Fratello terremoto – Al Sacro convento di Assisi due giorni di confronto sulla ricostruzione

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di Anna Rita Guarducci
“Terre-moto: cosa fare?” Itinerario in
tre tappe per una strategia nazionale
di prevenzione ed interventi.
Il 31 marzo e 1 aprile scorsi ad Assisi si è svolta
questa pregevole iniziativa. Due giorni di incontri
e relazioni tra professionisti del restauro
architettonico e strutturale condotti dall’architetto
di chiara fama Paolo Rocchi specializzato
nel restauro dei beni architettonici. L’introduzione
alla due giorni è stata di pari livello con
l’intervento dello storico dell’arte Philippe
D’Averio.
Il soggetto organizzatore, con tanto di comitato
scientifico, era il Cortile di Francesco che, come
si legge nel programma, è “un luogo dove gli
uomini si incontrano, entrano in relazione gli
uni con gli altri, considerati di pari dignità a
prescindere dalle differenze”. Ciò significa, secondo
Papa Benedetto XVI che lo ripropose
nel 2009, recuperare un luogo come il Cortile
dei Gentili, che si trovava vicino al tempio di
Gerusalemme, in cui si potevano incontrare
ebrei e pagani ai quali era precluso l’ingresso
nel tempio. Una solidità straordinaria viene data
al Cortile di Francesco dai soggetti costituenti:
Pontificium consilium de cultura, Sacro convento
di Assisi, Conferenza episcopale umbra,
Oicos riflessioni. Si capisce bene che tale solidità
va oltre la mera capacità di resistere ai danni da
terremoto.
Per questa iniziativa il Cortile è stato rappresentato
dal Salone papale del Sacro convento,
un luogo mistico dove risulta straniante, almeno
al primo impatto, sentir parlare di tecniche di
miglioramento sismico. Poi, sollecitando la memoria,
tornano in mente le immagini dolorose
del terremoto del 1997, della nuvola di polvere,
dovuta al crollo di una parte della volta, che ha
saturato la basilica superiore causando 4 morti.
Fu la superflua dimostrazione che fratello terremoto
è democratico, non ha riguardi, infatti,
per le opere d’arte dell’uomo, anche se alcune
di esse godono di maggiori attenzioni sia perché
rappresentano un patrimonio dell’umanità, sia
perché intorno a loro gira una ricca economia
come proprio nel caso di Assisi. Infatti, intorno
alle macerie della basilica si mobilitarono le migliori
energie in ogni settore, al punto che serpeggiò
la polemica sulla grande attenzione riservata
ad essa e non altrettanto spesa per la
ricostruzione dei borghi e delle abitazioni private.
Nei mesi successivi a quel 26 settembre 1997
fu infatti approntato un cantiere impressionante,
almeno quanta era stata la paura di chi
aveva visto il crollo in diretta e di tutti gli altri
che lo rivivevano ognuna delle infinite volte
che l’immagine ripassava in video. Nel giro di
qualche anno la basilica è tornata agibile anche
per i turisti, al contrario l’amministrazione della
Regione Umbria ha chiuso solo all’inizio di
questo 2017 la pratica della ricostruzione post
1997, mentre è già ricominciato l’iter delle ordinanze
per l’ultimo sisma.
Oggi che l’interminabile terremoto, iniziato con
le scosse del 24 agosto 2016, ha colpito di nuovo
l’Umbria, ma stavolta preservando Assisi, forse
i frati hanno sentito il dovere di restituire qualcosa
del know how acquisito nel 1997 offrendo
per i beni culturali danneggiati della Valnerina,
con l’iniziativa in questione, qualche suggerimento
sulle tecniche e, perché no, anche sui
tecnici. Tutto inserito in una cornice di altissimo
profilo con il patrocinio dalle più alte istituzioni
a cominciare dalla Presidenza del Consiglio, la
Rai tra i media partner, la sponsorizzazione di
Ferrovie dello Stato, Enel, Milano Expo 2015,
Comieco il consorzio obbligatorio di riciclo imballaggi
in cellulosa. Immancabili, poi, i crediti
a pagamento rilasciati dagli Ordini professionali
di architetti e ingegneri e Collegio dei geometri.
Insomma, quando c’è bisogno chi più ha più
deve dare, nel pieno rispetto del messaggio evangelico
e sicuramente grazie anche all’8 per mille.
Si assiste così ad un, sia pur legittimo, spiegamento
di mezzi da una parte e niente o quasi
dall’altra. L’altra, nel caso specifico, è l’istituzione
laica Regione Umbria che figura tra i soggetti
patrocinatori, ci mancherebbe altro, e dalla
quale ci si sarebbe aspettato identico protagonismo
visto che è il soggetto deputato alla redazione
delle ordinanze pro ricostruzione e ad
una specie di supervisione sull’operato dei comuni,
in particolare quelli più piccoli che essendo
l’ultima ruota del carro pagano un pegno
altissimo. Sarà il segno dei tempi che cambiano,
in cui è sempre più chiaro che i livelli istituzionali
più bassi vengono penalizzati, con il taglio
dei finanziamenti, da quelli più alti e non bastano
le condotte virtuose, quando ci sono, per
recuperare fondi da destinare alla manutenzione
o realizzazione delle strutture che ci permettono
ancora di definire il nostro un paese civile. Si
abbia il coraggio, allora, di tagliare i livelli istituzionali
considerati inutili e non mantenerli
solo per assicurare poltrone utili alla conservazione
del potere politico come nel caso delle
province il cui ruolo era chiaro e ora, dopo il
fallito tentativo di soppressione, sono nel caos
con le fin troppo scontate ricadute negative
sulla vita cittadina.
Forse la politica ultimamente ci sta orientando
in quella direzione in cui le competenze si mescolano
e si scambiano per poter sopprimere
servizi e diritti aumentando la propria intoccabilità
e anche la distanza da noi, altrimenti non
avrebbe tirato fuori dal cilindro questo termine,
molto pericoloso se inteso nel significato che
gli viene attribuito, se esteso a tutti i campi: disintermediazione.
In termini semplificati Alessandro
Robecchi la spiega così: “Perché affidarsi
alla mediazione di un organo di stampa quando
invece ci si può informare sulla pagina facebook
di Gino, o Pino, o Sempronia?”
Questa mia riflessione sul dovere istituzionale
di chi deve farsi promotore di iniziative sulla
ricostruzione è nata da una idea (forse troppo
rigida?) di chi fosse il soggetto deputato, la Regione,
che invece compare in secondo piano.
Con ciò non si vuole censurare l’iniziativa degli
altri soggetti, ben vengano in mancanza d’altro,
quanto piuttosto l’assenza di quelli deputati,
così questa definizione di disintermediazione
sembra calzante, in senso lato, anche in questo
caso benché manchi l’affinità tecnica tra i due
soggetti (gli organi di stampa e facebook si occupano
di informazione, mentre la Regione e i
frati hanno competenze differenti).
In definitiva, se un livello istituzionale dello
Stato lascia ai frati l’iniziativa di promuovere la
diffusione della cultura sulla ricostruzione, attribuendo
loro finanziamenti importanti con
l’8 per mille, risultano ancora più evidenti le
sue inadeguatezze specie se i suoi interventi non
sono tempestivi, esaustivi e competenti, se sono
necessari 20 anni per chiudere la pratica e se
ogni volta che fratello terremoto si sveglia ricominciamo
da zero. Forse dovremmo arrenderci
come cittadini, disintermediare ancora lasciando
ai frati anche la gestione delle ricostruzioni?

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