i
comuni dell’Ati4 dei ritardi sulla differenziata,
i quali, producendo volumi di rifiuti non previsti,
riempiono anzitempo la discarica, costringendo
all’ampliamento tramite sopraelevazione.
La dichiarazione della Cecchini è datata 15
gennaio 2016. Poi arriva la voce della Marini
che pur non partecipando alla querelle (mai entrare
in un frame compromesso o rigonfio di
antagonismi!) mette il silenziatore all’assessore
e manda alcuni messaggi. C’è n’è uno specifico
per Orvieto in risposta alla richiesta del Sindaco
di affrontare la gestione dei rifiuti “con i sistemi
moderni che la tecnologia ha messo e mette a
disposizione a salvaguardia dell’ambiente” e
con impianti che “devono tendere al riutilizzo
del materiale proveniente dalla raccolta differenziata
e dall’altro trasformino in materiale
energetico la componente residua di rifiuti,
come prevedono le nuove direttive regionali”.
Per ridurre i conferimenti in discarica, dice la
Marini, non basta la sola raccolta ma “occorre
avere impianti che aiutino a fare la qualità della
differenziata”. Perché, e questo lo diciamo noi,
se la qualità del differenziato è bassa, allora si
riapre il pozzo di Bonifacio.
La Presidente parla anche di termovalorizzatori
(“se arriviamo al 65/70% di differenziata non
servono”) e della necessità di un nuovo protagonismo
dei comuni sul tema dei rifiuti. Sindaco
e Presidente cantano quindi all’unisono
sull’armonia (prestabilita) della nuova impiantistica.
Quindi pace fatta e accordo raggiunto? Forse,
ma il problema non è solo di una convergenza
di dottrine. È politico e pratico. Da anni Orvieto
spinge per trasformare il sistema di gestione
dei rifiuti, ideato dal papa del giubileo e
ancor oggi piuttosto apprezzato dai proprietari
del “grande butto”, in un progetto industriale
d’avanguardia: per innescare processi di sviluppo
ecologicamente sostenibile e per creare
nuovi posti di lavoro. Quello che resta impregiudicato,
in questa notula dei desiderata, è il
ruolo di Sao e del grande butto. Senza innalzamento
del secondo calanco – dicono i suoi manager
– l’attività di smaltimento si arresterà entro
il 2017.
Nel 2014 la società ha avviato il revamping dell’impianto
ma, a quanto c’è dato da vedere, si
tratta di interventi funzionali al solo mantenimento
in salute della discarica (trattamento
anaerobico, aerobico, potenziamento della
“messa in riserva” per il recupero delle frazioni
raccolte in modo differenziato).
Qualche domanda è d’obbligo: è in qualche
modo possibile orientare le politiche industriali
di Acea sul territorio umbro?
E se lo fosse, quali potrebbero essere i costi che
la collettività dovrebbe sostenere e come si
mette in equilibrio con la situazione perugina?
Come si tengono insieme le previsioni a 15
anni di Ati4 con una discarica destinata a esaurirsi
anzitempo?
Chi dovrebbe realizzare gli impianti “d’avanguardia”
invocati dai politici locali e in virtù
di quali prospettive o incentivi?
Come s’incrociano i desiderata industriali con
le richieste di ampliamento della discarica e le
preoccupazioni della Cecchini in merito alla
tenuta del Prgr?
E, infine, il resto dell’Umbria resterà a guardare
senza dire nulla?
“La politica deve riappropriarsi delle decisioni
e non lasciare le scelte alle società di gestione”.
La Marini ha ragione. Però il mistero è come
possano i comuni dell’Ati4 riacquistare la facoltà
della decisione dopo aver firmato, nel
2014, un contratto di servizio della durata di
15 anni. Inibita dal codice civile e dalla tetragona
fede neoliberista, alla politica rimane la
libertà del sasso di Spinoza. E il piacere che se
ne ricava, al netto delle parole, è un pochino
deludente…

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